Racconto Finalista

 

Tressette

di Elio Serino

 

 La luce del crepuscolo m’inquieta.

– Maledizione!

Arancio e grigio, incubi e ricordi. Cielo che mi confonde le idee. Preferisco acqua scrosciante e nubi terree, certezza di vita avara, ma vita. Invece il buio dell’inverno, il buio amico e freddo che mi proteggeva, giorno dopo giorno lascia spazio al tepore e alla luce accecante della primavera.

Tutto gira come quella sera di novembre:

– Liscio e busso – dichiarava il vecchio e sorrideva contento, strisciando la scartina di bastoni sul tavolino di formica verde.

“Questo i soldi ce li ha.”, ridacchiavo tra me, mentre il fumo delle sigarettes’inerpicava sui muri scrostati color celeste chiaro, verso l’unica finestrella rettangolare lì, proprio lì, dove anche la mia anima svaniva.

Trattenerla? Ci ho provato ma con poco impegno, devo essere sincero.

– La migliore! – replicai sbattendo la carta sul tavolo.

La nobiltà del gioco del tressette si perdeva sdoganata tra zigomi rubizzi e malinconie vedovili, tra dita doppie con unghie sporche di terra, piene della palese fragilità che tutti provavano a confinare dietro una finta allegria: così la paura della morte,presente e immanente, faceva capolino nascosta da una grappa scadente, da una lite per una carta giocata al momento sbagliato.

Finita la partita, uscimmo. La sigaretta penzolante tra le mie labbra,con la brace rosso vivo che si accendeva e spegneva come un segnale per orientare vagabondi sbandati. Tra mille sospiri riuscì a confidarsi:

– Ada mi ha lasciato solo. Sul letto di morte mi scrutava con occhi di vetro, si mordeva il labbro a sangue, la mano stretta alla mia fino a quando le sue pupille si sono ribaltate.

–  E tu che hai fatto?

– Niente. Ho chiamato i miei figli: chi a Milano, chi a Modena, chi a Londra. Che altro potevo fare?

Lo accompagnai fin sotto casa, un portoncino solitario di legno tarlato, alla fine di un vicoletto stretto. “Questo i soldi ce li ha.”, pensai di nuovo.

– Grazie, Carmine – mi congedò. – Sei un vero amico.

Io, io mi ero legato, gli volevo bene. A modo mio, che forse non è un bel modo, però mi piaceva la sua tristezza, la sua gentilezza, il suo modo di giocare a tressette:

– Zitto, meno parli e meglio è. Altrimenti favorisci gli avversari.

Mi ubriacavo e si ubriacava:

– Mia figlia non telefona, mio nipote cresce… – si sfogava, il sedere inumidito sulla panchina al centro della piazza, al centro del paese, al centro del mondo.

Intanto Giuseppina, la mia puttana, era fuggita. Meglio così. Tanto con tutto quel lardo e i denti cariati la schifavano anche i camionisti: ormai ci guadagnavo solo quattro luridi spiccioli.

Canticchiavo, e un vuoto allo stomaco mi stordiva. Cincischiavo. Mi trovai per caso davanti all’ingresso del solito bar.

In tasca avevo un euro e cinquanta centesimi. Comprai una mezza birra che finì presto, più schiuma che liquido. Aspettai.

Scalpicciai sulla strada con le piante dei piedi che s’infreddolivano al contatto del selciato, due bei buchi sotto le suole, l’umidità mi stringeva le caviglie: “Eccolo che rientra, finalmente!”

Lo seguii aiutato da chiazze buie più frequenti degli aloni di luce giallastra piovuti come un miracolo dai lampioni radi. All’apparire del portone, trattenni il respiro e mi nascosi dietro un camioncino: “Uno, due… mille.”Così contai silenzioso tra uno sbuffo d’alito che si condensava e un brivido di freddo.

Bussai al citofono. Mi rispose:

– Carmine, che bella sorpresa!Sali.

Che accoglienza! Nessun problema per l’ora tarda, nessuna domanda, nessun timore. La porta di casa aperta e lui sull’uscio con la mano tesa, una sciarpa grigia a difesa della cervicale:

– Accomodati.

