Racconto 2° Classificato – Ottava Edizione – 2025

LA CODA

di Daniele Rossi

(di un pianoforte, di una sinfonia, del…)

Il cielo si era andato progressivamente chiudendo in una uniforme macchia grigia, preannunciando l’evento, e al sopraggiungere della sera i primi fiocchi di neve cominciarono a cadere; dapprima lentamente, poi con sempre maggiore intensità, fino a diventare bufera. Dall’isolato casolare che sorgeva al limitare del bosco giungeva l’unico barlume di luce, fievole come un miraggio. Dietro a una finestra, un uomo di mezza età osservava lo spettacolo della natura. Pensieroso, con gli occhi persi nel turbinare degli elementi, accarezzava distrattamente la schiena di un gatto dal pelo scuro, pigramente raggomitolato sul davanzale. Non lontano da loro, su di un divano cremisi rivolto verso il camino crepitante, una donna dal portamento elegante, con le gambe raccolte a lato del corpo, era assorta in lettura. Ad un tratto, improvviso e prolungato, il suono del campanello riecheggiò nella stanza. Con un balzo, il gatto fuggì via, emettendo un rauco miagolio. Per un attimo, gli occhi della coppia si incontrarono, interrogativi; poi, superata l’iniziale sorpresa, l’uomo imboccò la rampa di scale che portava all’ingresso. Presa la lanterna, indossò la mantellina che pendeva dall’attaccapanni e uscì sul piazzale antistante il casolare. Brividi di freddo gli corsero lungo la schiena.

Due sagome scure, confuse nel vorticare della neve che continuava a cadere a grandi falde, erano rincantucciate nei pressi del cancello.

“Sia ringraziato il Signore”, si udì nell’oscurità. “Siamo frati… eravamo in cammino per il monastero di Sant’Erasmo quando siamo stati sorpresi da questo putiferio…”

La voce si perse, per qualche istante, nella tormenta, per poi riprendere: “Cerchiamo ospitalità per qualche ora, nella speranza che smetta di nevicare… Una cantina andrà benissimo… alle prime luci dell’alba, al più tardi, toglieremo il disturbo…”

Incerto sul da farsi, l’uomo percorse qualche metro lungo il sentiero d’ingresso; sollevò la lanterna cercando inutilmente di scorgere i volti nascosti sotto i sai imbiancati poi, raggiunto il grosso cancello, infilò la chiave nella serratura, aprendolo.

“Venite. Entriamo”, disse, “o ci prenderemo tutti un malanno”.

“Che il Signore vi benedica”.

Una volta in casa, richiusero in fretta la porta alle loro spalle.

“Sembra che il buon Dio voglia fare sul serio”, esclamò il frate più robusto, scrollandosi energicamente per liberarsi della neve che gli ricopriva il saio. “Comunque, vedrete, non arrecheremo disturbo…”

Poi, calatosi il cappuccio, rivelò un volto rubizzo, incorniciato da una cinerea folta barba sopra la quale risaltavano il grosso naso rincagnato e due cavernosi occhi scuri.

“Io sono frate Cerulfio, lui frate Giuberto”.

“Costantini, Werner Costantini”, disse il padrone di casa stringendo la mano del religioso e voltandosi poi verso il confratello, rincantucciato, immobile e silenzioso, nell’angolo più buio dell’ingresso.

“Oh, non ci faccia caso”, intervenne frate Cerulfio, intuendo la perplessità del loro ospite. Negli ultimi tempi frate Giuberto ha sofferto a causa di un brutto esaurimento nervoso. Il trasferimento nel nuovo convento pensiamo possa in qualche modo giovargli… aria buona, riposo, preghiera…”

Ciò detto, aiutò – con malcelata insofferenza – il confratello a liberarsi del cappuccio. Il volto imberbe del frate, quasi fanciullo, pallido e smunto da sembrare esangue, con lo sguardo perso in qualcosa che solo lui pareva vedere, colpì il padrone di casa.

“Ma… quello siete voi!?”, esclamò, ad un tratto, frate Cerulfio, indicando una delle fotografie appese alla parete. La stampa ritraeva una grande orchestra impegnata in una esecuzione concertistica e, in primo piano, il suo direttore con la bacchetta alzata.

“Sì. Sono un musicista. Compositore, direttore d’orchestra… In questa fotografia siamo a Vienna, alla Konzerthaus. “Qui”, continuò, proseguendo lungo il corridoio, “a Ginevra… Praga, Napoli”.

