Racconto 2° Classificato – Quarta Edizione – 2021

COME IL VENTO PER LE FOGLIE

di Gianni Gandini

 

 

Sei seduta sulla carrozzina e sembri inarcarti sempre più. Di Teresa, della splendida Teresa che sei stata, non rimane che un’anziana signora disorientata, confusa, che passa le sue giornate tra il letto e la sedia a rotelle.

Ci sono tuttavia giorni nei quali ti trovo lucida e serena. In quei rari momenti dove i ricordi del passato riaffiorano intatti, ti commuovi e ti emozioni come se fossero appena accaduti.

«Ciao, come stai?»

«Io bene. E tu chi sei?» mi chiedi mettendomi a fuoco.

«Sono Clara, tua figlia.»

«Non ho figli, ragazza mia, ma solo un fidanzato. È lui il mio fidanzato», dici indicando il signore al tuo fianco.

Non so decifrare questo tuo nuovo sguardo, come se non ci fosse più nulla sotto quei riccioli bianchi. E invece so che te ne vai da qualche parte per poi tornare all’improvviso, come se nulla fosse successo.

«La vuoi sentire una storia?»

«È una bella storia?» mi chiedi.

«Come quella di un film.»

Devo stimolare la tua memoria con episodi, racconti, immagini. É importante, come dice la dottoressa del centro, perché hai bisogno di non perdere quel poco che ti è rimasto. Ti accarezzo i capelli con un gesto simile al tuo quando ero piccola.

«È una storia di una straordinaria donna che ancora con il buio, spezza il silenzio dei campi con la sua voce, Dòni zò, per dare inizio al suo lavoro e a quello delle altre mondine. Giovane, bella, ha sempre voglia di scherzare. Sembra non stancarsi mai, né della schiena piegata sull’acqua, né dei tafani che la pungono continuamente nonostante le calze pesanti. Ma ciò che incanta, oltre alla sua luminosa bellezza, è la splendida voce che porta il ritmo del lavoro. Cara la mè mama me mè pias Giuan, Cara la mè figlia spéta ancora un an, Ah no ancora un an…E dopo la risaia, torna a casa, stanca come un asino, e come un asino Amedeo la fa lavorare ancora, Amedeo, che non è suo padre, perché i suoi li ha persi in guerra e cosa le sia successo in guerra lo sa solo lei, che non ha mai voluto raccontarlo a nessuno, così come non ha mai voluto raccontare come sia finita da Amedeo e sua moglie. Lei non è come le altre, ha un carattere ribelle, vuole uscire, divertirsi, andare nelle feste dell’aia, dove c’è Ernesto.»

«La fisarmonica di Ernesto. Allora sono io la storia.»

«Sì, Teresa, sei tu. Lui suona e tu canti, lui ti bacia e tu contraccambi, lui promette di portarti via, ma se ne va senza di te, lasciandoti alle botte di Amadeo, per il disonore nel quale lo stai trascinando. Se nessuno mi porta via, dici, me ne andrò da sola, perché non ne posso più di camminare come un gambero, e sono stanca di riso e fagioli, fagioli e riso, io voglio cantare, voglio vivere la mia vita e cercare fortuna. Alla stazione aspetti il treno, quattro cose in una valigia e il cuore che batte per l’emozione, ma Amedeo ti riprende e sono altre botte. La tua voce libera e luminosa, capace di mille sfumature, non può restare a lungo confinata tra le mura di casa. L’idea brillante ti viene durante una passeggiata organizzata dalla parrocchia. Si sa che in fondo alla fila ci sono quelli che hanno voglia di cantare. È così che fai nascere un coro di sole donne, Il Coro delle foglie al vento perché le foglie non cadono mai, nemmeno d’autunno. È il vento che le stacca, ma non le lascia cadere per terra. Le porta in giro, così loro vedono il mondo. E come una foglia al vento riesci a volare via, a scappare finalmente da Amedeo e cercare fortuna in città. Poi sono nata io, un dono inaspettato, un lampo improvviso, e senza un padre vicino. Come non ne ho avuto bisogno io, dicevi, non ne avrai nemmeno bisogno tu. Così siamo cresciute insieme, abbiamo riso, litigato, sofferto insieme. E io imparavo da te, ti spiavo, ti imitavo, nella voce, nel modo di muoverti, nel vestirti. Sopra il palco, insieme alle altre bambine, ho iniziato a rincorrere le note del pianoforte, incespicando e scivolando sulle battute. I tuoi occhi tra il pubblico mi hanno spesso rimproverato, ma i tuoi baci in camerino mi hanno consolato, incitato e spinto a migliorarmi.»

