L’amore consiste in questo
di Giovanna Sgherza
Era ancora buio quando Lenka usciva di casa avvolta nel suo caldo e lungo piumino d’oca color pervinca.
Ci era molto affezionata non solo perché la proteggeva dal freddo lungo il tragitto verso il posto di lavoro, ma anche perché quello era stato l’ultimo regalo “parigino” del padre prima del suo trasferimento a Praga.
Dopo aver chiuso lentamente la porta per non fare rumore, con la borsa termica trasformata in zaino, scendeva la scaletta che portava all’uscita del piccolo giardino.
Di notte il cancello restava aperto ma lei puntualmente lo richiudeva con un gesto attento e discreto quasi a voler proteggere la piccola abitazione in sua assenza.
Un timido geranio faceva capolino tra foglie verdi un po’ rinsecchite dal freddo e l’aspettava fino all’ora del tramonto per ricevere le sue attenzioni.
Al caffè letterario “Le Flaneur”, deliziosa caffetteria in stile parigino situata nella romantica isola di Kampa, molto frequentata da studenti e insegnanti al mattino per la colazione e nel primo pomeriggio per la breve pausa pranzo, svolgeva il suo turno di lavoro dalle 7 alle 14, ma spesso si tratteneva di sua volontà per godersi lo spettacolare panorama della città.
Lenka adorava quel posto che ormai considerava non come semplice luogo di lavoro, ma il suo perfetto angolo di paradiso in cui anelare alla serenità e alla gioia della vita.
Qui infatti non si sentiva mai sola.
Appena arrivata indossava un berretto in cotone per coprire i capelli e preparava i suoi gustosissimi croissants che serviva accompagnati da un buon caffè bollente agli avventori mattinieri della caffetteria.
Verso le 9, quando la sponda del fiume cominciava ad assumere colori meno nebulosi e i volatili festosamente volteggiavano tra gli alberi un po’ ingrigiti, usciva fuori per sistemare i tavoli all’aperto, nel giardino prospiciente il vialetto di ghiaia che portava direttamente sul fiume, proprio di fronte all’isolotto delle nutrie.
Non molto distante si trovava il lussuoso “Cafè Savoy” presso il quale un amico gli aveva offerto un impiego. Ma Lenka poco prima aveva visitato quella semplice caffetteria sulle sponde del fiume, con quella graziosa finestra sul giardino, e se ne era subito innamorata: non avrebbe mai rinunciato ad un posto così speciale ed intriso di bellezza naturale per lavorare in un prestigioso edificio del XIX secolo elegante ma sempre brulicante di turisti.
Lei era così. Una persona molto semplice, riflessiva, romantica e sensibile.
I luoghi molto affollati e frenetici le mettevano ansia; talvolta aveva la sensazione che le ore le premessero addosso la loro intensità e sentiva i minuti accelerare i battiti nel suo petto.
Amava invece la tranquillità, le passeggiate senza fretta, osservare con attenzione il mondo circostante per poter goderne ogni sfumatura di colore e ogni minimo dettaglio, sperimentare nuove emozioni e rivivere ricordi.
In quella caffetteria riusciva a sentirsi se stessa in qualunque momento della giornata.
E non le importava se la paga non fosse alta; i sorrisi della gente e quel meraviglioso panorama sul fiume arricchivano la sua vita più di un portafogli colmo di banconote.
Da qualche tempo era incuriosita da uno dei frequentatori più assidui: un giovane ben vestito, di età pressoché vicina alla sua, occhi grigi e una leggera barbetta sul viso.
Ordinava sempre un cappuccino con biscotti senza zucchero e ne porgeva puntualmente uno alla sua fedele cagnolina con cui si accompagnava tutti i giorni. Mentre gustava la calda bevanda, leggeva sempre un piccolo libro probabilmente di poesie su cui appuntava qualche parola con la matita.
