Premio Speciale della Critica

Quella volta lì

di Fabrizio Garrini

 

Il cappio era sul tavolo. Vicino allo spremiagrumi e alle arance. Tutto era stato preparato con attenzione. Da settimane. Giovedì 18 novembre, un giorno perfetto per andarsene. E lui voleva farlo da professionista, mica come quel deficiente di suo zio, che aveva fatto esplodere tutto il palazzo. E poi era stato l’unico a salvarsi, quel deficiente lì.

Il posto adatto l’aveva trovato due mesi prima, in un vecchio stabile della zona artigianale, dall’altra parte della città. C’era una trave che sembrava messa lì apposta.

Il programma era semplice: sveglia alle sette, barba, doccia, spremuta, autobus 32, ultima Camel e fanculo cazzi vostri a tutti.

Era uscito di casa tutto elegante, con la sua bella corda in un sacchetto dell’Ipercoop. Aveva provato e riprovato il tragitto decine di volte. Aveva anche contato i passi da casa sua alla fermata: 215. Si sa mai che divento cieco, aveva pensato.

Al centotrentesimo passo aveva incontrato sua cognata.

Ciao Spartaco, gli aveva detto. Cos’hai lì dentro?

Una corda, aveva risposto lui.

Vai a pescare?

A pescare con una corda? aveva pensato Spartaco. Come si fa a pescare con una corda? Che razza di pesci si prendono con una corda? Cosa sei, scema? E poi, secondo te, vado a pescare in giacca e cravatta? Questa qui è proprio scema, aveva pensato Spartaco tra sé e sé.

Sì, le aveva risposto. Vado a pescare. Ciao.

Una volta sua cognata aveva litigato con la tabacchina per un numero da giocare al lotto.

Non può giocare il 123, le aveva detto la tabacchina. Può giocare l’1 e il 23, oppure il 12 e il 3, ma il 123 tutto attaccato no!

Ma io ho sognato il 123! Cosa me ne frega degli altri numeri?

E così si erano messe ad urlare dandosi della zoccola a vicenda.

Spartaco era arrivato alla fermata dell’autobus pensando a ‘sta storia della tabacchina e della cognata scema. E mentre ci pensava scuoteva la testa e storceva la bocca. Menomale che tra un’oretta sarà tutto finito, pensava tra sé e sé. Non ne poteva più di essere circondato dagli esseri umani.

Il 14 stava partendo e il 23 si stava fermando. Ci siamo, si era detto Spartaco.

Dopo un po’ che era su, gli era venuto un dubbio. Ma che cazzo di giro fa oggi, ‘sto imbecille d’autista? si era detto.

Ma scusi, questo non è il 32? aveva chiesto Spartaco ad un ciccione con il naso da gorilla seduto vicino a lui.

No, questo è il 23, aveva detto King Kong.

Merda merda merda, aveva pensato Spartaco accorgendosi dell’errore. Tutta colpa di quella tabacchina del cazzo e dei numeri al lotto di mia cognata! Quella scema mi ha fatto confondere, mi ha fatto.

Spartaco era sceso alla fermata successiva, con la sua giacca e il suo sacchetto dell’Ipercoop. Si era guardato attorno ruotando su se stesso. Da quelle parti non c’era mai stato. La zona artigianale era distante? Boh, non ne aveva proprio idea. Mentre era lì che si guardava in giro cercando un punto di riferimento, spatapum, un rumore gli aveva verticalizzato il riporto.

Davanti a lui c’era il muso fumante di una Punto. Era accartocciato contro il culo di una Mercedes.

Lei ha frenato di colpo, aveva urlato il tizio sceso dalla Punto. Guardi qui che danno!

È colpa sua! Arrivava troppo forte, aveva detto l’altro.

Poi i due avevano guardato Spartaco.

Lo dica lei come sono andate le cose! Era lì no? Avrà visto a che velocità arrivava questo, gli aveva detto il tizio della Mercedes.

Ma io veramente… guardavo il campanile, aveva detto Spartaco.

I due litiganti si erano lanciati un’occhiata con aria interrogativa.

Il campanile? si erano chiesti. Ma pensa te che gente!

Mentre gli automobilisti scancheravano con i moduli dell’assicurazione, Spartaco aveva pensato bene di spostarsi da lì.

Cos’ha? Una corda, in quel sacchetto? gli aveva chiesto il tizio della Punto, prima che Spartaco si allontanasse.