Entra l’infermiere con il carrello delle terapie.  Con l’operatore che lo raggiunge, ti sollevano e ti mettono a letto, mentre ti lamenti debolmente per il dolore.

L’infermiere trita le compresse, perché non riesci ad assumerle intere, prende uno yogurt e te le mischia dentro, prima di somministrarle. Alza le imposte quel tanto da far entrare un po’ di luce, prende ago cannula, laccio emostatico, cerotti, batuffolo cotone e disinfettante. Prepara la soluzione fisiologica collegata al deflussore, si avvicina con il laccio emostatico e cerca una vena nelle tue magrissime braccia.

«Tutto bene, Teresa?» chiede lui.

«Mi toccava», dice, «ma non mi ha mai fatto male.»

«Chi ti toccava?»

«Il tedesco.»

L’infermiere sorride, recupera le sue cose ed esce dopo avermi salutato.

«Chi ti toccava, mamma?»

Mi guardi diritto negli occhi, prima di continuare.

«Il tedesco che mi ha salvato dagli altri tedeschi.»

«Ti ha salvato un tedesco?» chiedo incuriosita. «Quando, durante la guerra?»

«La mia casa è appena fuori paese», dici girando lo sguardo verso la finestra. «Hai mente la strada che poi porta sotto il fiume? Appena comincia la strada, noi stiamo lì. Sto giocando con Angela, mia sorella. È bellissima, Angela, i capelli lunghi, gli occhi chiari. È più piccola di me, un paio di anni, ma si va molto d’accordo. Stiamo giocando alla palla, in cortile. Mio padre e l’altro mio fratello stanno facendo la legna in cortile, mentre mamma prepara la cena. Sappiamo che i tedeschi sono in giro, a volte li si incontra nei campi, ma loro sono lì da giorni e si spostano da una parte all’altra, fino a dietro la montagna, dove si sparano con i partigiani. Ci ignorano, i tedeschi, fino a quando non diamo ristoro ai partigiani o ci rifiutiamo di dar loro qualcosa da mangiare. Allora sì che si arrabbiano e diventano pericolosi. Sentiamo diversi spari lontani, in paese, ma spesso succede. Da noi, nella nostra casa, non è mai venuto nessuno. Sappiamo delle cose perché ce le raccontano in paese e ci sentiamo tranquilli, per quanto questo sia possibile. Quando Angela butta la palla nel fienile vado a prenderla, ma mi fermo sulla porta della stalla, perché vedo un gruppo di tedeschi che sta parlando con papà e Federico, mio fratello grande. Te lo ricordi Federico?»

Annuisco e mi siedo vicino a te. È la prima volta che mi racconti dei tuoi genitori.

«Quando uno di loro spara a papà, lascio cadere la palla e mi metto la mano sopra la bocca. Faccio segno ad Angela di raggiungermi, ti prego Angela, vieni qui, nascondiamoci, ma lei niente, è come paralizzata, non viene da me, e non rientra nemmeno in casa. Sta lì ferma e io dalla paura mi faccio pipì addosso. Angela, vieni qui, subito. Federico urla contro i soldati, li spinge, ma quelli sparano un’altra volta. Colpiscono Federico alla pancia, che cade sulle ginocchia e si porta le mani dove sta uscendo il sangue. In quel momento un altro soldato fa partire un colpo che entra nella testa di mio fratello. La mamma esce gridando, ma non le permettono di arrivare vicino a papà e Federico. La uccidono prima. Cade, dice qualcosa mentre cerca di rialzarsi, ma poi cade di nuovo. Mi tremano le mani, le gambe, non è vero, mi dico, sto solo sognando. Vieni qui, Angela, ti prego, non stare in mezzo al cortile. Ti faranno male. Vieni da me, piccola mia, vieni qui, sorellina.»

Non oso immaginare il seguito.

«E Angela ti ha raggiunta?»

I tuoi occhi si inumidiscono. Scuoti la testa.

