Racconto 3° Classificato – Ottava Edizione – 2025

QUANDO SUONAVO IL BOMBARDINO

di Massimo Brusasco

Mi chiesi dove fosse il puzzo di sigaro e dove la parete ingiallita, quella  che faceva da cornice a un  televisore col tubo catodico che sembrava il reattore di un missile. E i posacenere traboccanti di mozziconi, dove stavano? E che fine aveva  fatto  il frigo dei ghiaccioli, con il prezzario consumato dalle ditate; che necessità c’era di rimpiazzarlo con questo catafalco con vetrina, a protezione di variegati al caffè e alla fragola che in niente somigliano ai gelati d’allora,  che pagavo in lire e costavano  poco più di un caffè? Già, il caffè. E quell’odore spesso, un misto di tostatura e di bruciato, dov’era svanito? Pensavo fosse un tutt’uno con questo locale che si chiamava bar Serenella e che ancora è nominato così, un olezzo invadente a cui il naso aveva fatto abitudine, anche quando si mescolava all’acido dell’ammoniaca che  Giovanni, nei dintorni dell’una di notte, versava sul pavimento, facendoci chiaramente capire che s’era in prossimità della chiusura e che dunque la nostra presenza era sì gradita, ma non così tanto.

Sapevo che Giovanni era morto, come Franco e Benito, gli avventori di tutte le sere: solito tavolino, solite sedie, solita partita a scopone condita da un rosario di improperi. Ma io, chissà perché, mi ero convinto che se ne andassero solo le persone. Invece, dal bar Serenella sono sparite  le cose. Il tubo catodico e i posacenere traboccanti, il frigo dei ghiaccioli. Per fortuna, i ricordi non li porta via nessuno e le emozioni non finiscono in discarica, dove probabilmente  hanno spedito  pure la foto del Corpo bandistico musicale Cesare Pittarello, il vanto del paese nel tempo che fu.

Non c’era 25 aprile che non s’esibisse, non c’era Primo maggio che non aprisse la sfilata di quei lavoratori che si lamentavano del lavoro  e dei disoccupati che si lamentavano della disoccupazione. Non c’era festa patronale che non rallegrasse con valzer arrangiati per tromba e clarinetto. E ai funerali era l’attrazione che precedeva il carro funebre. Con stanche marce sembrava dettare il ritmo della camminata   e, con le note profonde del basso tuba, anestetizzava  tanto il singhiozzare  dei parenti piangenti quanto il brusio di chi, in fondo al  corteo, indugiava in chiacchiere dedicate perlopiù  a vizi e virtù del poveretto nella cassa da morto.

Io nella banda stavo nelle retrovie, ma nella foto ero in prima fila, fiero della mia divisa rosso ruggine, con berretto che faceva tanto vigile urbano. La fotografia, nella zona del biliardo,  l’aveva incorniciata e  appesa Giovanni, anch’egli suonatore quando riusciva a convincere la moglie Rosetta a sostituirlo nel bar. Lui era quello che picchiava sulla  grancassa. Gli si chiedeva solo di non mandare fuori tempo il resto del gruppo; così, talvolta, più che battere accarezzava che quasi non s’avvertiva rumore.

Ecco perché il Corpo bandistico musicale Cesare Pittarello poteva permettersi di esibirsi senza grancassa. E senza Giovanni. Ma, nella foto, c’era anch’egli al mio fianco. Teneva  una mano appoggiata sul bombardino che impugnavo io. A chi non sapeva, spiegava che quello strumento l’aveva sempre suonato, poi però ci voleva fiato e, insomma, arrivati a una certa età,  si faticava meno  a reggere un tamburo che a soffiare in un ottone. Così diceva Giovanni il barista, quello dell’ammoniaca, quello che sosteneva che i coloranti erano il buono dei ghiaccioli, e che  a scopone una volta che uno fa il settebello è a posto per tutta la smazzata.

Dov’erano finiti quelli che giocavano a carte? Non pretendevo di trovare il vecchio Renato che probabilmente non era mai stato giovane, neppure Romolo che soprannominavamo Remolo. Però, almeno qualcuno che sapesse cosa fosse la primiera o una chiusura in mano… Nessuno. Chi giocava lo faceva davanti a un videopoker e bestemmiava contro un macchinario avaro e diceva che era quasi ora che pagasse e aveva voglia di   sferrare un pugno e aggrottava la fronte e digrignava i denti. Così, almeno, mi sembrava.

