Forse sarà la musica
di Rosella Bottallo
Che palle. E siamo solo al secondo pezzo, così dice quello che si chiama Programma di sala. Non finisce più. Il primo è stato uno strazio, si capiva già dal nome: Non allegro. Mi tappavo la bocca con la mano per non sbadigliare, ero proprio asfaltato.
Luca mi aveva detto che a metà del concerto c’era l’intervallo, così quando il direttore aveva abbassato la bacchetta ero già pronto ad applaudire con tutta la forza, almeno per scaricarmi. Invece no, tutti zitti e fermi, a parte qualche colpo di tosse, e i musicisti hanno ricominciato. L’ho guardato con aria interrogativa, mi ha indicato sul programma di sala che era finito solo il primo movimento.
Certo che di strumenti ne hanno, saranno almeno cinquanta, tutti ammassati sul palco. Chissà quanto costa tutto questo ambaradan. Carina la ragazza che sta nell’angolo a sinistra: bionda, capelli lunghi lisci, un vestito scollato. Mi sa che ha delle belle tette alte e sode. Lo so come si chiama quel marcantonio che suona: arpa, ecco. Chissà quanto pesa. Come farà a portarla? Costerà un botto. Però mica suona sempre, chissà se la pagano di meno.
Si sono di nuovo fermati. Meno male, vuol dire che comincia il terzo pezzo. Il secondo era ancora più lagnoso del primo, altro che Andante con moto, come c’era scritto. Questo magari finisce prima. Ma a leggere il programma di sala non promette niente di buono: Lento assai – Allegro vivace – Lento assai – Allegro vivace. Allegro: capirai…
Mi piace come muove le mani avanti e indietro sulle corde. Deve avere delle dita morbide, lunghe e sottili, capaci di accarezzarti la faccia, il collo, la pancia… meglio non scendere più giù. Questi pensieri mi provocano una certa reazione.
Va tutto bene, devo solo stare più concentrata. Un errore l’ho già fatto, speriamo che il Maestro non se ne sia accorto. Per fortuna dopo suoniamo “L’uccello di fuoco”, lo conosco meglio. Poi la solita routine: ritirare l’arpa, salutare, tornare in albergo. E ritrovare quella scema di Luisa. Non la sopporto, ma non avevo altra scelta, a meno di prendere una camera da sola, che costa troppo. Che tristezza però. Questa città come tante altre: non c’è tempo per vedere altro che una camera d’albergo e l’auditorium.
Finalmente l’intervallo. Trascino Luca fuori dalla sala. Spero proprio che non mi chieda se mi è piaciuto. Che gli posso rispondere? Quello crede di avermi fatto un regalo… ed è pure il mio datore di lavoro, meglio tenerselo buono. Sarebbe uno a posto Luca, se non avesse questa fissa della musica classica: va ai concerti con la sua tipa, che però stavolta gli ha dato buca.
Ho fatto passare il tempo guardando l’arpista, ma mica glielo posso dire.
Sfoglio il programma di sala, giusto per mostrarmi interessato. Sergei Rachmaninov – mannaggia che nome, mi sa che è russo – “Danze sinfoniche”. Ci va un bel coraggio a chiamarle danze. Non fanno mica venire voglia di ballare.
«È stata dura, eh bro?» Luca ridacchia, lo sa che sono in suo potere. E ha ‘sto vizio di chiamarmi bro. Mica sono suo fratello. «Ma vedrai che il prossimo pezzo ti piacerà, è bello potente. E poi dura di meno: una ventina di minuti».
«Cosa fanno i suonatori quando hanno finito?» chiedo.
Luca mi sembra sconcertato.
«Non so, questa orchestra non è di qui, è in tournée. Credo che finito il concerto se ne tornino in albergo».
«E da dove escono?»
Adesso mi fissa stringendo gli occhi, proprio come quando sul lavoro aspetta che gli passi la pinza giusta. Però non mi chiede niente, parla solo di un’uscita degli artisti che non è quella del pubblico.
Suona una campanella, capisco da me che è ora di rientrare. Ancora mezzo concerto, che palle. Ma almeno adesso ho da guardare la bionda. E Luca ha ragione: mica male questo “Uccello di fuoco”. Spacca. È di un altro russo.
Ecco, finito. Soliti applausi, solite chiamate al proscenio del Maestro, solite acclamazioni, solito rituale: seduti – in piedi – seduti. Solito bis. Soliti commenti mentre si mettono via gli strumenti. Tra mezz’ora i soliti pettegolezzi di Luisa, sempre malevola con tutti. Perdo tempo a ritirare l’arpa e cambiarmi, cerco di allontanare più che posso il ritorno in camera.
