Racconto Finalista

 

BRIGATE ROSA

di Lodovico Ferrari

 

Le porte del tram si aprono avvolgendosi su se stesse come le tende di un sipario. La vettura è ingombra di cappotti, giacche a vento, giubbotti, ognuno ordinatamente indossato dal suo proprietario umano, a costruire una sorta di muro appena al di sopra della scaletta. Mi chiedo come potrò mai penetrare tra quella folla multicolore stipata come polli in batteria. Un esile varco si crea tra due persone, simile a una fessura in uno scoglio. Ne approfitto e mi ci infilo come farebbe una murena, nonostante l’ingombro delle scarpe col tacco. Già, le scarpe col tacco. Mentre nevica. Milano imbiancata dalla neve è spettacolare tanto quanto invivibile: taxi assenti, mezzi colmi, marciapiedi scivolosi. E la mia auto che, proprio oggi, ha deciso di non accendersi. Mi intrufolo per raggiungere una parte un po’ più interna della vettura. Ricordi di gioventù quando prendevo il tram quasi tutti i giorni. Ora mi appare come un crogiuolo di specie umane alquanto eterogenee: alti, bassi, grassi, magri, belli, brutti, profumati, puzzolenti… ecco, questi ultimi sembrano essere in netta prevalenza, comunque. Appesa come un cotechino alla maniglia penzolante dalla sbarra, sbuffo, mentre un uomo cerca di spostarmi per raggiungere l’uscita. Abbasso gli occhi e la vedo. I capelli grigi spettinati ricoprono parte del viso, ma quello è il suo viso. Non guarda verso di me, ma ne riconosco gli occhi. Quegli occhi che non vedevo da quarant’anni.

Autunno 1975. Varcai il portone della Statale. Tre studenti come me ne controllavano l’ingresso. All’interno lo striscione di tela con la scritta “Università occupata”, vergata con una vernice spray rossa, ci accoglieva come un potente saluto. L’aula magna era colma di ragazzi in eskimo. Noi ragazze eravamo una minoranza, netta minoranza, ma agguerrita. L’assemblea iniziò tra l’odore di fumo di sigarette e non solo. La vidi subito. Spiccava in mezzo a noi come una macchia di sugo su di una maglia. Avvolta in una tuta azzurra, graziosamente sporca di grasso, i capelli scuri brillanti sotto i neon della sala e degli occhi grigiastri, ma scintillanti di vitalità. Me lo avevano detto. Una vera metalmeccanica sarebbe intervenuta alla nostra assemblea, una delle poche che si trovavano nelle fabbriche italiane. E lei era una rappresentante del proletariato, della lotta contro il potere dei padroni, come noi studenti lo eravamo contro i professori-baroni. Ricordo l’emozione quando cominciò a parlarci, seduta sulla cattedra, a gambe larghe. Sprezzante e sicura.

E poi nacque la nostra grande amicizia. Passare sere e nottate a parlare di politica e di ideali. Di libertà e di oppressori. Un grande gruppo di persone libere per le quali l’emancipazione veniva prima di tutto e per le quali la lotta al capitale era il nuovo vangelo.

Poi, pian piano, il collettivo perdeva membri, rimanevano solo i più duri, i più convinti, i più forti, tra cui noi due.

Arrivò il momento dell’azione. La chiave inglese faceva male. Se ne accorsero gli studenti fascisti. E la assaggiarono anche i professori, quelli che si ostinavano a bocciare agli esami.

Dieci, eravamo rimasti, del gruppo originario, ma facevamo parte di una famiglia più grande. Le Brigate erano potenti. C’erano studenti e operai, ovunque, pronti alla lotta armata, la stella a cinque punte cominciò a fare paura. BR. Brigate Rosse. Un nome che sarebbe rimasto nella memoria storica dell’Italia. E lei aveva deciso che noi due saremmo state le “Brigate Rosa”. Due donne combattenti. Due donne libere. Non mi piaceva quell’appellativo, sembrava troppo inserito nel sistema, il rosa per rappresentare il sesso femminile mi sembrava un concetto borghese, ma lo accettavo di buon grado quando la sentivo parlare di lotta di classe e di contrasto al potere politico rappresentato dal ceto medio.

Poi ci fu anche il bacio. Che rimase unico. Nessuna di noi due era interessata a una relazione sessuale insieme, ma quel bacio significala la liberazione dagli stereotipi, dal perbenismo borghese. Libertà politica, di pensiero, sessuale. E per questa libertà ci saremmo battute entrambe fino alla morte. Due corpi ma un solo pensiero, una sola volontà, una sola mano. Quella che sarebbe servita per agire.

Lo avremmo solo spaventato, quel professore fascista. Solo spaventato. La pistola, fredda, nella mia mano, pesava parecchio. La alzai con poca convinzione, ma il colpò partì. Il sangue usciva dalla ferita sulla gamba come spruzzato da una siringa. Non avevo mai visto una cosa del genere. Il professore steso a terra era troppo terrorizzato anche per gridare, le sirene della celere, però le sentivo. E si avvicinavano.  La sua voce ne superò il rumore: «Dalla a me quella pistola, se ti mettono in galera finisci male. Io me la caverò.»

Feci scivolare quell’oggetto in ferro nella sua mano tesa e scappai come non avevo mai fatto prima. La presero, quegli sbirri fascisti. Le brigate rosa si separavano, ma l’avrei ritrovata, me lo promisi. Sarebbe stata solo una separazione temporanea. Poi avremmo ricominciato la nostra lotta contro lo Stato oppressore e la borghesia.

Ora è lì, di fronte a me. Il vecchio cappotto che la avvolge appare logoro. Siede a gambe larghe, come in quel remoto giorno, nell’aula magna, ma il suo atteggiamento sicuro e arrogante ha lasciato il posto a uno sguardo umiliato e triste. Il tram comincia a rallentare come a indicare che la prossima fermata è ormai a poca distanza. La luce fioca del mattino invernale imbianca l’interno della vettura, come la neve ne imbianca l’esterno. I suoi capelli si tingono di bagliori chiari, luminosi, ma opachi e si spostano indietro. Li vedo. I suoi occhi colore dell’acciaio si posano sui miei. Mi fissa tanto da imbarazzarmi. Innumerevoli impietose rughe ne segnano il viso raccolto in un’espressione perplessa.

«Scusi, ma noi ci conosciamo?».

La voce è la sua, ma più incerta. Un sibilo accompagna la parola “conosciamo”, probabilmente a causa di un incisivo mancante.

Mi sposto leggermente indietro. Alcuni corpi mi impediscono di muovermi di più. Accorcio il collo all’interno della mia pelliccia di volpe bianca. Fingo di osservare il display del mio iPhone X mentre, da sotto il rossetto, passando attraverso i miei denti bianchissimi, la risposta alla sua domanda si fa sentire, altèra, nella vettura.

«No.»

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