Restava seduto al tavolo da lui scelto per circa un’ora, poi riponeva il libro nello zainetto, svegliava la cagnetta che intanto si era appisolata e raggiungeva la finestra della caffetteria per pagare il conto. Qui puntualmente salutava con un cordiale sorriso il personale augurando una buona giornata.
Quando poteva, Lenka lo seguiva con lo sguardo.
Ormai aveva capito che quel giovane distinto amava come lei il fiume e, soprattutto nelle giornate incipriate dal sole, faceva una lunga passeggiata raggiungendo l’isolotto delle nutrie, fermandosi ancora su una panchina ad ascoltare il mormorio del fiume che si lasciava attraversare dai battelli per i turisti.
Non che fosse di carattere invadente, ma le sarebbe proprio piaciuto fare amicizia con quel personaggio e soprattutto saperne qualcosa in più.
Così quel giorno, mentre preparava le colazioni e attendeva il suo arrivo, si ritrovò a fantasticare su di lui: era un poeta romantico o uno studioso di lingue straniere? Un uomo benestante e snob che non aveva bisogno di lavorare per vivere oppure svolgeva la sua attività lavorativa nel pomeriggio? Viveva da solo o in casa con qualche parente? Vicino o distante dal fiume?
Di sicuro era molto abitudinario e di indole tranquilla. Ma cosa lo portava a frequentare così assiduamente una caffetteria frequentata maggiormente da studenti e insegnanti?
Immersa in queste fantasticherie, si accorse che vicino alla finestra, appena sotto un folto cespuglio di margherite bianche, era adagiata la cagnolina a lei ben nota che con occhi tristi guardava verso il tavolino scelto spesso dal suo padroncino.
A Lenka sembrò tutto molto strano: cercò nel giardino tra i pochi clienti seduti ma non vide nessuno. Allora si avvicinò alla cagnolina, la accarezzò con affetto, lesse il nome inciso sulla targhetta rosa che portava al collare e le offrì uno dei biscotti preferiti.
Scodinzolando di riconoscenza, un po’ timidamente Lilli accettò il biscotto e le si mise seduta davanti con le zampe anteriori ben piazzate sull’erba.
Alle 11, momento della pausa dal lavoro, Lenka si accorse che Lilli era ancora seduta ad aspettarla. Con i suoi furbi occhietti e il movimento della coda e del corpo, chiedeva di essere seguita. Lenka non esitò un momento, lasciò grembiule e berretto sulla prima sedia, indossò il piumino e con passi svelti si diresse dietro Lilli.
Percorse non più di 200 metri fino ad un vecchio e basso edificio con la facciata dipinta di colore rosa ed entrò in un portoncino dove la cagnetta si era fermata.
Nel piccolo atrio decorato con piante ornamentali e illuminato da un’ampia finestra, c’erano due porte di legno verde. Quella a destra era appena dischiusa e Lilli, con un leggero abbaiare, invitò la donna ad entrare.
L’interno era un monolocale ben arredato e impreziosito da una antica stufa in maiolica sopravvissuta chissà come al trascorrere del tempo. Accanto all’angolo cottura era disposto un tavolo quadrato con una tovaglia ornata di merletto, lo stesso che abbelliva le tendine di una porta-finestra che probabilmente portava su un cortile interno.
Al lato opposto della stanza c’era un letto con la spalliera in ferro battuto e decorazioni floreali azzurrine identiche a quelle della stufa.
Sotto le coperte l’uomo era rannicchiato con il volto molto pallido e i ripetuti colpi di tosse non lasciavano presagire nulla di buono. Aveva la febbre alta e quando la riconobbe, parlando a bassa voce e con evidente affanno, le chiese di andare in farmacia per acquistare i medicinali.
Lenka fece molto di più. Telefonò immediatamente in ospedale chiedendo una visita domiciliare dopo aver spiegato la situazione e corse in farmacia ad acquistare l’antipiretico, poi chiamò la caffetteria e chiese di essere sostituita per una emergenza improvvisa.
