Racconto Finalista – Ottava Edizione – 2025

LA SPOSA

di Benedetta Barbetti

 

Milano fu risvegliata dal tocco morbido delle prime luci del sole. In via Depretis, i raggi si infilarono nelle piccole fessure della serranda della cameretta di un bambino di nome Andrea. “Amore? Dai, che è ora.”

Andrea balzò giù dal letto, quando il ricordo che quello era proprio un giovedì, illuminò la testolina ancora assonnata: lui odiava il giovedì, perché alla prime due ore di ogni santissimo giovedì, c’era ginnastica. Sia chiaro, lui amava fare sport! Ma le ore di ginnastica, erano tutta un’altra faccenda perché al momento di formare le squadre, nessuno lo sceglieva mai. Era sempre l’ultimo, quello più scarso, quello che non sarebbe mai stato la prima scelta.

Eppure, dopo appena un’ora eccolo negli spogliatoi che si infilava i pantaloncini mentre i suoi compagni di classe raccontavano di una festa di compleanno che ci sarebbe stata quel weekend e a cui Andrea non era stato invitato.

“Di chi è la festa?”

“Di Anna.”

“Ma Anna è mia amica. Perché non mi ha invitato?”

“Non lo so, dovresti chiederlo a lei.”

E fu proprio ciò che fece. La prese da parte una volta eliminati a palla prigioniera. “Come mai non mi hai invitato?” Anna sospirò.

“E’ stata la mamma a dirmi che era meglio non invitarti. Andremo a Gardaland. Dice che le giostre potrebbero farti star male. Così meglio se non vieni, ecco.”

“Ma io mica ho paura delle giostre.”

“Ma infatti non c’entra la paura. E’ che tu… non sei proprio come noi e a certe cose devi stare attento.”

“Che significa che non sono come voi?”

“Dai, non fare lo scemo. Lo sai che sei malato.”

Quella fu la prima volta che Andrea prese coscienza della sua sindrome. Ne parlò a casa con i suoi genitori. Sembrarono sorpresi quando Andrea continuò a chiedere loro perché fosse malato. Così, alla veneranda età di sette anni, Andrea scoprì di essere Down.

Passarono diversi anni. Andrea crebbe, si diplomò e trovò un piccolo impiego al reparto di calcio della Decathlon. Si era, inoltre, iscritto da qualche anno ad un’associazione per ragazzi Down in Viale Jenner e lì era stato associato ad un volontario: Giacomo, il suo Volontario per amico. Guardavano insieme le partite, uscivano il venerdì a mangiare la pizza, andavano al bowling… Era esattamente il fratello che aveva sempre desiderato ma mai avuto.

Ed era tutto perfetto. Almeno, fino al giorno in cui Jack gli disse: “Devo partire. Vado a fare l’Erasmus. Però è solo per nove mesi, poi torno. Tu aspettami, eh!”

Andrea aveva sperimentato un freddo glaciale percorrergli i muscoli del viso mentre cercava di mantenere la sua consueta espressione serena. Era felice per il suo amico Jack, eppure, non poté impedirsi di soffrire all’idea che forse, forse non sarebbe davvero mai stato la prima scelta di nessuno, neanche di Jack.

Quando Jack partì, i primi tempi furono difficili. Ma poi, conobbe Sofia. Era l’insegnante di batteria alla scuola di musica dove sua madre lo iscrisse come regalo per i suoi venticinque anni. Ad Andrea era sempre piaciuta la musica, ma quando conobbe lei se ne innamorò completamente. Amava suonare, non ci credeva che per tutto quel tempo avesse fatto senza. Le partite a San Siro con Jack gli sembrarono una pallida consolazione di quei lunghi anni senza lo scroscio dei piatti, il richiamo viscerale della grancassa. Ed era bravo. Sofia glielo ripeteva spesso. Era come se Andrea, finalmente, potesse sognare: scivolare fuori dalla sua sagoma, dai suoi confini e, come un pugno di sabbia bagnata, entrare in un altro stampino, essere qualcosa, qualcuno di diverso.

Andrea si innamorò della musica. E Andrea si innamorò di lei. Per tutta la vita lo avevano spinto ad avere fidanzate come lui. Si era sempre sentito in dovere di innamorarsi delle persone giuste. Ma Sofia era diversa. Non seppe che cosa di lei gli scatenò quel batticuore forsennato: se la sua bellezza, il suo sorriso o tutte quelle volte in cui lei credette in lui. O magari fu proprio quando un giorno lei lo chiamò e gli disse: “Vuoi venire a Gardaland con me?” “E se poi visto che sono malato sto male?” “Ma che malato, Andre! Vieni che ci divertiamo, eddai!”

Andrea non aveva mai provato qualcosa di così forte. E se ne vergognava pure, perché da quando si era accorto di quei sentimenti, faceva fatica persino a guardarla negli occhi. Ma lei trovava sempre la strada per entrargli dentro anche quando lui si ostinava a rinchiudersi nel suo silenzio impacciato. Una cuffietta a lui, una a lei. “Senti questo pezzo. Spacca, eh? Ti va se ti insegno il beat?”

Però anche lei era diversa con lui. Non era come con gli altri allievi. Lo teneva per mano, lo cercava con lo sguardo durante le lezioni di teatro, lo abbracciava da dietro quando lui era seduto a ripassare la sua parte. E Andrea si innamorava di lei ogni giorno di più. Finché, una mattina, crollò: “Vorresti essere la mia fidanzata?”

