Racconto Finalista – Ottava Edizione – 2025

QUATTRO QUARTI

di Andra Martina

 

Io sono un orologio.

Ogival, modello Fisk 9158, fabbricato nel 1964.

Sono nato in Svizzera e dopo pochi mesi di vita ho preso posto sul braccio di un uomo che aveva un negozio di strumenti musicali. Si chiamava Quattro Quarti. Il negozio, non il mio padrone. Il suo nome era Walter.

Arrivai tutto lucente in un pacco regalo: ero il premio che un’azienda fornitrice di giradischi aveva pensato per Walter, in seguito all’ottimo aumento delle vendite del negozio. Da quel 1964 ho visto di tutto e la musica è stata la spina dorsale di ogni cambiamento che si respirava in giro.

Quattro Quarti si divideva in due aree, una dedicata ai dischi e l’altra agli strumenti musicali, a collegarle c’era un jukebox sistemato vicino all’ingresso che i clienti potevano usare senza dover inserire monete.

Gli anni Settanta arrivarono come uno schiaffo, senza quasi rendersene conto. L’interesse per la musica era sempre più contagioso e i clienti andavano al negozio di Walter e ci passavano parecchio tempo, come se fosse un bar. Tutto girava a meraviglia, gli incassi crescevano e bisognava fare spazio, quindi il negozio di Walter si trasferì in una via più centrale della città, senza però rinunciare al doppio ingresso e al solito jukebox usato da divisore.

Erano rare le volte in cui Walter guardava le mie lancette nel corso di una giornata. Di solito, quando capitava era per capire se chiudere o no il negozio. Fin quando c’era qualcuno, fin quando il jukebox mandava una canzone, la saracinesca rimaneva alzata. Poi c’è da dire che a Walter piaceva pure rimanere solo, infatti appena l’ultimo cliente andava via lui chiudeva a chiave gli ingressi, si avvicinava al jukebox e ascoltava la sua musica. Solitamente blues, gli artisti del Delta del Mississippi, dove tutto è nato.

Quando arrivò in negozio il primo walkman della Sony, Walter lo piazzò nel reparto dei giradischi senza dargli troppa importanza. Guardava quella scatoletta e non ne capiva l’utilità. Ma più passavano i mesi, più i jeans si alzavano in vita e più la richiesta di walkman divenne pressante: tutti in strada con le cuffie, in compagnia della propria colonna sonora personale, come in un film. Il reparto dei vinili piano piano veniva fagocitato dalle musicassette e dai compact disc, il jukebox continuava a dividere i reparti ma i clienti lo usavano raramente. Ormai avevano le idee chiare. Entravano a colpo sicuro, senza esplorare più di tanto quello che c’era, sapevano già cosa comprare.

Anche il rapporto tra me e Walter era in qualche modo cambiato. Per lui non ero solo un orologio da polso, ma soprattutto il simbolo di tempi felici, di come era nato quel negozio, del suo fiuto mescolato alla passione della musica che gli permetteva di fare il lavoro più bello del mondo. Il suo mondo.

Le cose cambiarono quando si convinse a fissare l’orario di chiusura alle otto di sera, anche se a dir la verità diventava sempre più raro vedere entrare un cliente dopo le sette e mezzo. Guardava le mie lancette ferme sull’otto e sul dodici e si chiedeva come mai la gente non avesse più voglia di passare un po’ di tempo in negozio. Ad ascoltare musica nuova, a perdersi tra i vinili. Vinili che, intanto, si ammassavano nell’invenduto giorno dopo giorno.

E quando bussava la malinconia c’era comunque un blues da far partire nel jukebox.

L’unico respiro in mezzo a quella lenta discesa era suo nipote Stan che, il giorno dopo aver compiuto otto anni, chiese al nonno Walter di poter suonare una delle batteria che aveva esposte in negozio. Io guardavo i riccioli di Stan, il suo polso piccolissimo che non stava mai fermo e percepivo la velocità che scorreva nelle vene di Walter ogni volta che si trovava in compagnia del nipote.

