Racconto Finalista – Settima Edizione – 2024

IL VELO DELLA REGINA

di Gabriele Bordogna

 

Da quando è nata mia figlia la domanda che ho fatto più spesso in giro è stata: “quando si forma il primo ricordo?” La gente mi rispondeva dicendomi numeri a caso: tre o quattro anni, dai trentatré ai trentasette mesi, ma io avevo bisogno di una data precisa; non solo, avevo bisogno che la tal data fosse il prima possibile, e che qualcuno si sbilanciasse dandomi una conferma: “vai quel giorno, da quel giorno la memoria di tua figlia potrebbe essere già pronta a tenersi ricordi. Vai quel giorno, se ci tieni tanto.”

Cammino con le spalline dello zaino che per il peso mi stropicciano la pelle sopra le clavicole, e l’unico sollievo me lo danno le bave di vento che, dopo essersi biforcate per superare le crode, si concedono di riposare un poco sulla mia faccia, prima di proseguire verso ovest. Sanno già di autunno.

Chissà se mia figlia sa già che odore ha l’autunno, mi chiedo, chissà se è una cosa che si sa a prescindere o se la sta scoprendo adesso. Se la ricorderà?

Ada sa rendersi conto se nostra figlia sta imparando una cosa, ma non è potuta venire. Non si sente ancora pronta per uno sforzo fisico del genere. Non la biasimo, d’altronde non se l’è presa quando sono stato categorico nel dire che il percorso sarebbe rimasto invariato nonostante fosse faticoso per lei: deve essere questo, le ho detto, perché questo è stato il percorso che ho fatto io con mio padre. Non può cambiare. Possono morire gli alberi, cadere i sassi, sparire i fiumi, ma se il sentiero ha sempre il suo numero con il segno bianco e rosso, allora il percorso non può cambiare. È la via, e la via rimane, almeno finché qualcuno decide di percorrerla, ed è per questo che si chiama “percorso”, cazzo.

Ada mi ha capito, non se le è neanche presa perché ho detto “cazzo” mentre le parlavo nonostante avesse in braccio la bambina: sa che ci tengo al sentiero 525 e sa che nostra figlia non è ancora abbastanza grande per ricordarsi i momenti, figurarsi le parolacce.

Io non so quando è arrivato il mio primo ricordo, ma so qual è. Quando lo racconto mi dicono sempre che è una falsa memoria, che ho ricreato quell’immagine solo perché c’è una vecchia foto a testimoniarla. Ma io mica posso essermelo inventato l’odore minerale della dolomia umida, il respiro della valle farsi un sibilo nell’attraversare con noi la forcella, l’ombra del Sassopiatto coprirci in una lenta colata, le scaglie ocra del Sassolungo farsi ancora più arcigne, quasi fiorissero con l’indorarsi della luce del pomeriggio, e poi il soffio ben modulato dell’espirazione di mio padre, il suo pile rosso, del rosso che si vede solo in certi pile degli anni Ottanta, con quel sorriso che si fa solo quando si è appena finita una salita in montagna, e che si chiama “sorriso” solo per convenienza, ma forse meriterebbe un nome più nobile. Ecco, vedi! Mi dicono che se ricordo il sorriso allora probabilmente sto pensando alla foto, e non al momento della foto, visto che io ero infilato nello zaino porta bimbo sulle sue spalle, e non potevo vederlo ridere. A quel punto dico sempre che probabilmente ho mescolato la foto e la realtà, ma sulla certezza che quello sia il mio primo ricordo non si dubita. Punto.

Il fatto che mio padre non ci fosse più non è stato un problema, perché me lo ricordavo il percorso, con lui l’ho fatto tante volte, e in condizioni normali non ci sarebbe stata nemmeno tutta questa fretta. Poi c’è da precisare che non sono così egoista da volere che il primo ricordo di mia figlia sia il mio stesso, però non abbiamo molte alternative: il tempo scarseggia, e se mia figlia conserverà un altro ricordo prima di questo ben venga, ci mancherebbe, ma l’importante è che si ricordi questo, davvero.

Appena la bambina ha compiuto tre anni ho capito che non avremmo potuto aspettare ancora. L’estate era passata calda, troppo calda, e se con l’inverno potevamo stare abbastanza tranquilli, di certo non potevamo essere troppo ottimisti per l’estate che sarebbe seguita.

