CENERI
di Ugo Criste
Arrivai a Bruil alle prime luci dell’alba. Avevo viaggiato, con la mia automobile, durante la notte, sospinto, soprattutto, dall’ansietà di giungere a destinazione il prima possibile.
Questa volta, però, a differenza dal solito, non sarebbe stata una giornata trascorsa in montagna per divertimento, per svago. Questa volta dovevo adempiere una volontà espressa da Enrico. Con Enrico avevo scalato ogni montagna della Val d’Aosta. Non proprio tutte. Ma le più importanti di sicuro. Eravamo una coppia di alpinisti affiatata, collaudata. Fra noi c’era la fiducia necessaria. C’era quella amicizia cresciuta un po’ per caso, e alimentata da una passione comune: la montagna. Fu una maledetta malattia a separarci. A spegnere dentro di lui la luce della vita, persino, logorandolo, la voglia di lottare per la vita. In poco tempo le sue spalle, le sue braccia, l’intero suo corpo prima muscoloso, si svuotò. Lasciò spazio a indumenti divenuti larghi, alla pelle che privata dai tessuti, divenne cadente. Durante la malattia lo andavo a trovare ogni giorno. Stavo accanto al suo giaciglio, e per tenergli compagnia gli leggevo brani di resoconti di viaggi avventurosi, compiuti da alpinisti, e avvenuti sulle cime più alte del pianeta. Lui ascoltava. Forse capiva persino il mio imbarazzo nell’essere sano. Neppure fosse stata una colpa. O una vergogna da tenere celata e, per pudore, da non esibire. Nei primi tempi, mentre leggevo, interveniva. Esprimeva proprie opinioni. Con l’avanzare della malattia, perse la forza di chiedere, di commentare. Forse persino l’interesse. Poi un giorno, uno degli ultimi suoi giorni di vita, allungò la mano. La posò sopra la mia, e, con un soffio di voce, bloccandomi il respiro, mi disse. “Ho parlato con Paola. Le ho detto che vorrei essere cremato. Le mie ceneri le consegnerà a te. Vorrei che tu le spargessi sulla cima della Granta Parei. Dimmi che lo farai. Dimmi che mi unirai alla montagna.”
L’urna con le ceneri di Enrico è ora riposta all’interno del mio zaino. Paola, la moglie di Enrico, me l’ha consegnata stringendola, come gelosamente al petto, e con le lacrime che le rigavano il volto. Mi ha chiesto di esaudire l’ultima volontà di Enrico, del suo uomo, del mio compagno di cordata. Mi ha chiesto, anche, di filmare mentre le sue ceneri si spargono nell’aria. Mentre si adagiano fra le pietre. Fra la terra argentea della cima della Granta Parei.
Sto avanzando per il sentiero. Il medesimo sentiero con Enrico percorso decine di volte. Per questa via non si giunge solo alla vetta della Granta Parei. Pure per altre cime. Tuttavia, la Granta Parei era la sommità preferita di Enrico. Perché la più esposta. Perché complicata da raggiungere. Perché, soprattutto, entrando nella Val di Rhemes a chiunque viene naturale dedicarle un rispettoso sguardo. Lungo il sentiero, all’altezza di una maestosa cascata, mi fermo. Apro lo zaino. Estraggo l’urna di vetro contenente le ceneri di Enrico. La sollevo. Le faccio fare un periplo, e poi le parlo. “Le nostre montagne, “ e lo dico come se quelle ceneri potessero ascoltare o vedere, “ti ricordi Enrico? Certo che ti ricordi. Che stupido che sono. Avremmo potuto scavare, con le suole dei nostri scarponi, i solchi di questo sentiero e farli ancora più profondi. Invece, insieme, non cammineremo mai più.” Porto al petto l’urna di vetro. Cerco di cogliere possibili vibrazioni. Ma quelle che arrivano giungono solo attraverso le suggestioni dei miei ricordi. Ripongo il vaso nello zaino. Mi rimetto in cammino.
Dopo circa un’ora arrivo al rifugio Benevolo. Sul prato antistante al locale scorgo due amici di lunga data. Assieme a loro, e in compagnia di Enrico, avevo raggiunto la vetta del Monte Bianco. Qualche anno fa. Non mi ricordo neppure quando. Mi salutano. Mi invitano ad avvicinarmi.
“Come mai sei solo?” mi chiede uno dei due; Vittorio.
