Racconto Finalista – Ottava Edizione – 2025

ACCORDI INATTESI

di Silvana Severino

 

Il passato ci insegue, questo intuisco quando sento intonare in piazza ‘O sole mio. Alcuni borghi sembrano spenti e invece bruciano. Come me e il mio incendio muto da troppo tempo.

«Ignazio, tu che conosci ogni cosa» chiesi sull’uscio, sfilandomi il piumino blu, «chi è quell’omone là che suona imperterrito la chitarra?»

«Non vi fate ingannare dalla stazza da pugile, Marescia’. È buono come il pane, e la sua anima vibra sulle corde di quella chitarra malandata. Si chiama Paolino, vive con la madre ai margini del bosco, ma il suo vero rifugio è la melodia. Il mio negozio gli piace assai, perché qui la gente non sta mai zitta.»

«Ho capito tutto, è un impiccione pure lui,» risposi, scrutando i ricci neri nello specchio. «Questo è l’unico paese in cui mentre cammino viene fatto l’interrogatorio a me, invece di farlo io agli altri.»

«No, Marescia’, quale impiccione…» Ignazio sospirò e più cupo aggiunse «la vita è stata infame con Paolino. Meno male che è tornato dall’ospedale con il cervello scompagnato, e fermo ai dodici anni come un orologio rotto. Non ha capito niente…»

«Perché, che è successo?»

«Un tir… gli ha ucciso padre e fratello gemello. Li ha trascinati per metri senza neanche fermarsi. Lui era là.»

«Possibile? L’autista era ubriaco?»

«Eh… se ne dicono tante… pure questa. Io credo che avesse qualcosa da nascondere nel cassone, visto come e dove è stato rintracciato il mezzo.» Ignazio sospirò di nuovo e aggiunse: «sua madre ora è pure anziana. A casa con loro vive una badante dell’Est. Lo sanno tutti, Paolino odia tre cose: il silenzio, il buio del bosco vicino casa sua e le auto con i lampeggianti blu. Quando capita che passa una volante o un’ambulanza lo vedi che si agita tutto.»

Ignazio, salutato l’omone, riprese il racconto: «Una volta aveva visto fermarsi l’ambulanza vicino al bar, voleva nascondersi nell’armadio della sagrestia e urlava “stanno venendo a prendere pure a me”! Ma più pena ho avuto per la madre che si abbracciava quei cento chili e lo tranquillizzava, come fosse un neonato invece che un uomo.»

Guardai fuori. Paolino accarezzava la chitarra, le sue mani grandi si muovevano con una delicatezza sorprendente sul legno consumato. Mi chiesi se anche lui, in quelle corde, ci stesse seppellendo qualcosa. Perché io, invece, avevo lasciato le mie mani vuote, incapaci di stringere altro che rimpianti. Lui solo attraverso la musica esprimeva un universo interiore altrimenti inaccessibile.

Uscito dalla bottega di Ignazio, rasato e profumato, vidi Paolino sorridermi con i suoi denti distanziati.

«Vuoi suona’ co’ me, tu?» mi chiese. Feci finta di nulla e tirai dritto in piazza, dove si commentava un articolo su una carcassa di mucca sbranata.

«Caro dottor Longis, i lupi ci sono sempre stati, il bosco è il loro habitat, siamo noi che stiamo costruendo ovunque,» sentenziò un vecchio a un biondino in giacca e cravatta, che aveva lasciato in doppia fila la Lamborghini.

«Paoli’ non entra’ nel bosco, è pericoloso, dice mammina mia. Ricordatelo: non entra’ nel bosco» si intromise Paolino, strattonandomi. «Vuoi veni’ a suona’ con me? »

«Beato te! E canta, canta!» gli rispose il giovane Longis.

«“Attenti al lupo, attenti al lupo”… ti piace questa canzone di Lucio Dalla o ne vuoi senti’ una di Sanremo?» Poi chiese confuso: «Ditemi un po’ ché io so’ scemo: ma ci sono i lupi nel bosco vicino a casa mia? Ma i lupi parlano?»

«Che dici, Paolino? Parla Lupo Alberto, Lupo Lucio, ma quelli sono in televisione ed è un’altra storia.» rispose il giovanotto distinto.

«Allora da casa mia non so’ i lupi quelli che sento, so’ i cinghiali, le volpi e pure le civette ché quelle piangono assai di notte e una l’ho pure vista sul tetto. Lo sai? A mammina non lo dico se no si preoccupa e mi muore. Io non voglio rimanere solo con Irina, quella sta sempre zitta perché manco l’italiano capisce bene!»

