Racconto 2° Classificato

Puro Amore

 di Andrea Raggi

 

Marco sta gridando come un pazzo.

Lisa lo guarda come fosse un estraneo. Non è il suo Marco questo. Non è il ragazzo timido e gentile che ha sposato pochi anni fa.

Tuttavia lui continua imperterrito.

I due agenti, che sembrano più preoccupati di lei, faticano a tenerlo.

Marco non si calma. Urla, si sbraccia, scalcia persino. E piange. Di rabbia o di dolore, poco importa. Marco piange come non ha mai fatto in vita sua, neanche da ragazzino.

Ignora il sapore salato e dolciastro delle lacrime, che si riversano in bocca come un fiume in piena, e prosegue ad urlare con tutto il fiato che ha nei polmoni.

Lisa lo fissa restando in silenzio invece.

Ha provato a parlargli, ma non ce l’ha fatta. Non che non abbia niente da dire, anzi. Vorrebbe gridare anche lei. Forse addirittura più forte di quanto stia facendo lui.

Gridargli di smetterla, di piantarla, che fare così non servirà a nulla.

Vorrebbe, ma non riesce ad emettere alcun suono.

Sdraiata, Lisa lo osserva senza muoversi. Guarda quell’alieno che si è impossessato di suo marito, e non può fare a meno di chiedersi se, fra di loro, sarà mai più la stessa cosa d’ora in poi.

Prova ad allungare un braccio verso di lui, ma non le riesce.

Prova a muovere i piedi, ma non riesce a fare nemmeno quello.

E allora sa che l’unica domanda che conta davvero è quella che ha paura di fare perfino a se stessa. È la domanda che formula il portantino al posto suo. La pone al medico dell’ambulanza chino al suo fianco, che le sta tastando il polso.

«È viva?» chiede.

«Si, ma debole» risponde l’altro.

Lisa si meraviglia di se stessa. Pensava che fosse proprio il momento giusto per un bell’attacco di panico, e invece si scopre calma e serena. Vive tutto in modo distaccato, come se non si trattasse di lei. Come se fosse soltanto un brutto sogno, o un film. Ed è proprio come in un film, infatti, che torna indietro con la memoria.

***

Sono le dieci di mattina, di un caldo martedì primaverile, e Lisa è in ginocchio. Fissa l’appiccicoso linoleum di una sala slot deserta. Strofina con tutta la forza che ha in corpo, per pulire l’alone di birra che qualcuno ha versato il giorno prima. Ma questa è solo la storia del suo corpo. La sua mente invece, aiutata dalle cuffie premute sulle orecchie, è da tutt’altra parte. La sua testa è a casa; sta pensando a cosa potrebbe cambiare in salotto. Buttare qualche quadro e magari spostare un po’ i divani. Sempre che Marco poi non rompa troppo.

Pensando a lui si intristisce un po’. Gli succede spesso ultimamente. Si chiede perché lui non voglia dirglielo. Perché si ostini ad uscire tutte le mattine, da tre settimane a questa parte, fingendo di andare a lavorare, come se non fosse successo nulla. Stupido orgoglio maschile del cazzo. Eppure una volta non c’erano segreti fra di loro. E invece guardali adesso: lui ha perso il lavoro, lei ne ha trovato uno, ed  entrambi lo tengono per se.

Marco vorrebbe che lei continuasse a studiare, ma se non si danno da fare dovranno tornare a vivere con i genitori di Lisa, e questo, per lei, è assolutamente inconcepibile. Così dopo aver trovato la lettera di licenziamento, ha deciso di accettare un posto in una ditta  di pulizie a Bergamo. Forse troppo distante da casa loro, a Milano, ma non voleva correre il rischio che lui, per caso, la incontrasse.

È puro amore quello di Lisa, senza tanti fronzoli. A lei non pesa, non le importa, ma sa benissimo quanto lui soffrirebbe vedendola fare un lavoro così umile. Quanto si sentirebbe, impotente ed inetto. Stupido orgoglio maschile del cazzo, torna a ripetersi. Ciò nonostante, non riesce proprio ad arrabbiarsi. Per quanto sia testardo, è sempre l’uomo della sua vita. Il suo principe azzurro. L’unico che è in grado di farla sentire una principessa.

