Racconto 3° Classificato

 

Il turno di notte

di Sara Galeotti

 

Nel silenzio irreale di una sera di fine estate, respiro tramonto e polvere. Sulla banchina siamo in tre: un cane giallastro, inselvatichito dall’abbandono; un ragazzo storto, che ogni cinque minuti mi apostrofa Marocco, ce l’hai uno spino? ed io. Potrei rispondergli – in un italiano passabile, per altro – che non sono marocchino, ma non servirebbe a nessuno: non a lui, che asseconda, ondeggiando, invisibili fantasmi; non a me, perseguitato da un destino di rondine.

La prima volta in cui ho visto il mare, m’è parso un prato verde. Sotto le stelle sbiadite dell’alba, esalava un odore muschioso, aspro e triste come le nostre pelli bruciate da una marcia infinita. Il futuro aspettava là dove il riverbero trasformava l’acqua in oro e sale. L’orizzonte sfumava nel fuoco che bruciava gli occhi, se solo osavi fissarlo troppo a lungo. Nessuno di noi, però, voleva piangere, perché le lacrime sono il sangue della nostalgia e, se cedi a certe emorragie, duri forse un giorno in più, ma ti perdi ugualmente.

«Africa, per favore… Una cicca, almeno?»

Africa. Se chiudesse gli occhi, capirebbe che l’Africa è ovunque. Che anche questa è Africa: una stazione abbandonata nel niente viscoso di un ferragosto padano; polvere come cipria a coprire l’infinita attesa di un treno forse troppo stanco per passare. Troppo lento. Troppo pigro.

A fatica inghiotto una risata tragica: arriviamo per mare inseguendo un miraggio di velocità. Com’è che ci areniamo tutti sulla banchina dei sogni spenti?

Consumati dal sale, parlavamo di come sarebbe stato, oppure tacevamo, perché il verde era diventato azzurro, poi nero. Sulle nostre teste, le stelle bastavano appena a illuminare le cicatrici di una vita dismessa come un vecchio paio di scarpe.

Non fuggivo per fame. Non avevo un cugino da raggiungere a Berlino, un fratello a Parigi. Non volevo il vostro lavoro, né le vostre donne pallide. Volevo rendere orgogliosi i miei genitori, senza doverne pagare il prezzo. Ma la libertà, purtroppo, un prezzo ce l’ha sempre: è il sangue che versi, il sangue che dai; il coraggio con cui resti uomo, là dove la violenza somiglia alla sabbia e pare un male necessario e inevitabile.

***

Per la gente del villaggio ero il figlio dell’ostetrica. Senz’altro mai avrei pensato di diventare medico se non avessi conosciuto durante l’infanzia l’odore metallico del sangue e quello, acidulo, del primo latte.

Aveva un brutto carattere, mama, ruvido e sbrigativo, ma alla vita guardava con rispetto e non si limitava a chiamarla nel mondo: la accompagnava. Nei suoi gesti lenti, consumati dall’abitudine, respirava il senso dell’inizio e quello della fine.

Qualcuno ha scritto che cominciamo a morire proprio il giorno in cui nasciamo. Mia madre era analfabeta, ma non le sue mani, pesanti nel punire, delicatissime nel darti il benvenuto.

Su quei palmi inaspettatamente morbidi, lavati dal sangue di mille inizi, ho scoperto il mio futuro prima di saperlo leggere: avrei difeso la città costruita da mama in anni e anni di quotidiana fatica. Una fortezza di volti e speranze che mai avrebbe dovuto accontentarsi d’essere un’ipotesi, nel mondo, ma impegnarsi a restarvi come promessa.

***

Quando i Séléka attaccarono N’Délé, il sogno era a un passo dal diventare realtà. Studiavo sodo, consapevole di un’ambizione che pesava sulle spalle di un’intera comunità. Ero il figlio intelligente, la benedizione del villaggio, diceva mio padre, secco come un ramo e torto come i nostri alberi stremati dal vento e dalla sete. A me – sapeva. Sperava – non sarebbe toccata la polvere di una terra consumata.