Ho guardato le foto del posto su internet, ho chiesto alcuni pareri a dei frequentatori assidui e mi sono convinto ad andare nonostante mia figlia per alcuni fosse troppo piccola e magari non si sarebbe ricordata un bel niente.

Ho comprato in fretta uno zaino porta bimbi visto che quello che usava mio padre è finito in mano a chissà quale parente. Ci ho messo dentro mia figlia per verificare che ci potesse stare comoda e me la sono messa in spalla, là nel salotto di casa, con Ada che ridacchiava nel vedere lei così divertita e io così ben calato nella mia parte di padre montanaro.

Ada mi ha fatto notare che così non avrei avuto posto per le solite cose che mi porto dietro, dalla borraccia fino al taccuino per i timbri dei rifugi, dall’antipioggia fino alla rosetta con speck e formaggio.

Chissenefrega, ho detto, un po’ perché l’alternativa era legare un sacco allo zaino come si fa con i vestiti bagnati e i rifiuti, un po’ perché ho pensato ci fosse un qualcosa di sacro nel fatto che ci si porta in montagna solo lo stretto necessario, per ogni evenienza, ma che arriva un momento della vita in cui lo stretto necessario, per ogni evenienza, diventa una persona.

Ora questa personcina mi sta tirando un orecchio per giochicchiare con l’elice, proprio mentre il sentiero si inerpica nel dedalo formato dai recessi più intimi della montagna della mia vita, e il silenzio che di solito scandisco col ritmo liturgico dal mio respiro è rotto dalle sue risate. Forse di questo ricordo conserverà dettagli diversi da quelli che vorrei donarle. Magari si ricorderà l’ipnotica morbidezza della pelle dietro le orecchie, l’odore di plastica nuova dello zaino, il profumo di camomilla del mio shampoo, e di queste montagne non rimarranno che baluginii confusi, della neve solo le cose che raccontano i vecchi.

Avevo programmato la partenza per ottobre, ma l’aggravarsi della situazione a inizio settembre, con una nuova ondata di caldo, mi ha costretto ad anticipare. Stamattina sono partito presto da casa e sono arrivato in Val Gardena già troppo tardi. I miei amici mi han detto di scegliere un posto più vicino, ma si vede che non hanno capito cosa mi interessa fare. Non è che una gita vale l’altra, non è che una montagna vale l’altra.

Io ho bisogno che mia figlia arrivi in un certo punto facendo un certo percorso, e non lo deve fare per me, né deve farlo per lei: non siamo solo noi due gli elementi coinvolti in questo patto che perdura nel tempo, e che si passa generazione dopo generazione come la terra, le filastrocche e le vecchie stoviglie con i motivi a fiori. C’è anche la montagna, nel patto.

È passato mezzogiorno e nonostante il vento abbia già il sapore muschiato di ottobre, c’è ancora l’afa di un agosto caldissimo addormentata sui pascoli e spalmata sulle rocce. Mi fa paura. Rallento il passo quando il sentiero si inerpica sull’altare tra la parete nord del Sassolungo e le Cinque Dita, che si chiamano così perché secondo una leggenda il gigante Sassolungo fu sotterrato per aver detto troppe bugie, e di lui in superficie è rimasta solo una mano.

Mentre salgo le racconto la storia, anche se lei non capisce ancora bene, ma le tocca. Qui tutte le montagne hanno una storia, e raccontarle è l’unico modo di conoscere cosa nascondono oltre la loro pelle di luna, e quali legami gli umani hanno consegnato alle concavità delle loro cenge più buie. C’è il Rosengarten, con il suo giardino di rose, che per un incantesimo del re Laurin fiorisce solo all’alba e al tramonto. C’è il Pelmo, che chiamano Caregon del Padreterno perché si dice che Dio, per riposarsi il settimo giorno, decise di sedersi proprio lì, visto che la forma evidentemente si adattava al suo fondoschiena. Poi c’è la Marmolada, con il suo ghiaccio che non si scioglie mai, perché la Regina delle Nevi decise di farci nevicare sopra per un eone intero.

Mi chiedo come starò una volta che sarò alla forcella e potrò guardare il panorama dall’altra parte. Già intravedo il tetto del rifugio Demetz brillare sotto il sole, alla meta: non dovrebbero esserci nuvole, così anche se mia figlia non si ricorderà di nulla, almeno sarò io che avrò modo di vedere un’ultima volta ciò che devo. Mal che vada glielo racconterò, e le dirò che era con me. Ci faremo anche una foto.