Lilli restò fedelmente a fare compagnia al suo padrone e, quando Lenka tornò insieme al medico, si accucciò sotto il tavolo con le orecchie in ascolto in attesa di notizie.
Il medico visitò Josef, questo era il nome dello sconosciuto, e gli diagnosticò una forma di polmonite. Lenka intanto, osservando un violino e degli spartiti che si trovavano su un mobile di legno, capì che Josef era un violinista.
Passarono circa dieci giorni prima che Josef potesse essere dimesso dall’ospedale e tornare a casa. Intanto Lenka si era amorevolmente presa cura di Lilli e se ne era molto affezionata. Dopo l’orario lavorativo, Lenka si recava in ospedale a far visita a Josef e tra sguardi sereni, storie d’infanzia e dolci ricordi, si raccontavano le loro vite.
I due giovani erano quindi diventati grandi amici: le loro solitudini si erano incontrate in un momento di emergenza. Ma quale emergenza esiste nel nostro mondo più del bisogno di amore?
Lenka lo capì quando al rientro di Josef, una sera dopo cena sentì l’amico suonare il violino. Non aveva mai osservato un violinista suonare: poggia la faccia a quella sagoma di legno, come quando, un po’ malinconici, si cerca conforto con la testa sulla spalla di un amico. Poi c’è la carezza dell’archetto, che fa sospirare le corde. La musica del violino comincia così, da una carezza e un abbraccio, per poi aprirsi in mille melodie, poesia del suono che giunge al cuore coprendo un intero arcobaleno di sonorità.
Quella sera la musica di Josef riempiva la stanza di dolce malinconia e di una frequenza così simile alla voce umana, che sarebbe riuscita a far venire la pelle d’oca anche ai meno romantici.
Josef suonava con sguardo ipnotico, il suo viso si fondeva con lo strumento, le note e la musica che scaturivano erano praticamente la sua voce e Lenka, scossa da un brivido, fu certa di aver sentito parole d’amore rivolte a lei.
Mentre arrossiva per l’emozione, Lilli le si avvicinò per confortarla: con i suoi occhi e le orecchie tese in segno di empatia accompagnò la musica e con il corpo comunicò come le parole mai avrebbero potuto fare: “questo è amore”, diceva. E Lenka lo percepì.
In quel momento di enorme tenerezza in cui era riuscita a non farsi sopraffare dall’emozione, Lenka ebbe un’idea fantastica: avrebbe chiesto al titolare della caffetteria di far suonare Josef nel giardino nelle ore più tranquille della giornata per allietare i presenti e rendere ancora più speciale l’atmosfera del posto, magari sistemando anche delle nuove luci per valorizzare l’ambiente.
L’idea si rivelò strepitosa: soprattutto all’ora prima del tramonto, quando per molti la giornata lavorativa volgeva al termine, alla caffetteria accorrevano in centinaia per ascoltare quelle melodie che Josef sapientemente rendeva simili alla voce dell’anima.
In poco tempo Josef ebbe ulteriori proposte lavorative, persino dal “Cafè Savoy” ed una molto interessante, a cui non poté rinunciare, dall’orchestra filarmonica del teatro Nazionale.
Lenka era felicissima di quanto era accaduto, e orgogliosa per Josef che finalmente riusciva ad esprimere il suo talento. La musica di quel violino aveva magicamente trasformato l’amicizia tra due persone sole in un sentimento molto forte e aveva fatto scoprire loro di potersi completare a vicenda.
E tutto era successo grazie all’amorevole richiesta d’aiuto di Lilli che, a sua insaputa (ma non troppo), aveva innescato l’inizio di una nuova vita per entrambi.
“L’amore consiste in questo, che due solitudini si proteggono a vicenda, si toccano, si salutano…”
Rainer Maria Rilke, Lettere a un giovane poeta
Bottega Letteraria Inter Folia Fructus