“Non sono solo. Lo sembro. Ma non sono solo.” rispondo. Della malattia di Enrico, immagino, non sappia nulla. Ancor di meno della sua morte. Tuttavia, non svelo niente. Fatti troppo privati, mi viene da pensare, e da non riuscire, in quel momento, a condividerne il dolore.
“Ma Enrico non lo vedo. Forse se la sta prendendo comoda? Sarebbe la prima volta.”
“No, no. Lui è passato dal crinale. Mi attenderà al lago del Gabiet.”
“State salendo sulla Becca?”
“No. Puntiamo sulla Granta.”
“La vostra montagna?” dice sorridendo Vittorio.
“Sì. La Granta è la nostra passione. Non è un segreto, d’altronde. Con questa sarà almeno venti volte che la scaliamo.” rimango, come distratto, a guardare la cima di quella montagna. Concludo. “Ora devo andare. Non posso fare aspettare Enrico.”
Mi avvio per il ripido sentiero. Mentre salgo sento il dovere di spiegare a Enrico del mio silenzio; forse lui, mi viene da pensare, avrebbe preferito diversamente, forse lui avrebbe desiderato che raccontassi a Vittorio della sua sventura.
“Non è come pensi.” dissi ad alta voce, e come se fossi sicuro che le ceneri di Enrico potessero ascoltarmi. “La mia intenzione non è conservare il segreto. Se a Vittorio spiegavo cosa ti è successo e cosa vado a fare sulla punta della Granta, be! avrebbe voluto, persino preteso, venire anche lui. E questa arrampicata, questa escursione, questa tua ultima volontà, era necessario, e giusto, che la facessimo noi due soli, e senza nessun altro.”
Ripresi ad avanzare. Dopo pochi passi mi venne da sorridere, e dissi. “Pensa Enrico solo sei mesi fa arrancavamo su questa salita. Io, a corto di fiato, ti chiedevo di rallentare il passo. Tu ridevi. Mi canzonavi. Solo sei mesi fa. Poco più che un nulla. Eppure, quel tempo, ora, vale quanto una vita intera.”
Perso nei ricordi di quella escursione proseguii per la salita. Scollinato il crinale seguii il percorso, tracciato dai passi di migliaia di alpinisti, sino all’altezza di un ometto che segnala una deviazione. Presi, quindi, il sentiero che conduce alla parete della Granta Parei. Lontano, nei pressi del lago del Gabiet, scorsi degli escursionisti. Avevano sistemato una tenda canadese fra due grosse rocce. Le rocce sembrano monoliti, monumenti colmi di mistero come è la vita. Proprio in quel punto, io ed Enrico, avevamo trascorso una notte. Era inverno. Attorno a noi tutto era bianco. Avevamo scavato nella neve una buca, e dentro i nostri sacchi a pelo impermeabili, avevamo atteso la luce del giorno. Dormimmo molto poco; dormire non sarebbe stato davvero opportuno. Fuori il vento spazzava il pelo del lago ghiacciato. E il cielo era talmente basso che sarebbe bastato sollevare un braccio per toccarlo. La neve era come appesa. E se avesse nevicato, e se noi addormentandoci non ce ne fossimo accorti, il foro d’ingresso, del nostri improvvisato rifugio, si sarebbe ostruito e noi saremmo soffocati. Per questo ci imponemmo di rimanere svegli. E ci accontentammo di ripararci dalla bufera di vento. Quella volta, però, il nostro obiettivo era la Becca della Traversiere. Arrampicata che in estate si presenta solo faticosa, ma che eseguita in inverno, e con la neve, assume significati memorabili.
Dopo circa due ore di cammino raggiunsi l’attacco della parete. Avrei dovuto arrampicare per circa centocinquanta metri. Roccia granitica. Dalle prese sicure. Tuttavia, roccia verticale e levigata. Come impegno preso con la moglie di Enrico, tirai fuori, da una tasca laterale dello zaino, il cellulare, e la chiamai.
“Ciao Paola. Siamo arrivati all’attacco della parete.”
“…”
“Paola…mi senti?” domandai come preoccupato; spesso, a certe altitudini, sparisce il segnale.
“Sì, sì. Ti sento.” rispose la moglie di Enrico. “Anche prima ti avevo sentito. Ma mi ha fatto uno strano effetto…hai detto siamo.”
Non mi ero sbagliato. E neppure mi ero confuso. Avevo detto, infatti, volutamente siamo arrivati. Tuttavia, per non turbarla, tralasciai la spiegazione. Dissi. “È stata l’abitudine. Scusami.”