Mi arriva un messaggio di Ada, lo leggo per prendere fiato: mi chiede se ha resistito all’estate, se c’è ancora e se siamo riusciti a vederla. Allora mi accorgo che è già tardi e che dovrei essere su da un pezzo; sono stato lento, il sentiero 525 è pesante con una pupattola come la mia sulle spalle, quindi aumento il passo, metto la mano sulle spalline e mia figlia dice “hop hop” come se fossi un cavallo.

Quando si può avere il primo ricordo?

La domanda mi trascina su, mi tende i polpacci e mi fa infilare le punte degli scarponi nella pietraia per non scivolare. Supero gli ultimi gradoni di roccia, poi nelle narici mi arriva in un guizzo il pizzicore dell’alta quota.

Anche mia figlia capisce che siamo arrivati (questa sì che è una cosa innata) e applaude. Io però non mi tolgo lo zaino: proseguo sul pianoro dove riposa il rifugio e vado oltre, verso il vuoto, là sul bordo del vasto ghiaione che dalle pendici del Sassolungo e delle Cinque Dita scende fino ai pascoli del Passo Sella.

I prati brillano stretti tra i monti pallidi e il verde profondo dei boschi, maculando quel panorama di nuvole fini, rifugi remoti e blocchi di granito dall’aspetto di grandi cetacei spiaggiati.

So dove guardare, e indico il punto a mia figlia, ma è difficile non accorgersene.

La vedo subito e mi spavento. Sapevamo che non avremmo avuto molto tempo, ma non mi aspettavo che ce ne restasse così poco.

Nel mio primo ricordo c’è il pile rosso di mio padre, il fianco segaligno del Sassolungo, l’odore della roccia, ma dietro, alle nostre spalle, anche nella foto, c’è un maestoso balcone di ghiaccio che ricopre la cima più solenne di tutto il panorama. Non è vero che la mia è una falsa memoria, perché ricordo mio padre nell’atto di indicare quella montagna bianca, l’unica, mentre dice ciò che dico anche a mia figlia, nonostante oggi quella cima sia spogliata del suo ghiaccio, fatta eccezione per un sottile strato che riluce in vetta: “quella è la Marmolada con il suo ghiacciaio, guardala bene, perché tutto quel ghiaccio non ci sarà per sempre.”

Tornai molte volte a guardare la Marmolada con mio padre. Mi impressionava il fatto che lei portasse fiera il suo vestito bianco di neve anche d’estate, come una sposa che non smette mai di vivere il giorno delle nozze. Solo che negli ultimi anni il velo si accorciava, mangiato dalle tarme del caldo.

“Anche tu un giorno dovrai portarci tuo figlio,” mi aveva detto il papà, “perché è così che funziona in montagna: la si eredita e la si custodisce.”

Non volevo che mia figlia crescesse senza che potessi condurla a conoscere il ghiaccio della Marmolada.

Mi siedo e libero mia figlia dallo zaino. Siamo su un masso rivolti a sud est: lei guarda vicino, io guardo lontano verso la Marmolada, fisso, come se mi aspettassi di vederla voltarsi. Vorrei dirle che vedo il suo ghiaccio, ed è bello anche se è poco, e che lo vede anche mia figlia, che siamo venuti apposta da Milano, e fa niente se la leggenda della neve che non si scioglie mai non era vera. Ma le montagne sono fiere, e non rispondono. La Marmolada è la più fiera di tutte, e nemmeno si volta.

Fa niente se non ti ricordi di questa gita, ok? Mia figlia mangia un biscotto e annuisce. L’importante è che ci torni, e che continui a raccontare la storia della dolomite vestita di neve anche in estate, perché lei ce l’ha messa tutta a tenerselo quel ghiaccio, capito? E non è colpa sua se si è sciolto. Ha annuito ancora.

Insieme abbiamo guardato l’enrosadira incendiare le crode davanti a noi e poi l’ultimo raggio salutare la scheggia di ghiaccio sulla vetta in un barbaglio.

La Marmolada e mio padre sanno già tutto, e se mia figlia non si ricorderà glielo racconterò tante altre volte. Quindi, per questa volta niente foto. Il ghiaccio, forse, tornerà.

 

 

 

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