Fuori dall’auditorium c’è un tizio che mi fissa, impalato. Jeans sbrindellati, una T-shirt tirata sui pettorali, tutto brandizzato, con un ramo tatuato su un braccio. Bel ragazzo, però.
Be’, per vedermi mi ha visto. Mi ha squadrato ben bene, con un’aria seria da prima della classe. Io non sono mai stato il primo della classe, ma mi hanno bocciato solo una volta. Ho liquidato Luca dicendo che avevo un impegno, con una certa aria da “non so se mi spiego”. Devo avvicinarla prima che se ne vada. Cosa le dico?
«Brava, proprio brava. Sai, è la prima volta che vado a un concerto, e magari non ci ho capito molto, ma tu mi sei sembrata proprio brava. Posso darti del tu, vero? E ti andrebbe di andare a bere qualcosa, così mi spieghi la musica che hai suonato?»
Un po’ tamarro, il ragazzo. E analfabeta musicale (forse non solo musicale). Però carino: ha dei denti un po’ all’infuori che gli danno un’aria strafottente. Mi ha circumnavigato con lo sguardo, poi i suoi occhi si sono piantati sulla mia bocca, come se cercasse di tirarne fuori una risposta. Ho proprio così voglia di tornare in camera per ascoltare le lamentele di Luisa?
«D’accordo, cerchiamo un bar. Almeno un panino ce l’avranno, no? E un bicchiere di vino. Suonare mette sete. Mi chiamo Marta».
Ci sta, ci sta! Sennò mica accettava così, di botto. “Felicità è un bicchiere di vino con un panino…” Chissà perché mi è venuta in mente questa canzone, la cantava nonna Ida. Basta che non mi chieda consigli sui vini. Che ne so io? Prenderò quello che prende lei.
Ma dopo dove la porto? Casa mia è escluso, finisce che mia madre piomba in camera perché ha sentito dei rumori… No, no, devo capire dove sta e se possiamo concludere da lei.
«Piacere, Keivan. No, non sono straniero, è che ai miei ‘sto nome piaceva tanto. Che ne dici di quel bar all’angolo? Qui alla sera è un mortorio, mi sa che è l’unico ancora aperto».
E sia, Keivan, portami in quel bar, portami dove vuoi, basta che non debba tornare in albergo. Non ora, almeno. Fammi aspettare almeno che Luisa si sia addormentata.
Certo che anche fare conversazione con questo qui non è facile. Di che si può parlare? Gli ho chiesto come mai aveva scelto un concerto così ostico, ha bofonchiato qualcosa di indistinto. Del suo lavoro dice che è non è il caso di parlare, però sembra molto interessato a sapere cosa faccio io quando non suono. E dove sono alloggiata, e cosa fanno i musicisti dopo il concerto… Domande non del tutto disinteressate. Ma il suo candore mi attizza. E sì, mi va.
Ecco che un po’ di cose le ho scoperte. Scialla Marta, scialla, vedrai che stanotte qualcosa faremo. Intanto però devo preparare l’atmosfera. Pago, le porgo il golfino (che morbido… mi ricorda Milli, la gatta buonanima della buonanima di mia nonna Ida), poi ci avviamo verso il fiume. Buona scelta: non c’è quasi nessuno e la luna si riflette sull’acqua, proprio come nelle foto. Bello. Mi fa venire pure dei pensieri romantici. Le metto un braccio intorno alla spalla, su quel golfino morbido come una gatta, e lei non si irrigidisce. Anzi sembra pure che mi venga più vicino. Mi sa che è il momento di baciarla.
Eh no, caro Keivan, non così grezzo. Un po’ di delicatezza ce la devi mettere. Gli ho piantato tutte le dieci dita intorno al collo, mi ha subito lasciata andare. «Accidenti che forza!» ha commentato sbalordito. Gli lascio il tempo di riprendersi e poi: «Be’, ora hai sperimentato le dita di un’arpista».
Oddio questa mi ammazza. Si vendica di tutti femminicidi… E invece no, si è messa a ridere.
«La gatta ha rinfoderato gli artigli», ha detto. Rinfoderato: che bella parola. A me non sarebbe venuta in mente. Già, lei ha studiato.
Devo maneggiarla con cura, proprio come c’è scritto sugli adesivi di certi attrezzi, al lavoro. Ma lei non è mica un attrezzo. Mi sa che questo è un pensiero sbagliato.