Quale sacchetto?

Come quale sacchetto? Quello lì che ha in mano! Si vede, che dentro c’è una corda!

Sì, però mi serve, aveva detto Spartaco intuendo la richiesta.

Ma questa è una situazione d’emergenza, dobbiamo togliere l’auto dalla strada. Poi domani gliela restituiamo, la sua corda, altrimenti gliela pago, mi dica quant’è che gliela pago.

Non è per il prezzo, sul serio, è che la devo usare oggi.

Ma cosa deve fare di tanto urgente con una corda? Deve scalare il campanile? Su avanti, le do dieci euro, le vanno bene dieci euro?

Spartaco era rimasto lì impalato. Il tizio gli aveva preso il sacchetto di mano e gli aveva infilato la banconota nella tasca della giacca.

Spartaco, triste come un Cocker, era entrato in un bar. Oramai il suo progetto era andato a puttane.

Mi fa un cappuccino per favore? aveva chiesto alla signora dietro il bancone.

No, gli aveva risposto lei.

Come no?

Non lo sa che oggi è la giornata mondiale contro il consumismo? gli aveva detto la signora.

No, non lo sapevo. Ma comunque sono i clienti che dovrebbero far sciopero, mica gli esercenti!

Cosa c’entra? aveva detto lei. Io sono favorevole per principio.

Allora perché non ha chiuso il bar?

Questi sono cavoli miei! Ma guarda un po’ questo qui… aveva farfugliato la signora mentre sistemava delle confezioni sotto il bancone.

E le sigarette? Almeno le vende le sigarette? O è anche la giornata contro il fumo?

No, quelle gliele posso dare, anche se non è che le faccia bene fumare, sa?

Un pacchetto di Camel, grazie.

Ha capito cosa le ho detto? Non le fa bene fumare!

E pensare che oggi dovevo smettere, mi ero tenuto giusto l’ultima, ma poi ho sbagliato autobus, ho venduto la corda e allora…

Come?

No, niente, lasci perdere.

Se continua a fumare un giorno morirà!

Non è così facile come crede, le aveva detto Spartaco.

Si era infilato in bocca una Camel, e se l’era accesa. Lì, seduto su uno sgabello, al bancone del bar. Oramai gli era passata la voglia di appendersi per il collo. Gli eventi avevano deciso per lui. Ma il suicidio non era annullato, era solo rimandato.

Ma pensa te, si era detto. Uno prepara tutto per bene, fa due mesi di prove, studia ogni minimio dettaglio e poi vigliacco se qualcosa va per il verso giusto. Ma pensa te che sfiga, si era detto Spartaco.

Come? aveva chiesto la signora del bar.

No, niente, parlavo tra me e me.

Non è mica tanto un bel segnalale sa? Parlare tra sé e sé… No no…. Guardi che una mia lontana cugina ha iniziato così e dopo una settimana l’hanno portata in manicomio che credeva di essere una tartaruga. Camminava a quattro zampe in salotto e voleva solo l’insalata. Ma che razza di tartaruga sei, che parli? le aveva chiesto sua sorella. Eh, una tartaruga parlante, gli aveva risposto lei.

Quella tizia dietro il bancone gli sembrava poco centrata, ma era davvero simpatica. E poi, secondo lui, vestita un po’ meglio non era neanche da buttare via.

Non si preoccupi, non si preoccupi, le aveva detto Spartaco. Non credo che impazzirò, anche se oggi potrebbe succedere davvero qualsiasi cosa… Senta, si può giocare al lotto in questo bar?

Certo! aveva risposto la signora.

Spartaco si stava rendendo conto che tutto era un caso. La fortuna, la sfortuna, gli incontri, gli incidenti. E anche l’umore.

Facciamo così, le aveva detto Spartaco. Io gioco due numeri sulla ruota di Venezia. L’1 e il 23. Se escono, le chiederò di venire al cinema con me. Se non escono, nel giro di una settimana mi vedrà su quel giornale.

La signora l’aveva guardato un po’ di traverso. ‘Sta cosa del giornale non l’aveva proprio capita. Ma in fondo era lo stesso. Quel tizio mezzo spelacchiato poteva essere una persona interessante.

Va bene, ci sto, aveva risposto.

Nessuno dei due aveva mai sperato sul serio nel lotto. Mai.

Tranne quella volta lì.

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