Racconto 2° Classificato – Settima Edizione – 2024

LA VOLPE

di Maena Delrio

 

La volpe avanzò tra le zolle bagnate, si fermò tra i filari contorti e lì rimase, immobile, annusando l’aria densa di pioggia, le pupille vigili pronte a cogliere il minimo movimento tra i tralci di vite. Baingio impugnò il fucile con un unico gesto quasi fosse un’estensione del suo braccio, tenendo il  canide fulvo sotto tiro. Sarebbe bastato contrarre l’indice della mano destra perché la scatola cranica saltasse in aria, disperdendo il suo molle contenuto  tra la polvere e i grappoli maturi. Una sola mossa, e il pelo si sarebbe squarciato rivelando gli umori celati, gli organi tiepidi e ancora pulsanti nell’agonia. Accarezzò il grilletto con la punta del dito, trattenendo in un sospiro l’ebbrezza del potere di decidere la vita e la morte. Era solo un bambino quando aveva scoperto che la giustizia di Dio non  sarebbe mai arrivata a lambire quei territori con il suo magnanimo abbraccio. Perciò, si era detto, tanto valeva diventare egli stesso Padre, Figlio e Spirito Santo. Glielo aveva insegnato la montagna, aveva plasmato il suo carattere con l’asperità dei suoi lineamenti, con la durezza di una vita in salita. E lui aveva imparato, chinando il capo, perché il Supramonte sa essere generoso con chi ha rispetto, ma uccide senza remore chi pensa di poterlo dominare.

L’animale, intanto, continuava a rimanere immobile. Attraverso il mirino di precisione l’uomo lo scrutò da vicino. Le zampe anteriori piantate sul terreno parevano sostenere il peso immenso della quotidiana lotta per la sopravvivenza; quelle posteriori fremevano, pronte a scattare al minimo segno di pericolo. Il muso lievemente arricciato lasciava intravedere le radici dei canini affilati, e la punta della lingua penzolava sul mento, nel tentativo di cogliere nell’aria ogni sapore che non fosse quello delle gocce di pioggia. Non era la prima volta che la volpe veniva a fargli visita, durante i lunghi appostamenti. Dubitava che non si fosse mai accorta del suo odore e, in realtà, era quasi certo che avesse approvato la sua presenza, in un patto di non belligeranza tra cacciatori interessati a prede differenti, ma ugualmente mossi dallo stesso viscerale istinto assassino. Aveva smesso di temerlo. Era un bene? Da sempre, la sua gente sparava a quei mucchi d’ossa e zecche, un danno sia per le coltivazioni che per l’allevamento. Margiani malu, lo chiamava suo padre indicando il pollaio razziato, le piume ancora intrise di sangue e merda che svolazzavano attorno al buco nella rete. E gli sembrò che il vento, che si era appena sollevato e prometteva tempesta, gli portasse alle orecchie il suono della sua voce baritonale, sepolto chissà dove nella memoria, insieme alla carezza di sua madre. L’uomo si strinse nelle spalle. Ricordi d’infanzia si affastellarono nella mente, di piccoli cadaveri appesi alla mercé dei venti, le viscere piene di vermi e il ronzio di lucidi mosconi affamati, macabre decorazioni di alberi scheletrici sul ciglio di strade polverose. Un monito per quei ladri di galline che agivano sul far della notte. E per chiunque pensasse di potersi appropriare della roba d’altri.

D’un tratto, la bestia drizzò le orecchie, puntandole verso un rumore al di là della frangia d’alberi che delimitava il costone granitico. Lo scatto fulmineo precedette di pochi secondi il fragore di un tuono e la pioggia aumentò d’intensità. Baingio seguì la bestia con il colpo in canna finché non scomparve appiattendosi sotto una catasta di legna addossata a un muro, mentre le ruote di un pickup si avvicinavano allo spiazzo antistante il vecchio casolare dal quale la vigna digradava in terrazzamenti fino quasi a valle, sollevando schizzi di fango bruno. L’uomo che scese dal mezzo non somigliava per niente al fantasma che aveva abitato i suoi sogni nei vent’anni precedenti. Le spalle curve avevano scavallato ogni traccia di balentia, l’arroganza tipica della giovinezza: il ventre prominente raccontava di anni passati a ingozzarsi dei frutti di una terra che non gli apparteneva. Ma ciò che lo ferì maggiormente fu la tranquillità che lesse nei suoi gesti, la sicurezza di chi pensa di aver saldato tutti i conti, di aver estinto tutti i debiti. Non si guardava attorno come un animale braccato, nemmeno un cenno di ansietà nel trovarsi lì tutto solo, con la filonzana, la parca che recideva il filo della vita, che gli gravitava sulla testa.