«Ué, ma che discorsi sono questi? Dai, cantami una bella canzone prima che chiudo bottega, se no mi fai fare brutti sogni» gli disse Ignazio che arrivò in suo soccorso.

Paolino chiuse gli occhi e intonò con una voce dolce: «”Te voglio bene assai… Ma tanto, tanto bene, sai…”»

Vidi gli occhi di Ignazio farsi lucidi. Paolino mi fissò «Io so’ Paolino, ma ora non posso suonà’ co’ te, devo anda’ a casa. Mamma mi aspetta. Ѐ notte e sul letto grande grande io do la mano, lei chiude gli occhi e prego Gesù di non farla morire e di non farmi sentire più le voci in testa e nel bosco.»

Le sue parole mi rimasero impresse. Le voci tormentavano anche lui. Forse ha ragione lui, dovrei ricominciare a credere a quel Dio, che in certi momenti pare voltarsi dall’altra parte.  Forse dovrei dirgli che, anche se a chilometri di distanza, certe voci perseguitano pure me. E i volti di chi non ho salvato mi vengono a cercare di notte, anche se non entro nel bosco.

Nei giorni successivi, in piazza, arrivò a casa dei nonni e dello zio, l’uomo con la Lamborghini, la nipotina inglese, Lilly.

«È tale e quale alla madre, quando aveva l’età sua. Eh, che bel fiore… non trovate?» commentò Ignazio, con un sorriso malinconico.

«Devo canta’ “Fiore di maggio”?» domandò Paolino.

Ignazio mi spiegò che la madre di Lilly era una modella londinese sposata con il figlio maggiore del notaio Longis. La ragazzina sarebbe rimasta tutta l’estate.

«Uè, chi sei tu?» disse Paolino, avvicinandosi a Lilly, che aveva le orecchie sigillate dagli auricolari. «La panchina è miaaaa!» le gridò, strappandola al suo silenzio artificiale. Lei, spaventata, si ritrasse. Allora Paolino fece vibrare le corde della sua chitarra, intonando con una risata infantile «Bella ciao, Bella ciao, Bella ciao ciao… una mattina mi son svegliatoooo…». Poi, con un’urgenza quasi dolorosa, si rivolse a Ignazio: «Dimmi, dimmi… perché non vuole suona’ co’ me? Forse non sente la mia musica? Passerotto non andare via, scusa se la colpa è un poco mia, se non so tenerti ancora qua…»

Ignazio gli spiegò: «È Lilly ed è cresciuta. Non ricordi l’anno scorso? Le sue piccole dita si muovevano incerte sulla tua chitarra, mentre ti insegnava le melodie dei Beatles.» Il volto di Paolino si illuminò di un ricordo felice, un lampo di connessione nel suo mondo frammentato. Poi le dita ritrovarono le corde, strimpellando una melodia più antica, un suo rifugio: «Acqua azzurra, acqua chiara, con le mani posso finalmente bere… Nei tuoi occhi innocenti…»

Mi chiedevo quanto del mondo esterno riuscisse a penetrare il suo universo interiore, se le note che suonava potessero davvero attutire l’eco del dolore e la mancanza. Invidiavo l’apparente capacità di trovare rifugio in quelle sei corde. Là dove forse i ricordi si trasformavano in melodia, perdendo la loro asprezza. Pensai che forse anch’io avrei dovuto cercare uno strumento, un modo per dare voce al mio passato senza esserne sopraffatto. Ma sapevo che certe sinfonie del cuore non si possono silenziare del tutto.

Qualche giorno dopo in bottega, «Ignazio,» azzardai, abbassando la voce, «mai mi hai parlato delle leggende che circolano su questo borgo… la fama di “città maledetta”.» Un’ombra gli velò il viso. «Sciocchezze da comari, Marescia’. Non siamo nel Medioevo, con streghe che danzano tra le querce al chiaro di luna.» Balbettò un po’ e poi riprese: «Certo, di notte il bosco lo evito… non per spiriti maligni, ma per i cinghiali che grufolano tra la macchia e, si dice, qualche lupo affamato che scende dalle montagne.»

«Hai paura dei “Fratelli di Satana”?» chiesi, alludendo ai presunti riti massonici con sacrifici umani.

«Marescia’ ve l’ho già detto; io fatico e basta. Per avere quello che ho, non vendo l’anima al diavolo nel bosco.»

«Il famoso bosco, con i ruderi del vecchio monastero dei cappuccini, con i cippi romani, dove abita Paolino?»

«Certo, Marescia’, ma non credo che vi possa aiutare, tanto meno sua madre ormai.»

Dalla finestra aperta sentimmo la voce squillante di Paolino: «Lilly, so’ io, so’ amico tuo senti qua, vuoi suona’ co’ me?»