Mi guardai attorno stupito, che nemmeno Armstrong sulla Luna nel 1969, l’anno in cui io lasciai il paese. Non ricordo esattamente perché me ne andai. So che esclamai: “C’è il mondo oltre quei pioppi”. Mio padre non capì, mia madre mi stirò due camicie. Gli amici mi presero per matto, Giovanni si preoccupò della banda. “Tranquillo – gli dissi – che un suonatore di bombardino lo si trova sempre, e poi non è uno strumento fondamentale. Ma tu continua con la grancassa, che vai bene così”. Mi ringraziò, ma non mi vide più. Scelsi di andare oltre i pioppi. Ma oltre abbastanza, assecondando la voglia di libertà che, a quell’epoca, contagiava un po’ tutta la mia generazione. Ricordo d’avere pensato: “Stanno finendo gli anni Sessanta e la mia unica trasgressione è stato qualche eccesso col  Barbera”. C’era chi, a ragione o torto, si cimentava in qualcosa che profumava di rivoluzione e chi come me non s’era mai allontanato troppo dal bar Serenella, dal puzzo di sigaro, dall’olezzo di tostatura e bruciacchiato, dall’acre dell’ammoniaca.

Insomma, avevo la sensazione che fosse quasi  mezzogiorno e di stare ancora in pigiama.

Feci come certi soggetti che avevo visto nei film, promettendo a me stesso di campare con lavori saltuari, forte del fatto che noi di campagna siamo capaci a fare un po’ tutto, dal legare le viti al coltivare patate, dal pigiare l’uva all’armeggiare con cazzuole, martelli, pialle. E sapevo suonare, come tanti in paese, a parte Giovanni. D’altronde, d’inverno, quando la terra riposava, non c’era da aggiogare i buoi, compagni di giornate nei campi,  e il sole se ne andava all’ora della merenda, restava tempo per il diletto. C’era chi si perdeva nei libri, le donne erano solite ricamare e io, come tanti, approfittavo del maestro Teseo, che radunava i ragazzotti e li avviava alla pratica dello strumento. L’ingresso nella banda sarebbe stato la consacrazione, una patente non rilasciata che equivaleva all’annuncio  “sei diventato grande”.

Col Corpo bandistico musicale  Cesare Pittarello visto come un lusinghiero traguardo, era ovvio che ci si dedicasse soprattutto a tromba, clarino e sax. Come riuscirono a convincermi a suonare il bombardino non rientra nei miei ricordi e forse è meglio così.

Capii solo più tardi che c’era gente che schitarrava sognando l’America. Io, all’epoca,  soffiavo in un arnese  sperando di indossare una divisa rosso ruggine e cimentarmi nell’Inno nazionale il 25 aprile o strizzare l’occhio all’avvenente  ragazza  che, comunque, al ballo a palchetto della festa patronale, indugiava in mazurche con giovanotti che, al contrario di me, erano più attraenti che attrazioni. Le performance ai funerali parevano un  prezzo da pagare, perché un buon suonatore – mi assicuravano – è quello che sa regalare sorrisi ma anche accompagnare le lacrime, cosa peraltro di gran lunga  prevalente, perché il patrono si celebra una volta l’anno, mentre di sepolture abbondano i mesi.

La fotografia appesa da Giovanni venne scattata proprio dopo un funerale. S’era appena accompagnato al cimitero il figlio di un tizio che faceva il fotografo e che solo di rado veniva in paese. “E’ morto suo padre, stavolta ci sarà di sicuro: approfittiamone”. Disse così qualcuno. E aveva ragione. Chiamò tutti a rapporto, invitando a presentarsi con la divisa pulita e, possibilmente, la barba fatta di fresco. Giovanni non volle sentire ragioni dalla moglie: al bar ci sarebbe stata lei.

A funzione conclusa e morto tumulato, Erminio, il veterano del  sax contralto, avvicinò  il figlio della vittima: “Il servizio di oggi è gratis. Però ci devi fare una foto”. A quell’altro non parve vero risparmiare qualche migliaia di lire. Cercò uno sfondo idoneo, lo trovò nel muro del vecchio mulino: “Questo giallognolo esalta le vostre divise” disse. Fummo d’accordo e lo facemmo felice,  quasi come se suo padre fosse stato ancora vivo.