Osservavo con meraviglia le pareti nude, i mobili poveri ma puliti, le mattonelle traballavano incerte sotto i miei passi:

– Un bicchiere di vino?

Il neon scarnificava le nostre espressioni: la mia, tesa; la sua, sorridente e serena. Un pezzo di pane, un piatto con un pezzetto di formaggio e qualche fetta di pomodoro all’insalata occupavano il centro del tavolo coperto per metà da una tovaglia a quadroni granata. Le immagini televisive scorrevano veloci regalando una luce azzurrognola, silenziose:

– Ho tolto l’audio: detesto le brutte notizie. Ma sai, da quando Ada è morta, mi fa compagnia.

La mia mano serrava il manico del coltello, esangue per la tensione.  Quando glielo mostrai minaccioso, lui mi sorrise ancora:

– Soldi non ne ho. Li ho spesi tutti per le cure di mia moglie. Venduto gioielli e oro. Tutto… tutto ho regalato ai miei figli, piatti e bicchieri, il corredo matrimoniale e i ricordi e le fotografie. Che tu sia benedetto per essere qui.

– Dovrei crederti? Caccia i soldi!

– Cerca. Cerca dappertutto, se vuoi.

Pam! Lo colpii con un manrovescio. E pam! Un altro ancora, tanto da farlo cadere in ginocchio:

– Stupido, dammi i soldi!

Il vecchio s’infilò una mano in tasca e ne cacciò una banconota spiegazzata da dieci euro che mi tese tremante:

– Torna tra qualche giorno. Tra qualche giorno vado alla Posta e prendo la pensione: sarà tutta tua- biascicò tra il sangue e la saliva che gli colavano dalla bocca.

– Bastardo!

E gli rifilai un calcio tra le costole che lo fece gemere e cadere su un fianco. Respirava a stento, quasi cianotico.

Lo afferrai per la collottola con la mano sinistra e lo tirai su. Pesava niente, uno scricciolo d’uomo:

– Lo hai voluto tu.

E gli conficcai il coltello nel fianco. Una, due, tre volte. Lo stridio sinistro della lama che sdrucciolava vicino al costato riempì l’aria. Una smorfia di dolore mista a sorpresa gli deturpò il viso, alla terza coltellata i lineamenti gli si distesero, mi sembrò che quasi mi stesse sorridendo, in un soffio d’aria ho creduto che mi dicesse:

– Grazie.

Ho rovistato cassetti, armadi, ripostigli. Ho sfondato i materassi e il piccolo divano. Ho controllato, a uno a uno, tutti gli stipetti e i barattoli della cucina:

“Che miseria! – mi sono detto. – Questo stupido di vecchio quasi non mangiava.

Non ricordo, dopo due forse tre giorni, ho letto i titoli di un giornale locale appeso all’edicola in piazza: «Pensionato ucciso scopo rapina».

Ho buttato l’occhio per leggere qualche altro rigo: romeni, bulgari. Saranno stati loro,concordavano il giornalista e i poliziotti intervistati. Le indagini,poi, erano a un punto morto.

“Meno male! Meno male che ci stanno questi qua: gli diamo la colpa di tutto e noi ce ne stiamo tranquilli e beati.”

Qualche mese dopo la Polizia mi ha chiamato. Sono quasi svenuto dalla paura, ho pensato addirittura di schiattare per un infarto. Invece volevano soltanto dirmi di andare da un notaio, un certo Battistoni. E io ci sono andato: un edificio cadente, un tanfo di vecchiume insopportabile e uno studio con mobilia nera e intagliata. Lui, il notaio, era più vecchio dei mobili e secco, come una pianta inaridita:

– Sedetevi. Paride vi ha lasciato la casa, quella nel vicolo dove voi lo avete ucc…Dove lo hanno trovato morto. Paride era un uomo intelligente, aveva previsto tutto e, credetemi, vi è stato molto grato.

– È stato un caso!, avrei voluto gridargli – Una stupida coincidenza… Io non volevo.

Però… però da quella notte mi trema la mano. “Pace, pace. Non riesco più a trovare pace!”

 

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