Sofia si era paralizzata. Silenzio. Un silenzio lunghissimo, più di una semibreve. “Ti voglio tanto bene e sei il mio migliore amico. E avrei paura di farti star male, perché è vero che l’amore è bello però può toccare livelli di dolore come nient’altro.”

Andrea non rispose. Ma poi un pensiero lo colse. “E’ perché sono Down?”

Sofia si affrettò a scuotere la testa: “Non pensarlo mai, mai, capito? Non c’entra niente. Tu sei meraviglioso anche per questa parte di te che non sempre ti piace. Vedrai che un giorno arriverà una ragazza che ti merita davvero.” L’occhiolino che gli fece fu il punto a quella storia.

La loro amicizia continuò così fino all’anno successivo, quando Jack tornò. E Andrea gli confessò, tra le lacrime, che stava male per amore. Ma il nome di quella ragazza, Andrea non glielo volle mai dire.

Sofia si era iscritta all’albo dei volontari e così oltre che alle lezioni di batteria, ora frequentava l’associazione quasi quotidianamente. E Andrea era felice, perché aveva quasi tutto quello che desiderava: Sofia, Jack, la musica…

Passò qualche anno, ma Andrea non smise mai di amarla. Se ne rese conto quando un giorno, davanti a una cioccolata calda, Jack prese la mano di lei. Solo allora, Andrea intravide l’anello. “Dobbiamo dirti una cosa.” Ci sposiamo. Si chiese quando fossero iniziate le menzogne, i segreti. “Vorresti essere il nostro testimone?”

Fu guardando i loro occhi, i loro sorrisi sinceramente gioiosi che Andrea capì. Capì che li amava più di ogni altra cosa e che quel dolore, pur dilaniante, non era niente in confronto alla felicità che provava per la loro felicità. Soffocò le lacrime, finse il sorriso più bello: “Va bene.”

Non sarebbe mai stato la prima scelta. Andrea sapeva che quella vita avrebbe avuto sempre meno spazio per lui, che nel quadro, avrebbe occupato un posto sempre più marginale, sempre più nello sfondo fino a confondersi dietro la cornice. Del resto, li aveva visti, i batteristi dei suoi gruppi preferiti. Se ne stavano sempre relegati dietro agli altri membri. Così in pochi si accorgevano delle evoluzioni con le bacchette, dei movimenti coreutici delle braccia e della testa, del sudore che appiccicava i capelli.

La festa di matrimonio continuò fino a tarda sera. Andrea era stanco, si sedette fuori, le cuffiette ficcate fino quasi al timpano per cancellare il resto. La voce di Chester Bennington sembrava volergli accarezzare l’anima. One more light era una delle poche canzoni dei Linkin Park priva di batteria. E paradossalmente, era quello di cui aveva bisogno in quel momento, lo strumento per rimanere a galla. Sentire che non era sbagliato, che era anche lui una piccola, fragile stella che in ogni istante avrebbe potuto tremolare appena e scomparire agli occhi della Terra. Chissà in quale galassia sarebbe caduto…

Forse fu per i vocalizzi di Bennington che non udì i passi avvicinarglisi. Sussultò, ma non tanto per lo spavento, quanto per essere stato scoperto in un momento così fragile proprio da lei, la sposa. Non la sua. Solo la sposa. Mai sua, mai lui. Sperò che il buio potesse nascondere le lacrime che gli rigavano le guance. Sofia gli prese la mano.

“Ho un segreto, Andre. Tu sei il primo che lo sa. Non l’ho detto neanche a Jack. Tra poco sarai zio. Vorrei chiamarlo o chiamarla Andrea, che dici?”

Alle labbra di Andrea sfuggì un singhiozzo spezzato. Sofia lo abbracciò, lo avvolse nella morbidezza delle sue braccia nude, del suo petto rotondo. Era così soffice, così sicuro quel posto. Ma non sarebbe stato per sempre, non per lui. “Perché piangi?”

“Perché sono felice. Vi voglio tanto, tanto bene. Promettimi che non mi lascerete mai.”

Sofia gli baciò la fronte. E i loro pianti si mescolarono insieme: “Sei una delle persone più importanti della mia vita. E se potessi tornare indietro, sceglierei sempre te, rifarei tutto perché ti amo di un amore che non ho mai provato per nessun altro. Sei il mio tesoro più prezioso. Sceglierò sempre te.”

Andrea sprofondò ancora di più nell’abbraccio. E sorrise, perché aveva vinto, in fondo. Sofia lo amava e lui avrebbe ringraziato per sempre il mondo e la vita per quel tesoro prezioso che era per loro e che lei e Jack e Andrea erano per lui.

Sofia si staccò. Gli occhi le luccicavano di felicità. “Senti, perché non entriamo e non facciamo vedere a quei pivelli che suonano chi sono i veri musicisti?”

Andrea trattenne il fiato. “Ma non mi esercito da almeno cinque giorni, non sono pronto…”

“Non ci serve esercitarci. Noi la musica ce l’abbiamo dentro. E se siamo insieme, spacchiamo. Vero?”

Andrea si sciolse nella risata più cristallina in cui avrebbe mai potuto scoppiare. “Sì che spacchiamo.”

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