La sera in cui mi chiesi che fine avesse fatto la puzza di sigaro, domandai anche altro a un tale con la faccia da cittadino che stava dietro il bancone: “Scusi, sa mica dov’è finita  una  fotografia del Corpo bandistico musicale Cesare Pittarello?”. Non pretesi una risposta precisa, ma almeno qualche parola che non fosse indifferenza. Insistetti: “Ho abitato qui fino al 1969. Sono il figlio di Rosalba e Augusto… Le hanno mai parlato di Augusto il carrettiere? E’ ancora vivo sa?  Sta  alla cascina Volpone, con Rosalba e Tina”.

Il barista mi interruppe per dire: “Ah, sì, Tina. Mi pare che ci sia una che si chiama Tina in questo paese”. “E’ mia sorella”. “Ma noi non ci conosciamo”. “Lo so, manco da molti anni, ma stavo sempre al bar quando c’era Giovanni”. “Era mio zio, il fratello di mio nonno”. “Ah, quindi lei è il figlio di Giuseppino. Suonava nella banda anche lui.   Le avrà parlato, suo padre, di me. Io ero quello col   bombardino. Lo so, non è uno strumento importante, però in una banda che si rispetti ci vuole”.

S’avvicinò un tizio, fece un cenno col capo e si allontanò con un bicchiere di  rum. Arrivarono poi tre ragazze, una pareva reduce da una sfilata di moda, l’altra mi sorprese per le labbra tendenti al nero, la terza la ricordo per i pantaloni strappati. Pensai che, ai miei tempi, il bar non aveva mai visto una donna, fatte salve le eccezioni, come quando la moglie del Pietrino arrivò urlando perché il marito si dilettava  con le carte anziché stare nella stalla in attesa dell’imminente parto della mucca, operazione che avrebbe richiesto la presenza di almeno tre uomini robusti e di una corda, per legare la zampa del vitellino e favorirne la nascita. Sorrisi ripensando alle volte che mi toccò essere io, ragazzo, uno dei tre uomini.

Quando decisi di andare oltre i pioppi, di mucche gestanti non ne trovai più. L’unico legame col paese restò la musica. Viaggiai in treno e feci l’autostop. Raggiunsi luoghi  che ignoravo  e città dai nomi famigliari, ma un conto è sentirle raccontare  dalla televisione, un altro è calpestarne i marciapiedi, ammirando palazzi, locali e raffinate signore  che nulla avevano da spartire coi fienili, il bar Serenella e la Teresa e la Luigina della panchina del  rione Belvedere.

La curiosità prevalse sulla nostalgia. La voglia di recuperare il tempo perduto non mi permise di guardare indietro, né di ripensare a quel che avevo lasciato oltre la fila di pioppi, ma dall’altra parte. I pioppi, le mie Colonne d’Ercole.

Gli anni Sessanta stavano tramontando e, con loro, non volevo eclissarmi io. Suonavo, ma niente bombardino. Mica si può conquistare il mondo con uno strumento del genere. Molto meglio un’armonica a bocca: pratica, maneggevole, adatta  per esibizioni alle stazioni dei treni, nei crocicchi delle città e ovunque ci fosse festa. Non ebbi bisogno di chiedere soldi: arrivarono da soli, in quell’Italia che stava benino e che  desiderava crescere quanto io scoprire.

Poi, però, viene un giorno che, per una serie di motivi, bisogna tornare. Possono trascorrere mesi o, come nel mio caso, anni. Molti anni. Il giorno, però, arriva. E il nastro si riavvolge, e nel naso riaffiora  quel miscuglio di odori con i quali hai trascorso serate, e negli occhi i volti della gente di campagna che di giorno accompagnava i buoi e la notte tirava tardi con le carte, fin quando Giovanni non interveniva con l’ammoniaca dissuasiva. E nelle orecchie risuona la musica della banda,  il sodalizio  che trasformava operai e ruvidi contadini  in eleganti signori, con divisa rosso ruggine e cravatta adeguata.

Eravamo in una fotografia, appesa al muro vicino al biliardo. Eravamo io e i miei amici, accomunati dal senso di appartenenza, fieri di essere  quelli del Corpo bandistico musicale Cesare Pittarello, il vanto del paese..

Mi chiesi tante cose, quella sera che tornai al bar Serenella. Poi, al tizio con la faccia da cittadino e la poca voglia di chiacchierare, mi limitai a ordinare  qualcosa da bere. Vino. Fatto con l’uva, possibilmente.

 

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