Racconto Finalista – Ottava Edizione – 2025

ZONA B

di Luca Battisti

 

I camion vennero alle prime ore del mattino e poi tagliarono la campagna. A volte il mare sembrava avvicinarsi, altre pareva che anche il suo profumo sparisse e solo l’odore della polvere arrivasse alle narici. Era polvere d’Istria: quell’odore sapeva ancora di casa.
Alla fine i camion si fermarono tra le baracche. Le baracche erano allineate e non tutte avevano lo stesso colore. Suggerivano l’immagine di una città che ancora non si è formata, ma della città rappresentavano solo un’interminabile periferia.
Scesi dai camion restammo lì. Nessuno si affrettava a far scendere le masserizie e tutti ruotavamo lo sguardo attorno a cercare in mezzo alla ghiaia e al cemento qualcosa che ci desse la forza di iniziare a camminare.
Intanto i camion partivano e tornavano. Andavano di là del confine, prendevano gente dalle case e dai bordi delle strade e la scena si ripeteva.
Qualche faccia la conoscevo, così mi sembrava, ma il Campo a ognuno sembrava aver tolto la fisionomia.
Presto avemmo tutti per le mani una chiave nuova. Quelli che da più tempo erano arrivati ci fecero strada con la faccia distesa verso la nostra baracca.
«Abbiamo firmato noi, giusto? La domanda poteva essere ritirata, avevamo tempo per farlo, no?», ci dicevano. Allora non c’era motivo di tenere il muso. Il sussidio ci avrebbe aiutati a restare in piedi e poi il tempo cambia le cose. Intanto avevamo i buoni garantiti per due pasti al giorno: lo stomaco non ci avrebbe afflitti.
Volendo si poteva vivere anche così, senza aver nulla da fare, solo aspettando che i giorni si accatastassero l’uno sull’altro. E mentre lo dicevano io pensavo alla vacca lasciata nella stalla perchè alla fine non me l’ero sentita di farla fuori. Qualcuno l’aveva di sicuro già presa.
Dove adesso vedevamo baracche e latrine sarebbero sorti nuovi quartieri che ci sarebbero diventati familiari e che i nostri figli e i figli dei figli avrebbero sentito come casa.
Qualcuno mi offrì una sigaretta. Annusandola e sentendola nei polmoni capii che d’ora in avanti le mie sigarette avrebbero avuto quel sapore nuovo e che mai più avrei fumato il tabacco che vendevano al Dom.
Non so quale fosse migliore, ma l’idea di perdere un gusto, sia pure quello della miseria, ricorda che il nostro tempo si è chiuso per qualcosa.
Strinsi la chiave nel pugno e camminai con mia moglie, le robe scaricate strette forte tra le mani, come a tenere col pugno un animale che non vogliamo far fuggire.
La baracca aveva tre gradini da salire. Entrato rimasi in piedi, la porta chiusa dietro di me, senza sapere cosa fare. Osservai le nostre poche cose sparpagliate sull’impiantito. Vidi mia moglie con il fazzoletto stretto sotto il mento che si guardava attorno e lessi nei suoi occhi la mia stessa rassegnazione.
Ecco cosa saremo adesso, mi dissi. E sospirai alle spoglie assi di legno che ci circondavano e imprecai a quel vuoto e a quell’odore di vernice che esalava da tutto. Ecco, saremo questo odore, dicevo, che non ha memoria di niente e che significa tristezza e sconfitta. Mi sentivo già stagnante e anche mia moglie lo era.
Sedetti a terra nella baracca, le mani sulla testa cercando tra le robe sparse a terra qualcosa che mi ricordasse chi eravamo. Sentivo già quell’odore di niente intridermi i panni e passarmi sotto la pelle. Mi sentivo stantio.
Mentre stavamo lì senza parlare, un suono venne dalla finestrella e io pensai “Questa è l’Istria. Questa è casa”.
Aprii la porta e li vidi. L’uomo aveva lo sguardo che pareva quello di mio zio per come l’avevo visto l’ultima volta prima che sparisse e la mišnice cantava le canzoni che mi erano familiari.
La mišnice ha una sua voce profonda che parla di povertà e ricchezza. Non è una cornamusa qualunque. Ha il sapore del pane caldo e del mare che si increspa nel vento e porta con sé i colori dei filari di vite. Si porta dentro la mia Istria, tutta intera, senza compromessi.
Allora rividi la casa di pietra e il vecchio camino e, ascoltando la canzone, vidi negli occhi di mia moglie lo sguardo di quando, dopo l’aratura, le chiesi la prima volta se avrebbe voluto ballare con me.
Il suonatore capì e continuò la sua serenata.
«Barba, continua, continua e aspetta che son fuori», gli dissi, e corsi nella baracca a cercare quelle due bottiglie di vino che avevo portato con me e che mi ero promesso di bere solo quando non ce l’avrei fatta più.
Allora versai tre bicchieri e invitai l’uomo e mia moglie a bere insieme, noi tre.
Dentro il vino sentii il profumo di Umago e la terra umida di Valcuga e sentii il profumo di tutti i campi che avevo lasciato.
Il barba assaggiò.
«Malvasia», approvò e io feci sì con la testa. Allora riprese a suonare con gli occhi chiusi e casa tornò a farsi in mezzo alle baracche. La mišnice mi parlava dei giorni passati che non sarebbero tornati e mi prometteva nuovi giorni a venire che mi dicevano che io e la mia gente non eravamo morti e allora avevamo il diritto di ripartire.
Gli uomini sanno costruire confini, ma la musica ne sa più di noi. Non ha tempo per comprenderli.
Lei è padrona in una terra dove non esistono carte geografiche.

Check Also

Racconto Finalista – Ottava Edizione – 2025

QUATTRO QUARTI di Andra Martina   Io sono un orologio. Ogival, modello Fisk 9158, fabbricato …