FISCHIA IL VENTO
di Martina Dei Cas
Fischia il vento e infuria la bufera. Ho le scarpe rotte, eppure devo andare.
Su, in montagna, mi aspettano.
Fuori, il sole non è ancora sorto. E forse è meglio così.
Vorrà dire che mi guideranno le stelle.
Intabarrata nel pastrano azzurro, controllo un’ultima volta che il carico sia mimetizzato in fondo al sacco, mi raccomando a Dio e comincio a camminare.
A pochi chilometri dall’abitato, la strada si trasforma in una semplice mulattiera e si fa sempre più irta, costringendomi a rallentare e tagliandomi il fiato. Alla fine, mi fermo e mi costringo a respirare. Una, due, tre volte. Ma l’aria non entra mai del tutto. Se per la fatica o la paura, non so dirlo. La verità è che io non sono una persona coraggiosa e se sono qui, oggi, è perché non ho altra scelta. Il ramo di un nocciolo sferzato dal vento mi frusta la guancia e la fitta di dolore improvvisa mi riporta alla realtà.
La bufera dà ancora un paio di colpetti di tosse e poi si quieta.
Le nuvole corrono verso la loro prossima meta e il bosco si fa silenzioso, come se anche gli animali avessero imparato che, di questi tempi, la chiave per sopravvivere è rintanarsi nell’ombra, senza curarsi di quello che succede al resto del branco.
Non tutti, però.
Ai primi raggi di sole, infatti, un’upupa lancia il suo cupo richiamo.
Forse anche lei, come me, non ne poteva più e sentiva che è arrivata l’ora di dire basta.
Il canto viene interrotto da quattro spari in rapida successione.
Cammina. Mi dico.
Smetti di pensare e continua a camminare.
Su, in montagna, ti aspettano.
Le mie scarpette di tela slittano sul sentiero umido di pioggia a causa delle suole lise. Se solo avessi ancora gli scarponcini imbottiti di pelo. Chissà che ne avrà fatto il miliziano che me li ha comprati il primo inverno di guerra, in cambio degli antibiotici per mio fratello minore. Non che il baratto sia servito a molto, visto che il piccolo – stremato dalla fame e dalla febbre – è morto di lì a qualche settimana.
L’upupa canta di nuovo.
“Non tutti i finali sono uguali” sembra volermi esortare.
I soldati sparano ancora.
E io continuo a inerpicarmi su per il bosco, senza più voltarmi indietro.
A mezza mattina, la tormenta della notte scorsa è solo un ricordo. E il pastrano azzurro è di nuovo umido, questa volta di sudore. Tergendomi la fronte con la mano, mi azzardo a intonare il ritornello di una vecchia canzone d’amore.
Intorno a me, i papaveri oscillano tiepidi, incorniciando la mulattiera di rosa e di rosso. Senza pensare, ne raccolgo uno per adornare il sacco e persino l’odore pungente della capsula mi sembra il profumo più dolce che c’è.
Sono finita in un quadro. Anche i polmoni mi ubbidiscono di nuovo.
Ma il sogno s’infrange quasi subito, infilzato sul fucile che un soldato mi punta tra le costole. È poco più che un bambino, eppure nel suo sguardo non c’è gioia né innocenza.
“Dove vai – chiede – tutta sola per boschi?”
“Io… sto portando le stuoie a mio marito su, al pascolo, – biascico – ha dimenticato a casa anche il tappetino da preghiera”. E mentre le parole mi sfuggono di bocca accavallate le une sulle altre, mi sembra la copertura più fragile del mondo.
Il sacco mi sega la spalla. Ormai, è solo questione di minuti prima che mi trascini a fondo con lui. Il suo contenuto potrebbe costarmi una visita alla prigione del distretto o direttamente un’esecuzione sommaria. E, di nuovo, non so quale delle due opzioni mi spaventi di più.
“Di un po’, ne hai rubati altri?” domanda l’altro soldato, di poco più vecchio.
“Che?” rispondo, senza capire a cosa si riferisca.
“I papaveri” sbotta, scalzando con la punta del fucile il fiore che ho appuntato sul sacco.
E io sbianco.
Dopo tutte le ore investite a ripassare il piano, non posso credere di essere caduta in trappola per un errore così stupido. Come ho fatto a non rendermi conto che quello che stavo costeggiando è un campetto di papaveri da oppio rimesso in funzione dai miliziani per autofinanziarsi?
“Io, le stuoie, mio marito” biascico.
“Shh” mi zittiscono i soldati. Poi, con un comando secco, mi intimano di aprire il sacco.
Con mani tremanti obbedisco, svelando un tappetino da preghiera logorato dall’uso. Quanto gli ci vorrà per scoprire cosa c’è sotto?
I due stanno giusto decidendo se svuotare tutto per terra o tirar su oggetto per oggetto, quando un tramestio di passi concitati li interrompe e sulla scena compare un capraio con montone al seguito.
“Alla buonora, donna” tuona, prendendomi per un braccio.
“Pensavo che non saresti più arrivata. Quanto ti ci vuole, eh, per renderti conto che tuo marito si è dimenticato stuoie e tappetino a casa? Cos’è, speravi che mi addormentassi steso su un prato e mi mordesse una vipera?”.
Mi stringe così forte che probabilmente mi resteranno i segni. E continua: “Una lavoratrice, mi ha detto tuo padre, per convincermi che il nostro sarebbe stato un buon matrimonio. Certo, come no. Se avessi saputo che scansafatiche eri, io…”.
Incuriositi dalla scenetta, i miliziani hanno dimenticato il sacco.