“Chi l’avrebbe detto”, commentò il frate visibilmente interessato. “Immagino sarete famoso!?”

“Be’, diciamo abbastanza conosciuto”, si schermì il maestro, sorridendo compiaciuto.

“È il destino che mi ha fatto bussare a questa porta. Lo sa, anch’io sono musicista… nel mio piccolo, intendo. Mi occupo dell’organo del convento; lo suono durante le funzioni; pezzi canonici, naturalmente, però, di tanto in tanto mi diletto a comporre qualche grazioso motivetto… Sempre per la gloria di nostro Signore, sia ben chiaro”.

“Davvero?!” commentò sorridendo il maestro. “Allora, si può ben dire che siamo colleghi. Venite, ho qualcosa che sarete sicuramente in grado di apprezzare”.

Precedendoli, guidò i due frati lungo la rampa di scale che scendeva nel seminterrato. Raggiunto un corridoio lungo il quale si affacciavano tre porte, il maestro spalancò la prima, mostrando una camera da letto in perfetto ordine.

“Questa è la sistemazione che posso offrirvi per la notte; dovrebbe esserci tutto il necessario… ma prima, permettetemi di mostrarvi una cosa”.

Ciò detto, aprì la porta situata quasi di fronte alla precedente, spostandosi di lato per permettere ai frati di affacciarvisi.

“Ecco, questo è il mio regno. Scusate il disordine, ma in questo periodo sto lavorando febbrilmente”.

Un Bosendorfer a coda, in lucido legno scuro, troneggiava al centro di una stanza illuminata dalla sola fiamma del camino. Fogli e spartiti erano sparsi un po’ ovunque.

Frate Cerulfio entrò a timidi passi, avvicinandosi al pianoforte. Lo osservò per qualche istante, estasiato.

“Posso?” disse poi. E senza attendere la risposta, fece scorrere le dita sulle lucide superfici dello strumento e sulla tastiera.

“Una meraviglia, non c’è che dire…”. Prese alcuni fogli pentagrammati dal leggio; li osservò con attenzione: “Vedo che state componendo…”.

“Sì. Sto cercando di portare a termine un lavoro a cui mi sto dedicando da più di un anno. Vorrei metterlo in cartellone quanto prima, magari già al festival di Spoleto del prossimo giugno, ma confesso di essere piuttosto bloccato, diverse cose, ancora, non mi soddisfano. Vedremo…. Ma adesso venite”, disse, cambiando discorso e riportando gli ospiti alla loro camera.

“Sarete sicuramente stanchi e vorrete rinfrescarvi. Fate pure come se foste a casa vostra. Io salgo ad aiutare mia moglie per la cena. Appena pronta vi avverto”.

“Per quanto riguarda lo studio…”, aggiunse, prima di imboccare la scala, “mi capita di lavorarci ad ogni ora del giorno e della notte, ma non preoccupatevi, è perfettamente insonorizzato; nel caso, non vi disturberò affatto”.

***

La cena sarebbe stata pronta nel giro di mezz’ora; Costantini stava scendendo ad avvertire della cosa i suoi ospiti quando dei suoni gli giunsero all’orecchio. Si fermò in ascolto. Gli bastò un attimo; qualcuno stava eseguendo brani della sua partitura. Precipitosamente, raggiunse il suo studio. La porta era socchiusa. Di schiena, con la testa nascosta dal cappuccio del saio, frate Cerulfio era seduto al pianoforte. Ciondolando con il busto, le sue mani percorrevano la tastiera con ampi e veloci gesti, di grande teatralità. Il frate più giovane, sdraiato sul pavimento accanto al focolare, sonnecchiava indifferente. Alla luce della fiamma sprigionata dal camino, la scena aveva un ché di irreale. Il maestro, esterrefatto, si fermò sulla soglia, ad ascoltare. A dispetto della maniera quasi rabbiosa con cui veniva eseguita, la musica scaturiva con estrema soavità, denotando un insolito virtuosismo da parte dell’esecutore. Ad un tratto, come se avesse avvertito la presenza estranea alle sue spalle, il frate interruppe la sua esecuzione. Lentamente, si alzò, scostandosi di qualche passo dal pianoforte. Infilate le mani nelle maniche del saio, abbassò lo sguardo – come fanno i bambini colti in fallo.