Arrivarono i primi debiti. All’inizio sembrava solo un periodo di passaggio, poi le chiamate della banca iniziarono a diventare un appuntamento quotidiano. Ciononostante, Walter decise di togliere dalla vetrina una batteria e regalarla a Stan per il suo nono compleanno. Era una Tama rossa in madreperla, piatti Zildjian. La sistemò nel magazzino e dopo pochi giorni fu costretto a cambiare la porta che comunicava con il negozio per proteggere i clienti dall’ascolto delle esercitazioni di Stan che ormai abitava praticamente lì dentro. Quando si stancava di suonare spuntava fuori, andava in cerca del nonno o si divertiva a scoprire le canzoni del jukebox. Bastava che un brano lo colpisse anche solo in una parte per ritornare subito dietro la batteria e provare a replicare quello che aveva appena ascoltato. E così Walter si sentiva meno solo.

Il vuoto della clientela persa per strada era comunque tangibile. I debiti non facevano che crescere allo stesso ritmo dei prodotti invenduti, sparsi in un magazzino sempre più simile a una giungla. I vinili erano letteralmente scomparsi dai cataloghi, ormai erano roba da mercatino dell’antiquariato. Anche le vendite dei cd crollarono di botto per colpa di internet. Quattro Quarti dovette spostarsi in uno stabile in periferia, con un solo ingresso e un’unica stanza per ospitare strumenti e album. Il jukebox era stato sistemato vicino alla cassa, ma i clienti non lo usavano più, anzi, lo scambiavano per un oggetto di arredamento. Non c’era nemmeno più il posto per far suonare Stan, anche se aveva trovato per fortuna spazio in una band subito dopo i diciotto anni.

Ogni volta che Stan aveva un attimo di libertà andava a trovare il nonno in negozio, parlavano per ore e io continuavo a sentire sempre la pulsazione vigorosa di quella vena, il sangue che scorreva veloce, come ai tempi della mia prima volta su quel polso.

Walter intanto continuò ad arretrarsi coi pagamenti, ma era comunque felice perché suo nipote stava facendo i primi concerti in giro nei locali della città. Io continuavo a guardarlo negli altri momenti delle sue giornate, vedevo i capelli schiarirsi, poi cadere un po’ per volta, e quando lui mi degnava di uno sguardo si concentrava sul mio quadrante più a lungo del solito.

Non rifletteva sull’orario. Rifletteva sul tempo.

Walter se ne andò qualche anno fa, una mattina smisi di sentire il sangue scorrergli nel polso e qualcuno mi staccò da lui.

Da quel giorno la saracinesca di Quattro Quarti non si è più alzata. Il negozio era stato punto di riferimento per tante generazioni, in tanti passavano e guardavano l’insegna spenta come si fa con le tombe dei cimiteri. Guardavano e ricordavano com’era una volta.

Alcuni musicisti del posto decisero di omaggiare Walter con un concerto. Era giusto ringraziare l’uomo che aveva aiutato tanta gente a scoprire nuova musica. Fu una festa. Una festa bellissima con tante band. A chiudere quelle tre di musica ci fu il gruppo di Stan, gli Streep Tease, un nome strampalato che mescolava gli spogliarelli con il cognome di Meryl Streep.
Suonavano insieme da un po’, promettevano bene.

Mi ricordo benissimo di quella serata perché ero sul palco.

Walter lasciò poche righe di testamento, in una di queste indicava che il suo orologio Ogival modello Fisk doveva andare a Stan, con l’augurio che insieme a me il tempo sarebbe stato il suo migliore amico.

Fu così che mi accomodai sul polso sinistro di Stan e iniziai una nuova avventura.

Ogni volta che mi guarda lo fa con gli occhi degli innamorati. Si libera di me solo quando deve suonare la batteria, perché ha bisogno che il polso possa muoversi libero. Allora lui slaccia il mio cinturino e mi posiziona con cura sotto il rullante. Appena finisce di suonare una canzone mi guarda, quasi a temere di potermi perdere da un momento all’altro, nonostante io non mi schiodi mai dal punto in cui mi sistema.

Ecco perché quando vidi Stan chiudere il concerto in onore di Quattro Quarti e di suo nonno, suonando in quel modo, piangendo sulle pelli dei tamburi della batteria, senza mai sbagliare un colpo, iniziai a capire che tutto questo doppio giro di dodici ore al giorno non è il tempo.

Il tempo è un fuoco più antico.

Check Also

Racconto Finalista – Ottava Edizione – 2025

ZONA B di Luca Battisti   I camion vennero alle prime ore del mattino e …