“Per fortuna – conclude il capraio – Dio sia lodato, sono arrivati i talebani e presto anche nelle famiglie torneranno a regnare il rigore e la morale”.
Calca l’ultima frase con un’enfasi tale che, se non lo conoscessi, direi che ci crede davvero. E, Dio questa volta sia lodato sul serio, ci credono anche i soldati.
“Va bene – ordinano – Si riprenda sua moglie e sparite”.
Lui annuisce. E, sempre stringendomi il braccio, si incammina tra i noccioli.
“Hai da mangiare?” domanda a mezza voce.
“Sì”, dico, aggiustandomi il burka azzurro e sganciando un sacchetto di biscotti dalla cintura. Lui li agguanta e, in due falcate, raggiunge di nuovo i soldati.
“Per il disturbo causatovi da mia moglie” dice.
I due annuiscono. Cominciano a mangiare prima ancora che se ne sia andato, con la foga violenta e scoordinata degli affamati.
Se avessero scoperto il contenuto del sacco, mi avrebbero uccisa o peggio. Eppure, in questo momento nel mio cuore non c’è odio né rancore, ma solo una pena infinita.
Poveri noi. Certo, non avevamo ricostruito la democrazia. Però un filo di voce lo avevamo ritrovato. E ora siamo al punto di partenza, come in un gioco dell’oca crudele e tutto sbagliato. Di nuovo senza libertà. Senza colori. Persino senza musica. Con solo le armi, i martiri e gli stenti a farci compagnia.
“Come hai fatto a…” chiedo al capraio, che prima di darsi alla clandestinità a causa del ritorno dei talebani, era avvocato, poeta e mio vicino di casa.
Ma lui mi zittisce con un affettuoso buffetto sulla guancia.
“Dai che ci siamo quasi – dice – il peggio è passato”.
Poco dopo, infatti, arriviamo alla grotta che si apre nella pancia della montagna.
Di guardia c’è zietta, seduta su una roccia, con la vedetta del burka alzata fino all’attaccatura dei capelli ormai bianchi. E là dove un soldato di passaggio scorgerebbe una smemorata vecchina che si scalda le ossa, noi vediamo la placida solidità della levatrice che ci ha fatti nascere. Colei che ha orchestrato il piano affinché le bambine e le ragazze del villaggio potessero continuare a studiare anche dopo il ritorno degli uomini in nero.
Salutandola con un cenno della mano, ci addentriamo nella caverna. E tra le stalattiti cominciamo a intravedere le teste dei nostri compaesani.
Il sacco, ora, non mi pesa più. Anzi, quasi mi dispiace disfarmene.
Il capraio mi indica una rientranza.
“Svuotiamolo lì” propone.
Annuendo, tolgo con riverenza i tappetini di iuta uno per uno e lascio che dal fondo del sacco emergano penne, matite, quaderni, dispense, sussidiari, manuali di fisica, anatomia. E poi romanzi. Tutti i romanzi che siamo riusciti a salvare.
I paesani si avvicinano, ordinati. Ciascuno sa cosa deve ritirare. Come al razionamento delle derrate alimentari, in piazza, il venerdì dopo l’esecuzione delle pene corporali. E in un certo senso è proprio così. Questi libri sono vita. Al pari del riso. E proprio come il cibo tiene acceso il motore del corpo, loro assicurano che non si spenga quello della speranza.
Li guardo sparire nelle pieghe dei vestiti di madri e sorelle, sotto i berretti di fratelli e mariti, nei panciotti di nonni e papà. E mi sento in pace, per la prima volta dopo tanto tempo. Per la prima volta da quando il capovillaggio ci ha comunicato che l’istruzione media e superiore era vietata alle bambine e alle ragazze e che per i maschi, gli orari delle lezioni, non dovevano entrare in conflitto con l’addestramento militare e il lavoro nei campi di papaveri. Per fare l’annuncio si è messo in controluce, ma che, mentre parlava, aveva le lacrime agli occhi, lo abbiamo comunque visto tutti. È stato allora che zietta ha partorito l’idea di usare la grotta come base per costruire una scuola clandestina, dove fare – ogni tanto – lezione e scambiare materiali didattici. Io, che il giorno della presa di Kabul mi sarei dovuta laureare, ho aderito per prima. Il capraio per secondo. All’inizio della guerra, voleva andare su, nella valle del Panshir, dove gli uomini del Leone resistono in armi ai talebani. Ma zietta lo ha convinto che anche noi, coi nostri quaderni e le nostre tabelline, stiamo facendo lo stesso. Perché, quando vivi in un regime, ti sembra di annegare nella solitudine, nell’impotenza e nella delazione. Senti che il mondo ti ha dimenticato e i tuoi valori più profondi cominciano a sgretolarsi sotto il peso del terrore. La scuola, invece, ti dà la forza di girarti a pancia in su e di vedere nelle nuvole i volti di tutti coloro che hanno combattuto prima di te. La scuola ti insegna che non sei solo. Perché il tempo e i continenti, purtroppo, sono pieni di uomini, donne e popoli che – su in montagna – hanno resistito, sofferto e perso tanto, forse tutto, pur di salvare la dignità e la coscienza. La scuola ti rende consapevole che la storia si ripete. Ma che lottare per cambiarla vale la pena. Ogni volta. Perché anche se la primavera è ancora lontana e la strada è in salita, l’istruzione è ciò che protegge il seme della rivolta dall’indottrinamento, fino al giorno in cui potrà tornare a sbocciare il germoglio della libertà.
Bottega Letteraria Inter Folia Fructus