«È bella Angela, gli occhi chiari, ma chiari chiari, sembrano trasparenti, i capelli lunghi, lucenti. Ride spesso, una risata lunga e contagiosa. Quando vedo che i tedeschi si avvicinano a mia sorella, mi prende una paura che non riesco più a controllare. Scappo sopra il fienile e quando sento lo sparo è come se avessero sparato anche a me. Lo so che quel colpo l’ha uccisa. Ha ucciso la mia sorellina. Sai che ci sono delle notti che lo sento ancora il rumore di quello sparo? E sento male, così male che sembra davvero abbiano sparato a me. Sopra il fienile c’è una botola degli attrezzi. Mi nascondo lì e aspetto. Aspetto, passa un’ora, due, e mi dico, se ne sono andati, non sento più nessun rumore, se ne sono andati. Invece la botola si apre e lui, un tedesco, è lì davanti a me, con il fucile in mano. Ora mi spara, mi spara, ma non succede niente. Mi guarda a lungo, senza dire una parola e poi se ne va, richiude la botola, mettendoci davanti qualcosa, perché io non riesco più ad aprirla. Te la ricordi la botola sopra il fienile, dove papà ci mette gli attrezzi?»

Annuisco, anche se non ho mai saputo quale fosse la casa dei tuoi genitori.

«Certo, me la ricordo, mamma. E poi cosa è successo?»

«Il giorno dopo il tedesco torna con qualcosa da mangiare, si infila nella botola e si siede vicino a me, iniziando a parlare. Sono spaventata, temo mi faccia del male e non capisco nulla di quella lingua. Torna tutti i giorni, si siede vicino a me, ha i capelli biondi, quasi gialli, gli occhi chiari. A volte mi prende la mano, parla, parla e poi esce e blocca la botola. Durante un incontro mi abbraccia e tenta di baciarmi, ma il terrore che legge nei miei occhi lo blocca, così torna a sedersi. Non capisco cosa voglia. Sono poco più di una bambina. E lui un ragazzo di una ventina d’anni. Forse si è innamorato di me o sono semplicemente qualcosa che lo distrae dagli orrori della guerra. Io invece lo odio, vorrei ucciderlo. Lui e gli altri hanno sterminato la mia famiglia. Poi non lo vedo più, così, da un giorno all’altro. Non riesco ad uscire dalla botola, chiusa dall’esterno e ho paura di morire lì dentro. Spingo, urlo, mi dispero, ma niente, non riesco a uscire. Al limite delle forze e senza più speranze, qualcuno apre la botola, ma non è lui, è Agnese, la maestra. Lei sa che non sono morta, ne ha la certezza, e mi cerca dappertutto, in ogni angolo del paese. Si ricorda della botola del fienile, ma non ci crede nemmeno lei che sono chiusa lì dentro. Mi abbraccia forte, mi chiama continuamente, Teresa, Teresa, mi dice, accarezzandomi, che paura che ho avuto. E io finalmente piango tutte le lacrime che mi sono rimaste dentro, per me, per i miei genitori, Federico e la mia sorellina. Sono rimasta sola, ma invece di mettermi in istituto mi lasciano da Amedeo e la moglie. Loro non hanno figli e così posso dare una mano in casa e per il lavoro. Meglio che l’istituto, mi dice la maestra. Certo, ma loro non sono il mio papà e la mia mamma. E senza la mia famiglia, senza Angela, la mia vita non è più la stessa.»

Fatico a trattenere le lacrime.

«Lo sai che canto, vero?»

«Sì, Teresa, lo so. Sei una brava cantante. E voglio che tu sappia che io sarò sempre qui vicino a te, e sentirò ogni tuo respiro, ogni tuo pensiero, perché tu sei la mia mamma, Teresa, la mia mamma.»

«Ma io non figlie, cara, ho solo un fidanzato. E presto ci sposeremo.»

«Sono tua figlia. Tua figlia Clara.»

Mi guardi ancora con attenzione.

«Non sei mia mia figlia, angelo mio, no.»

Sorrido dopo averti accarezzata nuovamente. Forse hai ragione tu, non sono tua figlia. Sono il suono incantevole della tua voce, la bellezza che hai generato, la grazia che sei stata. Sono gli sguardi e i sorrisi, le merende in giardino, le foto condivise, i messaggi al telefono. Sono le nostre amate poesie, i morbidi abbracci, il suono del pianoforte, il profumo dei tuoi vestiti.

Ecco cosa sono, Teresa, quello che abbiamo ballato, immaginato, respirato. E solo continuando il tuo canto avrò la certezza di non perderti, perché mi basterà pronunciare il tuo nome, liberare la mia voce, e come una foglia al vento che non vuole cadere, tornerai nuovamente da me trasformandoti in musica.

 

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