“Un’opera… davvero mirabile”, sussurrò, con voce cavernosa. “Mi sono concesso il privilegio di eseguirla, spero non le dispiaccia”.

Il maestro, accigliato, rimase in silenzio.

“Mi sono anche permesso”, continuò il frate, “di apportare piccole modifiche qua e là e di aggiungere una coda che, a mio modesto parere, non è affatto male… Ammesso che lei voglia prenderla in considerazione…”

Costantini era esterrefatto. Non riusciva a credere alle proprie orecchie. Quell’impiccione di frate, capitato lì da chissà dove, si era permesso di modificare e ampliare la sua partitura; la partitura di uno dei maggiori compositori viventi. Accecato dalla collera, non fece nulla per dissimularla. Accese la luce nella stanza e raggiunse il pianoforte. Prese i fogli dal leggio; li scorse in rapida successione: alcune parti erano state cancellate, altre modificate e una, finale, aggiunta. Incenerì con un’occhiata il frate – ancora in disparte, con gli occhi bassi -, poi, riportando lo sguardo sulla partitura, prese posto sullo sgabello stropicciandosi nervosamente le mani. C’era qualcosa, in quella disordinata successione di note, che lo colpiva e, al tempo stesso, lo turbava. Dall’alto della sua esperienza, non poteva certo ingannarsi. Cominciò a suonare, dapprima con titubanza, poi con sempre maggiore partecipazione. Man mano che procedeva nell’esecuzione la rabbia andava progressivamente stemperandosi, finché la melodia prese il sopravvento, coinvolgendolo totalmente. No, non si era sbagliato. I ritocchi apportati dal frate non solo erano mirati e pertinenti ma, in qualche caso, anche eccezionalmente migliorativi. Arrivò al finale. Lo eseguì, ormai completamente rapito. Lo riprese; una, due, tre volte, poi si arrestò, lasciando scivolare le mani sulle gambe. Rimase in silenzio, per qualche istante. Magnifico, pensò. Era semplicemente magnifico. Quella coda rappresentava la degna conclusione di ciò che ora si poteva tranquillamente definire un capolavoro.

“No. Non ci credo”, disse, poi, volgendosi al frate. “Questa non può essere opera di un occasionale suonatore di organo”.

“E invece è proprio così, mi creda”, lo rimbeccò il frate, riprendendo confidenza. “Assoluto dilettantismo. Ma forse noi religiosi possiamo contare su di un’ispirazione che proviene da ben più in alto…” E così dicendo, sollevò le mani e gli occhi al cielo.

“In ogni caso, non posso certo accettare questo suo intervento, per quanto valido sia… A meno di non far comparire anche il suo nome accanto al mio, come coautore”.

“Oh, no, no. Non a questo tipo di fama aspiriamo noi umili servitori del Signore”.

“Certo. Ma capirà che la mia coscienza mi impedisce di spacciare per mio ciò che non lo è”, replicò il maestro, alzandosi dallo sgabello.

“Non si faccia scrupolo. Siamo qui da soli, lei ed io; i miei contatti con il mondo sono così rari, così frugali… chi crede che possa mai venire a conoscenza di questo nostro piccolo segreto?!”

È vero, pensò tra sé il maestro. Quando il frate sarebbe stato nuovamente inghiottito dal suo monastero, nessuno al mondo avrebbe potuto contestargli la paternità di quella meraviglia. L’idea cominciava in qualche modo ad allettarlo.

“E come potrò mai sdebitarmi?” chiese, infine, stringendo tra le sue le gelide mani del frate.

“Oh, lo state già facendo, ospitando me e il mio confratello. Poi, chissà, da qui alla nostra partenza potremmo approfittare ancora della sua cortesia… e di quella della sua signora, naturalmente…”

A quelle parole, la fiamma nel camino ebbe un sussulto, ma nessuno parve farci caso.

Non ci fece caso il giovane frate che, pur nell’apparente torpore del sonno, in quelle fiamme, da tempo, ormai si contorceva. Non ci fese caso il grande compositore, tronfio e vanaglorioso, che in quelle stesse fiamme si sarebbe ben presto dolorosamente trovato a dibattersi. E non ci fece caso, di certo, frate Cerulfio, che di quelle fiamme tutto sapeva, essendone l’anima e l’ispiratore, e proprio lì, nel perfido viluppo di quelle fiamme – per il tormento di quelle povere vite – aveva forgiato il diabolico anagramma del suo nome: LUCIFERO.

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