Così, persa nei suoi pensieri e nella musica pop, non si accorge di nulla. Neppure dei due uomini mascherati che fanno irruzione nel locale.

***

Gli uomini, zaini in spalla e con la maschera da Topolino sul volto, entrano e si dirigono spediti verso la cassa. Il primo brandisce un piede di porco, l’altro invece una più adeguata Beretta.

Igor, da dietro il bancone, li squadra e scuote la testa accennando un sorriso nervoso.

Igor è russo. È arrivato in Italia quattro anni fa. Ha cercato un posto da saldatore, mestiere che ha imparato sotto le armi, ma ha ricevuto solo porte in faccia. I due rumeni, proprietari di questa sala, sono stati gli unici a dargli un lavoro. Un lavoro ed una Glock da tenere infilata nella cinta.

Igor non è stupido. Sa bene che tipo di persone siano i suoi datori di lavoro. Sa che cosa gli faranno se si farà derubare, e cosa faranno ai due improvvisati rapinatori dopo averli trovati. Per questo tenta di avvertirli.

«Finite come topi veri se no andate via.» dice in un italiano traballante.

«Tira fuori i soldi, stronzo!» lo ignora quello con il piede di porco. L’altro resta indietro, sorvegliando nervosamente la porta d’ingresso.

Il russo non si scoraggia.

«Tu no sa cosa fai. Miei capi kaputt tutti noi.» ammonisce.

Topolino esita, ma ormai è tardi per tirarsi indietro.

«Dammi i soldi, e le chiavi delle slot!» intima.

Igor rassegnato alza le mani.

«Ok, ok. Come vuoi. Tu fatto già testamento?» ridacchia nervoso. Lentamente apre la cassa, afferra le banconote e le posa sul bancone. Poi ci appoggia anche le chiavi. Il rapinatore ammucchia il denaro nello zaino, recupera le chiavi e si dirige verso le macchine cambia soldi. Solo una volta arrivato, si accorge della donna con le cuffie, inginocchiata a terra. Tentenna un attimo, poi le da un colpetto sulla schiena con il ferro.

«Ehi tu. Vai dietro al bancone!» le ordina.

***

Lisa toglie le cuffie e rapida si gira. Incazzata per lo spavento vuole dirne quattro ad Igor, ma quello davanti a lei non è il russo. Le parole le muoiono sulle labbra. Si alza spaventata, osserva l’uomo con la maschera e non sa proprio che dire. Stranamente è lui a parlare.

«Lisa?» balbetta lasciando cadere il grosso pezzo di ferro.

Ha una voce così familiare, che lei non può fare a meno di sgranare gli occhi.

«Marco?» sussurra lei. «Che fai qui? Perché hai una…» si interrompe di colpo, notando l’altro, dietro a suo marito, con la stessa maschera e la pistola.

Appena realizza, le crolla il mondo addosso. Le gira la testa, ha la nausea.

Guarda il suo Marco, poi il compare, ed infine il bancone. Impallidisce quando nota il ghigno del russo. Le sembra che tutto accada in pochi attimi, come al rallentatore. Vede Igor sparare all’uomo armato, che cade all’istante a terra. Poi lo vede ruotare il busto, con le braccia ancora allungate davanti a sé.

Forse Lisa non sa che cosa sta facendo. Forse non ha neanche idea del perché, lo stia facendo. Forse, semplicemente, si tratta ancora una volta di puro amore senza tanti fronzoli. Lisa agisce d’istinto. Spinge Marco a sinistra, sostituendosi a lui sulla linea di tiro.

Non sente dolore, quando i colpi le bucano l’addome. Non lo sente nemmeno quando rovina a terra, battendo la testa sul piede di porco. L’unica cosa che sente è la stanchezza che la prende di colpo. Lisa è spossata, stremata. Sente che ha solo bisogno di dormire un po’.

Proprio come una principessa. Chiudere gli occhi, magari, aspettando il bacio del suo principe azzurro.

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