IL DONO
di Silvia Piccollo
Mamma e papà cantavano sempre; dal sedile posteriore della 1100 familiare rinominata affettuo-samente ‘la vecchia Carmela’, ascoltavo le loro voci duettare intonando per terze ‘va il balen con la balena’ (libera interpretazione della celeberrima ‘va l’alpin sull’alte cime’), e mi ritenevo estre-mamente fortunata perché, al contrario della bella addormentata che il canto aveva dovuto riceverlo in dono dalle fatine (per secondo, dopo la bellezza), anche se con la bellezza non mi era andata benissimo il canto lo avevo sicuramente ricevuto in eredità, senza neanche bisogno di scomodare una fata.
In effetti, conquistarlo era stato relativamente facile: la mia piccola voce si era lasciata plasmare con una certa docilità: alla fine degli studi musicali consideravo il mio livello tecnico più che soddisfacente, ritenendomi assolutamente degna di accedere all’Olimpo dei Cantanti con la C maiuscola, per naturale propensione e conclamato merito; nulla di più ovvio.
Nulla di più sbagliato, ovviamente.
Il canto, al pari di qualsiasi talento artistico, ti illumina la vita e ti regala gioie inenarrabili finché non tenti di renderlo uno strumento di lavoro. In quel caso, ‘il dono’ diventa un amante spietato, ti seduce con la sua bellezza ma ti lascia e ti riprende quando vuole; passi metà della vita a tentare di tenerlo sotto controllo e l’altra metà a tentare di recuperarlo quando sparisce; senza non vivi, ma da solo non ti basta per vivere, e ti costringe a continui compromessi con il resto della tua vita.
Ciononostante, faticosamente, fortunosamente, alla fine c’ero riuscita, a conviverci: ce l’avevo fatta per 25 anni buoni.
Poi, il mio dolce sposo era passato serenamente a miglior vita, portandosi via metà della mia gioia di vivere e quasi tutta la mia voglia di cantare.
In quel piovoso mattino di primavera non sapevo proprio che fine avesse fatto, il mio sospirato amante; non era che uno sbiadito ricordo e mi chiedevo: perché, ma perché mai l’ho inseguito così tanto?
“Hai un dono” mi avevano ripetuto per tutta la vita.
Un dono… Ma perché? E soprattutto, per chi?
Maria Luisa mi aspettava al bar, con un occhio bendato e un cappuccino davanti, ma quando l’ho chiamata a voce alta ha sobbalzato, sorpresa.
– È ancora presto, vi aspettavo tra un’ora!
Sono in divisa arancione, piove e ho l’auto di servizio appena fuori dalla porta; da quando presto servizio volontario so che può succedere, che mi si può vedere così: io sono ‘la Croce Verde’, non una persona.
Potrebbe aver ragione, quindi controllo: no, l’orario è giusto. Maria Luisa è agitata, aveva previsto di far colazione e soprattutto fatica ad ammettere di aver sbagliato.
– Non c’è problema – dico io – faccia con calma!
È una donnina molto anziana, esile ma non priva di autorevolezza – Ma non ho fatto niente di male no? Mica ho creato problemi, il cervello ce l’ho ancora buono!
Ingurgita un pezzo di brioche e si accinge a seguirmi. – Tu chi sei? – chiede ancora un po’ contrariata – Silvia, sono una volontaria.
Si acqueta improvvisamente, succede sempre alla parola ‘volontaria’.
– Grazie – dice sorridendo – ti chiami?
– Silvia.
Sale in auto, sembra rassicurata; ha voglia di chiacchierare, in capo a due curve so già tutto sull’ope-razione appena subita e sulla visita di controllo che la porto a fare.
– E tu nella vita cosa fai? … Scusa, ti chiami?
– Silvia.
Le accenno al mio vivere di musica, di lezioni di canto e qualsiasi cosa capiti a tiro in qualche modo inerente, e Maria Luisa si scioglie completamente, la sua mente si apre in un fiume di ricordi: – Io sono una pianista!! Ho insegnato tutta la vita in un sacco di scuole, avevo anche allievi disa-bili… Ma come si fa a insegnare ancora? Non sono così vecchia il cervello ce l’ho ancora buono!
Non posso risponderle, ma mi intenerisce molto; il resto del viaggio si consuma in una ricerca di memorie comuni: nomi di colleghi musicisti divenuti famosi, di occasioni mancate, di spettacoli e concerti memorabili.
L’ospedale di sabato è incredibilmente deserto, la visita viene effettuata in breve ad opera di un medico sorridente e carino (avrà poco meno della mia età e ci fantastico sopra, gli lancio uno sguardo che non raccoglie) e Maria Luisa ne è felice, ne tesse le lodi mentre cammina appoggian-dosi al mio braccio. A pochi metri dall’auto parcheggiata si ferma improvvisamente, mi guarda seria in viso:
– Perché non scappiamo via?
– Dove vuoi andare, Maria Luisa?
– Ovunque! Da qualche parte…
Di nuovo, non le rispondo. Maria Luisa capisce, sembra rassegnata: non c’è luogo dove fuggire, se non con la mente.
– C’era una aria che amavo tanto – mi dice riprendendo il cammino – Lascia ch’io pianga…
La conosco bene: Haendel, è una delle arie più belle che siano mai state scritte.
Istintivamente accenno le prime battute cantando in voce, e Maria Luisa si paralizza. Siamo nel garage dell’ospedale, la voce rimbomba amplificata come in una cattedrale.
Mi guardo attorno, non c’è nessuno.
Canto.
Il suono mi sgorga pulito e chiaro, ne godo quanto godo della bellezza della melodia: il mio canto mi dà piacere, non lo provavo da secoli.
Alla fine della mia breve esibizione, riprendo il braccio di Maria Luisa e mi accorgo che mi guarda come avesse una visione mistica: – Che… che bella voce …!
Non parla per quasi tutto il viaggio di ritorno, tiene gli occhi chiusi tranne in qualche momento in cui sofferma lo sguardo su una magnolia in fiore o sugli sbuffi di nebbia che avvolgono le colline dopo la pioggia.
– Sai, il tuo canto mi risuona ancora nell’anima, me lo porterò dentro per sempre.
Non riesco a dir nulla, le prendo la mano che tiene sul petto e la stringo a lungo, mentre mantengo la guida con la sinistra che è rimasta sul volante.
– Ti voglio fare un regalo, come tu lo hai fatto a me – e una volta arrivate, appena scesa dall’auto coglie un ciclamino dal vaso sulla finestra di casa sua e me ne fa dono.
Un dono, per un dono.
Ecco, ecco perché, e per chi.
Bottega Letteraria Inter Folia Fructus
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