CONCERTO PER LA MANO SINISTRA
di Maria Rosaria Fonso
Silenzio.
Non ricordavo più il sapore del silenzio. Sul campo di battaglia gli spari, le esplosioni, i lamenti, le urla trafiggono e annullano il silenzio che, quando arriva, intriso e maleodorante di affanno e di sofferenza, è solo foriero di panico, di angoscia, di morte.
Avevo scordato la quiete del silenzio buono, quello gustato sotto una coltre di stelle tra fruscii ed echi lontanissimi e discreti; la morbidezza del silenzio innamorato, che scende caldo tra due persone che non hanno bisogno di parole per le mani intrecciate; il balsamico silenzio del mattino che sta per nascere, sopra i monti, sul ciglio della pianura, sullo scorrere del fiume e sull’orizzonte del mare, ornato di trilli e di voli, punteggiato dal lieve gorgogliare dell’acqua; il mistico del silenzio al profumo di cera e d’incenso, respirato in penombra, col cuore aperto al colloquio con Dio e pronto a lasciarsi accarezzare dalla Sua presenza.
E poi questo silenzio, quello del pubblico che attende: la sedia che cigola, qualche soffocato colpo di tosse, i musicisti immobili appesi alla bacchetta del direttore. L’uditorio aspetta che l’orchestra cominci e che io mi riveli. È un’emozione che mi toglie il respiro, che arriva alla gola con appunti di paura, una paura perbene, che mi concentra e mi sprona a dare il meglio in questa sfida che ho lanciato e cercato io: suonare il pianoforte anche con una mano che non c’è.
Quando la musica scocca, gli arpeggi dei contrabbassi cupi e carichi di tensione mi trasportano là, dove la guerra non ha melodia ed è solo terra da attraversare grigia di fango, insidiosa e fredda e il controfagotto prima e i corni poi, esprimono il patimento del mio cuore. Le mie mani, vocate a generare motivi di armonia, erano state costrette a imbracciare un fucile, per scandire solo discordanti e caotici contrappunti di morte.
Chi vuole la guerra, che invade con violenza le vite e le terre altrui, non sa la scia di dolore, di distruzione e di orrore che lascia? Come può non averne cognizione dopo tanta Storia, che alla resa dei conti ha sempre dimostrato che nessuno vince e tutti perdono, soprattutto in umanità?
Quando tocca a me, parte determinata la mia mano orfana dell’altra, e preme sui tasti del pianoforte lo sgomento e la rabbia di un’anima, la mia, che non vuole arrendersi all’ insensatezza e aspira a risalire – pur se la memoria a tratti cade nelle note basse della tragicità – alla ricerca degli accenti più alti della vita, quegli sprazzi di azzurro che colorano anche il grigio della guerra. Risuonano nel mio intimo i piccoli grandi gesti umani e d’amore vissuti che hanno illuminato macerie, melma e trincee: le lettere che arrivavano da casa; il commilitone che condivideva con me il suo pane; l’abbraccio al soldato morente raccontandogli di casa e di giorni di pace; la ragazza incontrata al confine che portava viveri al nemico e che ho lasciato andare, il suo giovane sguardo prima terrorizzato, poi sorpreso, e infine grato con quella mano rossa di freddo, allungata a regalarmi un cartoccio di gallette e qualche scatoletta di carne, perché, amici o no, i miei occhi dicevano solo la medesima fame.
Sì! Vieni musica col tuo linguaggio universale a celebrare il sollievo di quegli attimi di umanità, a restituirmi il conforto della bellezza di essere persona che, anche se fiaccata dalla brutalità della guerra, sa ancora ridere e sorridere e provare tenerezza; aiutami a obliare le ore umide di freddo e di buio per liberare quella luce che ho dentro, che è dentro ognuno di noi, e che vuole brillare; tieni vivo quel bagliore che non si lascia offuscare o spegnere dagli stenti e dall’amara convivenza quotidiana con la paura, le sofferenze e l’orrore. Scandite percussioni i palpiti del mio cuore umano perché non si perda davanti alle afflizioni!
La mia mano si muove, procede sciolta sulla tastiera a inanellare la melodia impressa nella mia memoria dalla passione, dallo studio e dalla caparbietà: questa musica mi ridà respiro, mi restituisce le ali per volare oltre e più su, mi spinge a riappropriarmi del me stesso sognatore e musicista e mi conduce nella dolce poetica lentezza di un mattino sulla riva del mio fiume, tra larici, pioppi, e salici verdi che accarezzano l’acqua, con l’erba che si fa onda all’alito del vento. E mille gocce di sole brillano nel sommesso sciacquio, mentre la piccola lepre saltella verso la macchia e i gabbiani intrecciano i loro voli nel cielo. Quanta pace in questa pace!