«Okay, Paolino, okay» rispose una voce femminile con un accento straniero.

Ignazio sorrise. Un mendicante li fissava, fischiettando un motivo malinconico.

Fu quella sera che arrivò una telefonata concitata. Lilly era scomparsa. Qui dove al massimo scompariva un trattore. Non era rientrata e il suo cellulare risultava irraggiungibile. L’ultima volta era stata vista suonare con Paolino la chitarra.

Il sospetto tra gli abitanti serpeggiò per fermarsi ai margini del bosco in una casa di mattoncini rossi dove un omone stava cantando la ninna nanna, tenendo stretta al petto la mano ossuta e tremante di sua madre.

In tarda serata in caserma risquillò il telefono. Si sentì un fruscio e qualcuno citò un luogo e poi: «Correte.» Con la pattuglia, raggiungemmo la cava dismessa alla periferia del paese. Giaceva a terra, con macchie scure che temevo fossero sangue. Abbandonata, malmessa, era la bicicletta di Lilly. Per un attimo, fui di nuovo lì, tra i detriti di Acerra, tra i sacchi avvelenati e i bambini morti. Quelle voci, i nomi che non avevo salvato, tornarono a urlarmi dentro.

«Paolino odia tre cose: il silenzio, il buio del bosco vicino casa sua e le auto con i lampeggianti blu sopra.» Le parole di Ignazio mi risuonarono nella mente. Decisi di non usare l’auto di servizio.

Mi avvicinai all’abitazione di Paolino a piedi, nel silenzio irreale della sera che anneriva tutto, anche i pensieri. Riconobbi la sua voce. Strimpellava la chitarra, ondeggiava. Cantava.

«Certe notti ti senti padrone di un posto che tanto di giorno non c’è. Certe notti se sei fortunato bussi alla porta di chi è come te.»

Bussai e parlai con la badante, che mi fissò con occhi di ghiaccio. Pronunciai il nome di Lilly. Paolino aprì di scatto la finestra. Un lampo improvviso illuminò il suo volto, distorto da un’espressione di terrore. Un urlo rauco si confuse con le voci che sentiva nella sua testa. Fuori iniziò a diluviare.

«Bastaaaaa!» e corse via, inghiottito dall’oscurità del bosco. Prima di inseguirlo, sentii il suo grido disperato: «Angelo… papà… Lilly…»

Nella notte piovosa, seguii le tracce dei suoi passi agitati e il suo canto spezzato: «Giro, giro tondo… casca il mondo… casca la terra… tutti giù per terra…»

Un lamento, debole e umano, rompeva il silenzio. Tra gli alberi contorti, intravidi una figura legata a un vecchio leccio. Indossava una casacca bianca, inzuppata e sporca, e i piedi nudi affondavano nel terreno molle. Un cappuccio rosso le copriva il volto. Tutto attorno, oggetti abbandonati: candele spente, petali strappati, brandelli di stoffa. Sembrava un rituale interrotto.

«Lilly!»

Un grido maschile ruppe la notte.

Mi avvicinai. C’era fango ovunque. E sangue, forse. Tra le foglie umide raccolsi uno zippo d’argento inciso, ancora caldo al tatto. Quello sarebbe bastato, forse. E questa volta nessun cedimento.

In pochi minuti, il bosco si riempì di rumori, voci, luce. Liberai Lilly. Tremava, ma era viva. I suoi occhi si fissarono nei miei come se cercassero una risposta. E io, per la prima volta dopo anni, sentii che potevo darla. Il suo sorriso timido fu la mia rinascita. Azzittì le voci nella mia testa. Salvai lei e me stesso dai sensi di colpa per tutti i bambini morti avvelenati dalla Terra dei Fuochi. Gli occhi grati di Lilly e dei genitori mi dicevano che non ero un fallito e che c’era ancora molto da poter fare.

“Supereroi. Solo io e te. Due gocce di pioggia che salvano il mondo dalle nuvole” cantammo insieme da quella notte io e Paolino, le voci che si univano in un’unica melodia. Era diventata la nostra canzone. «Mi dovrai insegnare a suonare la chitarra,» gli sussurrai, sentendo un nuovo desiderio nascere in me. Paolino sorrise, lo stesso sorriso sincero della prima volta. Un accordo perfetto. Ignazio, sull’uscio della bottega, si asciugò gli occhi lucidi con la manica, forse sentendo anche lui la vibrazione di inattesi accordi.

Check Also

Racconto Finalista – Ottava Edizione – 2025

QUATTRO QUARTI di Andra Martina   Io sono un orologio. Ogival, modello Fisk 9158, fabbricato …