Premio Speciale dell’Associazione

L’albero dai frutti rossi

di Diego Ria

 

“Nel mezzo c’era l’albero.”

Nadir guardava la città, che si apriva come un lago nella pianura sottostante. La fioca luce del sole appena levato sembrava luccicare sui tetti piatti e bianchi, costringendolo a stringere gli oc­chi.

“Da una parte c’era il territorio delle tigri, dall’altra quello delle scimmie. L’albero segnava il confine.” Suo nonno Ismael parlava piano. Non guardava la città, lui si guardava le mani. Nadir amava il nonno, ma era arrabbiato. Oggi sarebbe stato il turno di suo fratello Rashad di salire la col­lina per aiutare il vecchio e portargli dei viveri, ma Rashad si era ammalato così era toccato a lui quel compito. Di nuovo. Guarda caso Rashad si ammalava sempre nei giorni in cui doveva salire dal nonno.

“Scimmie e tigri si guardavano e si vedevano diversi, e questa diversità generò paura. La paura li portò a odiarsi. E l’odio li spinse a combattere aspre battaglie lungo la linea di confine delle loro terre. Dio allora deci­se di fare qualcosa di buono per loro, qualcosa che li rendesse felici, pen­sando che la felicità avreb­be spazzato via l’odio, e donò all’albero il potere di generare stupendi e buonissimi frutti rossi.”

Ismael sapeva che il ragazzo lo stava ascoltando, anche se aveva il volto corrucciato perso nella valle mentre i suoi pensieri correvano veloci per le strade della città.

“Perché non torni con noi, nonno? Potremmo spostare il letto di Rashad accanto al mio e darti la sua stanza.”

“Mi dispiace darvi il fastidio di salire qua da me, ma non scenderò più in città,” rispose cal­mo Ismael.

“Credi che ci bombarderanno ancora?” Mentre formulava questa domanda, gli occhi del gio­vane si spostarono sul nonno per la prima volta da molti minuti, cercando nel vecchio un amuleto che scacciasse i demoni. Ismael si mosse lentamente sulla sedia, come a cercare una posizione più comoda. I sui occhi lasciarono le mani, si volsero indietro a osservare la catapecchia in cui viveva e poi cercarono la valle: i palazzi più alti emergevano come tozze dita dalla coltre d’ombra che il bas­so sole stava squarciando. Lui aveva deciso di andarsene, ma di fermarsi proprio lì, dove poteva te­nerla d’occhio, la cit­tà, per assicurarsi ogni giorno che fosse uguale al giorno precedente. Per legger­ne le luci ogni sera come un astronomo che dà la buonanotte alla sua costella­zione preferita.

“Tigri e scimmie iniziarono a mangiare i frutti che cadevano dall’albero, e più si rendevano conto di quanto fossero buoni, più la loro brama di possederne aumentava. E più aumentava la bra­ma, più aumentavano gli scontri, finché non scoppiò una guerra per il controllo dell’albero.”

Nadir tornò a osservare la valle. Aveva sentito decine e decine di storie da suo nonno, alcune inventate, altre lette sui libri e reinterpretate, ma oggi non aveva voglia di ascoltarlo, oggi avrebbe solo voluto essere là, nella piazza del mercato insieme a suo padre, al suo posto dietro il loro ban­chetto. Ma era ancorato a quella collina: doveva fare diversi viaggi al pozzo per riempire la cisterna del nonno e aiutarlo con l’orto, mentre quel bugiardo di Rashad si sarebbe già miracolosa­mente ri­preso dalla malattia e avrebbe sicuramente ottenuto un po’ di frutta caramellata dal banco vicino al loro.

“Dio si rese conto di aver peggiorato la situazione e ne fu mortificato. Per rimediare all’orro­re della guerra, pensò di donare l’intelligenza alle scimmie, che stavano soccombendo di fronte alla potenza delle tigri, in modo da riequilibrare le cose. Ottenuta l’intelligenza, le scimmie si riunirono e presero una decisione: proposero alle tigri una tregua. Proposero di vivere in pace, dividendosi equamente i frutti dell’albero. Le tigri accettarono e la guerra cessò.”

La mente di Nadir era ancora nel mercato. Poteva vedere Rashad spazzare il selciato intorno al banco dei dolciumi e, con distratta sorpresa, sentì il nonno proseguire una storia che sembrava conclusa.

“Ma le ingorde scimmie non si accontentarono. Grazie alla loro nuova dote capirono che sa­rebbero potute salire sull’albero di notte, non viste dalle tigri, e rubare i frutti più maturi prima an­cora che cadessero.”

Ci fu un sibilo, prima accennato, poi sempre più forte. Il ragazzo guardò il cielo, il vecchio si guardò ancora le mani e si accorse che tremavano.

“Le tigri non capivano perché l’albero avesse smesso di donare i suoi frutti. Pensarono di aver peccato e chiesero perdono a Dio, ma i frutti non cadevano. Allora, pazze di rabbia, ripudiaro­no Dio e lo sostituirono con altri Dei da loro inventati.”

Il fischio divenne un rombo. Gli occhi di Nadir si fecero grandi. Mettendo una mano di ta­glio, scansionò la città per valutare il punto esatto in cui doveva trovarsi il mercato, quel mercato nel quale avrebbe dovuto essere se Rashad non avesse fatto quella messinscena.  Ismael continuò, ora anche nella sua voce c’era un debole tremito e la sua mano passava dal grembo alla fronte ripe­tutamente, con lentezza: “Un giorno a una delle tigri entrò una spina nella zampa. Il dolore era fasti­dioso e lei non riusciva a dormire, così zoppicò in giro per trovare il sonno, e il caso la fece passare proprio vicino all’albero mentre le scimmie lo depredavano in silenzio. La reazione delle tigri fu fu­ribonda, ma le scimmie avevano usato l’intelligenza per inventare armi e si difesero con foga. La guerra divampò ancora, violenta e Dio, umiliato dai suoi continui fallimenti, scagliò una folgore a incenerire l’albero e abbandonò la terra a sé stessa.”

Il rombo divenne assordante, come se tutte le onde del mondo si stessero infrangendo con­temporaneamente nel cielo. Gli angeli della morte guizzarono impercettibili. Il ragazzo si lasciò ca­dere sulle ginocchia. Le mani del vecchio tremavano convulsamente e le portò agli occhi, stringen­dole forte contro il volto. La sua voce si fece debole e rauca: “Le scimmie e le tigri nemme­no si accorse­ro che l’albero era bruciato e che Dio era scomparso. Si scordarono del confine e dei frutti rossi, l’u­nica cosa che ormai contava per loro era sopraffare l’altro sotto le insegne di divinità da loro create. E continuarono a combattere, per sempre. Pensare che sarebbe bastato piantare alcu­ni frutti nella terra, per avere alberi per tutti. Ma loro combatterono, combatterono per sempre.”

Nadir si tappò le orecchie. Guardò ancora nel punto in cui doveva essere il mercato. Imma­ginò suo padre mentre spolverava la mercanzia. Poteva sentire l’odore della frutta caramellata e Ra­shad che raccontava agli altri come aveva fre­gato suo fratello, come aveva preso il suo posto al mer­cato, proprio quel giorno. Poi luci veloci come folgori balenarono davanti a lui, dirette proprio dove lui temeva. Un crepitio spezzò l’aria e una nuvola di polvere grande come una palla si alzò dalla cit­tà, seguita da altre e altre ancora fin quando, piano piano, si unirono e una sola gigantesca coltre di fumo, grande come il sole, cancellò la valle dai suoi occhi.

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