Ma ora l’orchestra mi manda accenti e toni incalzanti e ancora mi assale vivissimo il ricordo di quei giorni, anzi, di quel giorno. Sento il duro ritmo dei miei passi grevi nella battaglia e duetto con lei un’assurda danza: gli uomini della mia truppa ed io, intimati a uscire dalla trincea, costretti ad attraversare uno scoperto saettato di spari e di esplosioni, per raggiungere un posto di vedetta. La corsa guardinga tra i radi alberi, diventa un terribile gioco dei quattro cantoni sotto il tiro dei cecchini nemici, un angosciante ballo collettivo con veloci cambi di passo e di posizione e a ogni metro avanzato c’è qualcuno che cade, chi con gli occhi rivolti al cielo, chi con la faccia nel fango.
Ma perché?! Mi chiedevo e ancora mi chiedo. Perché?!
Ed ecco che nel vortice della danza una fucilata mi centra, un fuoco mi azzanna la spalla, un dolore lancinante mi attraversa la carne e barcollo; per non cadere cerco appigli che non trovo, e piroetto fino a stramazzare sulla dura terra con lo sguardo agganciato alla più alta chioma frondosa dell’albero vicino, pervaso da un immenso desiderio di essere là sopra, lontano, lontano da questa guerra e da questo spasimo che mi fa perdere i sensi.
Quando mi risveglio, dopo molti giorni, non ho più il mio braccio destro; e non penso alla vita che ho salva, bensì cado in un pentagramma di tristezza e di disperazione per l’assenza tragica di quella mano. Un unico assillante fiaccante pensiero: non potrò più suonare, non potrò più soddisfare il mio sogno più grande. Mi vedo davanti solo giorni inutili e limacciosi come un’insensata e interminabile trincea.
E poi quella giovane infermiera, Rosa, che mi asciuga le lacrime, che mi sprona a mangiare e mi sorride comprensiva. Lei ha capito lo strazio che mi toglie l’appetito e la voglia di vivere. “È vero che non hai più un braccio, ma ti rimane comunque l’altro …” afferma un giorno, di certo pensando agli scempi nei corpi di altri soldati, ben più invalidanti del mio.
“Ma per suonare il piano ci vogliono due mani!” le replico accorato.
“E chi l’ha detto?” commenta sorridendo sincera “Mangia su!”.
Già, rifletto, chi l’ha detto?!
Un nuovo pensiero apre una breccia nella mia disperazione: perché non provare? Non potrò mai rinunciare alla musica. Si fa strada in me la certezza che la musica stessa mi verrà in soccorso.
Così sui tasti il suono da grave si fa più alto e leggero e rivivo l’ attesa della guarigione completa, quando inizio a elaborare mentalmente brani musicali adatti al mio problema. Il mio cuore si solleva e si innalza nella dolce euforia della speranza, nella riacquistata serenità che non tutto è perduto e che potrò superare da vincente quest’avversità: per il sogno della mia vita, per non soccombere alla guerra, per onorare tutti coloro che non ce l’hanno fatta, per tutte le notti insonni nel freddo e nella fame della trincea, per tutta la paura diventata odio verso altri esseri umani: dimostrerò alla guerra che non è riuscita a dominarmi e ad annullarmi!
Ma lei, come un drago ferito a morte, rialza improvvisamente la testa nell’orchestra che assale imperiosa il mio delicato ma risoluto tema di rinascita, e si impone prepotente a passo di marcia sul mio afflato di risalita e scaglia un’ultima tremenda scudisciata che conclude, nel finale risonante improvviso e inaspettato, la nostra lotta.
Dura un millesimo di secondo l’assenza di suoni che decreta il termine della nostra sfida, un silenzio attonito e carico degli echi delle ultime sferzanti battute, dove sembra che il drago abbia sopraffatto la mia aspirazione alla vita e alla pace.
Poi però, l’applauso scrosciante del pubblico mi inonda e mi dice che io ho vinto la contesa, che ce l’ho fatta egregiamente e che è la guerra ad essere stata sconfitta: so che posso, anche con una sola mano, suonare il pianoforte, emozionarmi ed emozionare, ricominciare a vivere pienamente nelle armonie della musica.
Ed è questa la mia più grande rivincita, il mio impegno e il mio trionfo; è questa la mia rinascita.
Bottega Letteraria Inter Folia Fructus