A Bangui, della guerra, giungeva ancora appena un’eco fioca. Chi sparava, mi dicevo, non ci somigliava. Avevo vent’anni, del resto, e a quell’età t’illudi che la morte sia giusta, se non ne hai mai avuta esperienza. Puoi nascere in Africa e abbandonarti comunque a questa convinzione, perché sotto la pelle nessun continente è davvero nero, solo carne e sangue di uomo.

***

Accadde di martedì, un buon giorno per il turno di notte.

Non toccava a me. Se Obasi non mi avesse domandato di sostituirlo, con ogni probabilità, avrei avuto un futuro diverso. È stato il Caso, allora, a rubarmi la vita? Forse. O forse a quel caso dovrei dare il mio nome – e non fu furto, ma regalo.

Il tempo colava mercuriale, mentre scrivevo ai miei genitori. Poche parole, oneste e semplici, come la fatica con cui le avrebbero compitate, salvo poi impararle a memoria per recitarle sicuri davanti all’intera comunità. Raccontavo loro della città, del lavoro in un ospedale vero, dove non c’erano né polvere né capre a ogni angolo; dove tutto odorava di cloro e le nascite erano numeri di una statistica, non quotidiani miracoli.

Poi, all’improvviso, qualcosa di freddo mi accarezzò la nuca.

Non avevo mai visto un’arma, ma la memoria della pelle anticipò l’esperienza che mi mancava. Deposi la penna. Alzai le mani. Lo sconosciuto aveva la sclera rossastra degli insonni o dei disperati. Il compagno, al suo fianco, schiacciava sul ventre un involto sudicio.

«Aiutami», disse.

Indossava la divisa dei ribelli, ma singhiozzava la preghiera di tutte le vittime.

Oggi è facile dire che avrei dovuto opporre un rifiuto alla minaccia; ch’ero un ragazzo abbastanza robusto da disarmare l’altro con facilità e, altrettanto facilmente, volgere lo sguardo altrove, senza deviare dal sentiero luminoso delle mie ambizioni. Nell’ora buia che precede l’alba, tuttavia, preferii compiere la scelta giusta e prendere la decisione sbagliata.

Lo medicai: non per paura, non per pietà, né scommessa, ma perché della vita bisogna aver cura sempre, ignorando colore e bandiere. Tanto, sotto un velo di stoffa o uno strato d’epidermide, ci somigliamo tutti, come tragici gemelli.

***

Come seppero quel che avevo fatto? Chi mi denunciò? Un collega invidioso, un’infermiera lealista? Mi vennero a cercare comunque: ancora una volta di notte, ancora una volta in due. Mutava solo il colore della divisa.

Mi spogliai del camice prima che potessero chiamarmi ‘traditore’ e incriminarmi nel nome di una legge che non riconoscevo, poiché quella appresa dalle mani di mia madre somigliava pochissimo al loro ‘diritto’.

La fuga era l’unica scelta plausibile, dunque scappai: scappai e piansi durante tutto il viaggio fino al villaggio, ma lì arrivai asciutto, come il dolore con il quale mi confessai.

Le tue mani, mama, sono fatte per sostenere, perché chi nasce sia accolto, mai abbandonato.

Le mie, per salvare. E non è questione di fazioni o di principio, solo di riflessi.

Nello specchio voglio vedere un uomo, non un leone con la mia faccia.

Muta, la pena di mio padre gridò in un unico gesto: nel pugno mi depose un grosso seme nero. L’eredità di una terra avara, ma in cui la vita vince comunque. Malgrado tutto.

***

«Africa, ma chi ti credi di essere, eh? A startene lì, zitto zitto, sulle tue…».

Il ragazzo storto sputa sui binari, poi siede al mio fianco, mentre una voce registrata gracchia: ‘L’Intercity sei uno zero per Bologna Centrale è in arrivo al binario tre con un ritardo di venticinque minuti’.

6.1.0. Quasi un messaggio in codice per entrambi.

Per chi non è più nessuno e aspetta un treno fantasma.

Per chi, sotto la pelle, è ancora qualcosa: almeno un uomo – e non per caso.

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