– Badore!

Anni di rabbia taciuta, covata in omertoso silenzio echeggiarono in quel grido selvaggio.

– Badore!

Il ruggito sovrastò lo scroscio della pioggia. E si stupì, Baingio, quando l’uomo che aveva appena chiamato per nome non comprese subito ciò che di lì a poco sarebbe accaduto. I suoi occhi cerulei, così inusuali per chi come loro affondava radici profonde tra quelle rocce, sembravano domandare perché, perché proprio a lui? Soltanto quando la prima scarica di pallettoni lo costrinse a piegare le gambe, il condannato rivelò il guizzo dell’antica paura oltre la maschera dell’incredulità. E a Baingio parve di riconoscere nell’ultimo sguardo una supplica pietosa, prima che un’altra scarica gli trapassasse il costato e il sangue gli inondasse la bocca.

Non si accorse subito del ragazzino che aveva aperto lo sportello del passeggero, incapace di muovere un passo in più, con le pupille dilatate nell’orrore, fisse sul cadavere ancora caldo di suo padre. Baingio scorse, attraverso il vetro, le braccia lungo i fianchi tese come corde di violino, immaginò i pugni stretti fino a sbiancare le nocche. Stava lì, quel figlio di una stirpe cattiva, con l’acqua che gli aveva inzuppato la maglietta e appiccicato i capelli alla faccia. In attesa di morire.

Baingio abbassò il fucile con lentezza esasperata nel tentativo di non turbarlo maggiormente, una gentilezza inutile, di fronte al danno che aveva già inferto. E rivide sé stesso bambino, l’innocenza della giovane età che fluiva e si disperdeva sul selciato insieme al sangue di suo padre e di sua madre, assassinati sulla porta di casa, rei di aver ereditato qualcosa di cui anche altri accampavano il possesso. Era stato lui, tziu Badore. L’aveva riconosciuto nonostante il passamontagna sul volto, tradito da quelle iridi color del cielo, capaci di piangere calde lacrime al funerale come se davvero provasse compassione per i defunti o una qualche forma di rimorso e al tempo stesso crudeli come la morsa del gelo attorno alle piante avvizzite in inverno. Sa giustitzia, quella dei carabinieri, delle istituzioni, in mancanza di una pista valida e davanti all’omertà del paese intero aveva rinunciato presto di far luce sulla vicenda. E così, l’odio nei confronti di quell’assassino rimasto impunito era cresciuto insieme a Baingio, anno dopo anno, avvelenando ogni rapporto umano perché niente avrebbe mai avuto senso senza la giusta vendetta. La faida era stata aperta, era suo dovere chiuderla. Suo zio avrebbe dovuto uccidere anche lui, quel giorno, perché una vita a pane e fiele era stata una condanna peggiore, ma di fronte a un bambino gli era mancato il coraggio. Adesso, a Baingio si presentava lo stesso dilemma in quel viso imberbe che tremava pochi metri più avanti. Se l’avesse lasciato andare, non gli avrebbe forse imposto la sua stessa croce?

A un tratto fu colto da un’enorme stanchezza. Si appoggiò al calcio del fucile, confuso. Aprì la bocca, la rinchiuse, scosse la testa. Il rumore dei ciocchi di legna che rotolavano giù dalla catasta lo fece voltare verso il casolare.

– Margiani malaittu!

La volpe saltò fuori dal suo nascondiglio improvvisato, il pelo fulvo irto sulla schiena. La detonazione la fece schizzare via verso il bosco di lecci, e Baingio fece appena in tempo a scorgere la macchia di pelo fulvo che s’inoltrava tra i sugheri. Non comprese subito di non essere stato lui a sparare. Solo quando si toccò il fianco il dolore esplose in ogni cellula del corpo. S’inginocchiò a quattro zampe sulla terra zuppa. Con la coda dell’occhio vide il ragazzino in piedi, tra le mani un oggetto metallico, scuro, la canna ancora fumante a contatto con le gocce di pioggia sottili che ora li avvolgevano come una nebbia. Il secondo proiettile gli trapassò l’occhio e il buio sostituì la luce. Il gannito della volpe risuonò tra i filari e si spense. Lo consolò il pensiero che, almeno, non avrebbe più dovuto scegliere.

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