“Capisco. Dovrò farmene una ragione…non so se ci riuscirò.”
“Ora ti devo lasciare.” le dissi guardando il sole che iniziava a farsi alto. “Quando sono in cima proverò a richiamarti. Non so se sarà possibile. Sai a volte il collegamento salta. Si fa ballerino. In ogni modo filmerò.” non sapevo come concludere, non sapevo cosa dirle. Allontanai, da me, il cellulare in modo che la mia voce le arrivasse sempre più lontano, e che lei immaginasse che la connessione si facesse difficile. Quindi, interruppi il collegamento.
Quel tratto di parete l’avevo scalato varie volte. Senza Enrico, e da solo, sarebbe stata la prima volta. Ma gli attacchi erano gli stessi. Gli appigli non si erano modificati. Dovevo, però, non perdere la concentrazione. Affrontare la parete come se fosse stata la prima volta. E soprattutto non pensare, mentre arrampicavo, a quello che avrei dovuto adempiere una volta raggiunta la vetta. Salii per una fessura verticale della roccia. Le mie dita frugavano fra quella fenditura e con le gambe spingevo, mi sollevavo. Raggiunsi un chiodo. Seguendo una sporgenza mi spostai di lato. Osservai il precipizio; immenso. Qualche ciottolo, spostato dai miei scarponi, cadde nel vuoto. Cascò, perpendicolare, per una ventina di metri. Incontrò, quindi, la parete e rimbalzò nel precipizio. Raggiunsi una insenatura; una ruga della roccia. Fissai a un chiodo la corda, e mi sollevai con la forza delle braccia. Proseguii in quella maniera usando una fune doppia, e tenendo il più possibile le braccia distese e il corpo aderente alla parete. Superato quel tratto trovai una sporgenza. Recuperai la corda. Mi assicurai. Respirai a fondo. E mi concessi una distrazione; ne sentivo il bisogno.
“Sai Enrico, sarà dura separarmi da te. Sarà persino dura spargere le tue ceneri sulla vetta, e lasciarle in balia del vento.” stetti qualche secondo come assorto e in silenzio. “Forse pure io deciderò, quando verrà il mio momento, di seguire il tuo esempio. Dovrò, però, cercare un amico che lo possa fare. Che mi piacesse che assolvi quel compito. Non saprei proprio a chi rivolgermi…Forse sarebbe preferibile rimanere in qualche crepaccio…Che poi, anche se potrebbe apparire patetico o qualcosa di simile, è addirittura una specie di sogno, al limite dell’incubo, che immagina per sé ogni alpinista. Anche se magari non lo dice. Anche se magari ne fa segreto. Anche se magari lo custodisce dentro di sé.”
Ripresi la scalata. Superai un tratto levigato, ma disseminato di chiodi; troppi chiodi. Sempre a corda doppia salii per un camino stretto, ma privo di buoni appigli. Dallo sforzo mi tremavano i muscoli delle braccia. Ma non era il momento, e il luogo, per riprendere il fiato. Ancora una decina di prese. Infine, la vetta. A questo punto, però, l’operazione più ardua, più dolorosa.
Sfilai dalle spalle lo zaino. Sistemai il cavalletto. Vi montai sopra la telecamera. Presi l’urna contenente le ceneri di Enrico. La portai al petto. “Caro amico mio.” dissi come in trance. “Siamo al momento cruciale. Spargere le tue ceneri sarà davvero come perderti per sempre. Per ritrovarti, per avere l’illusione di rincontrarti, dovrò salire su questa cima. O forse volgere, semplicemente, il volto alla brezza e immaginare che tu mi venga incontro. La nostra è stata una bella avventura. Ci siamo tolti tante soddisfazioni. Abbiamo coronato tanti sogni…avremmo potuto averne altri…Ti sono grato, e sono onorato, che per questo compito hai pensato a me. Conserverò questo momento per tutta la mia vita.”
Tenendomi davanti all’inquadratura della telecamera, rovesciai le ceneri di Enrico. Alcuni frammenti presero la via del vento. Altri si depositarono fra le pietre. Altri ancora scivolarono oltre il ciglio della parete e precipitarono sfiorando la roccia.
Fu quando rientrai a casa che mi accorsi che delle particelle delle ceneri di Enrico, si erano depositate all’interno dei miei scarponi. Mi piacque immaginare che non volessero distaccarsi del tutto da me.
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