Che fa adesso, mi spinge? Che gioco è? Però che forza ha nelle braccia, mi ha fatto perdere l’equilibrio. Fortuna che siamo sul prato.
L’ho fatto cadere, gli sono caduta addosso, l’ho baciato. Solo adesso sento che si rilassa: si era preso un po’ di paura. Ci baciamo ancora e intanto ci incamminiamo. «Per dove?» chiede. Capisco che non ha una casa a sua disposizione. Appena gli propongo di andare nel mio albergo sento contrarsi i muscoli del braccio che mi tiene intorno alle spalle, credo che si stia prefigurando il seguito. La receptionist capisce al volo la situazione, non fa una piega. Lui tira fuori la carta di credito, insiste per saldare subito. «Domattina dovrò lasciarti presto. – sussurra – Sai, il lavoro…»
Mi ha perlustrato, voltandomi e rivoltandomi. Ha seguito con l’indice i rami spinosi tatuati sul mio braccio e mi sembrava davvero di sentire pungere e graffiare. «È il callo. – mi ha spiegato – Per far vibrare le corde bisogna metterci forza, così»: mi preme le dita sul torace, proprio sugli artigli dell’aquila. Mi chiede se a concerto mi ero accorto del pizzicato. Ho risposto di sì, ma mica è vero. Me lo spiega pizzicando il drago, quello che apre la bocca sull’ombelico e poi scende e la coda si perde nei peli del… be’, lì, insomma. Per fortuna man mano che scende i suoi pizzichi si fanno più delicati, diventano delle carezze.
Sono incuriosita dai suoi tatuaggi, li seguo con le dita. Lui si fa esaminare, un po’ compiaciuto e un po’ arreso al mio gioco. Quando lo stringo per mostrargli come si abbraccia un’arpa vibra come un fascio di corde. Lo esploro tutto, lo giro per ispezionargli la schiena. Ha due ali tatuate sulle scapole. «Dovresti essere tu a suonare l’arpa, – gli dico – non sai che è lo strumento degli angeli?» Mi prende una mano, la accosta alle sue. Anche lui ha dei calli, ma sul palmo. «Vedi che abbiamo qualcosa in comune? – mormora – Siamo angeli che faticano».
Pian piano Marta la gatta non graffia e non pizzica più. Mi è passata la tensione. È bello far l’amore con lei: facciamo delle pause, io chiedo e lei mi spiega. Per esempio che ci sono anche i pedali da muovere: il pubblico guarda il lavoro delle mani, ma i piedi mica scherzano, dice.
Però io sono curioso anche delle cose più pratiche: l’arpa se la porta appresso? E non si scassa?
Mentre mi addentro nelle recriminazioni su quanto costa un’arpa e quanto è delicata, si addormenta. E nel sonno mi sfiora il seno con dei glissati e dei pizzichi leggeri, come se stesse ripassando la lezione.
La sveglia del telefono mi strappa da un sogno dove lei era un’arpa e io la suonavo. E che belle musiche ci facevo. Allungo un braccio per farle una carezza prima di andarmene, ma il letto è vuoto. No Marta, mica te ne puoi andare così…
Sul comodino è ancora poggiato il programma di sala, almeno lì ci sarà il suo cognome.
No, non c’è. E invece, proprio in fondo, una scritta a penna: Mozart, “Concerto per flauto e arpa K299”. Guardo l’orologio, ho giusto il tempo di rivestirmi e farmi trovare sotto casa di Luca. Ma non resisto, cerco su You Tube. Accidenti, di filmati ce ne sono una decina! Comincio ad aprirli uno dopo l’altro. Finalmente eccola: sempre bionda, con i capelli ancora più lunghi e un vestito azzurro. Come le sta bene l’azzurro. Le metto subito un like. Il concerto dura una mezz’ora, voglio sentirlo tutto, Luca mi aspetterà. Come è bella. E pure la musica, mica male. Ecco, quando lei comincia a pizzicare le corde è come sentire le sue dita che scendono sul drago, fino alla coda. Però anche il flautista è bravo. Non immaginavo che il flauto fosse così vivace, mica quelle gnaulate del concertino di fine anno a scuola.
Luca sarà nervoso, ora lo chiamo. Ma non ho mai fatto ritardi e lui in fondo è un bravo capo, capirà. E poi magari mi proporrà un altro concerto.
UNA SETTIMANA DOPO
Che faccia ha fatto Luca quando sono arrivato al lavoro con un paio di auricolari bluetooth nuovi nuovi che mi pendevano dalle orecchie!
«Che ascolti, bro?»
«Bella zio, è Händel, “Concerto per arpa e orchestra”. Conosci? »
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