BONACCIA E BUFERA
di Giovanna Stanzione
Per una donna di mare approdata un giorno in montagna tutti quei puntoni di roccia che la circondano vogliono dire una sola cosa: pericolo. Esattamente quello che speroni di roccia affioranti significano in mare.
C’è troppa immobilità e troppo silenzio, non il frusciare delle onde, non il continuo respiro dell’acqua.
La neve è un mare bianco, liscio solido e opaco, che congela ogni cosa.
Il mare è un humus brulicante di vita guizzante e improvvisa, la montagna è un cimitero sospeso, che tace.
Il mare non ha salite. Ci si può discendere, però, e i duemila metri si raggiungono calandosi nei fondali più profondi. Le risalite sono un saper cavalcare pressioni e correnti che ti risputano fuori leggero come un tappo.
E poi il cielo. La neve ruba bagliori al cielo, lo stinge e lo sbianca.
Nel mare il cielo è al massimo della sua potenza. Ѐ raddoppiato. Ѐ sopra e sotto; è soffitto e terra e pareti. E il suo colore esalta il mare e il mare esalta il suo colore.
Per una donna di mare approdata alla montagna ogni cosa è estranea e il mondo è straniero e indecifrabile.
Almeno finché non ti avvicina un uomo, una guardia forestale, cui chiedi cosa siano tutti quegli alberi grigi e appuntiti che vedi intorno.
Lui risponde: «Larici» e poi, senza che tu gli dica nulla, aggiunge: «con questi tronchi fanno gli alberi delle navi».
E succede lì, all’improvviso, il mare arriva alla montagna e la montagna arriva al mare.
Tu ti giri e tutt’intorno vedi una selva fittissima di navi a vela che un giorno saranno pronte a salpare.
E mentre segui la scia di altri esseri umani, cercando di indovinare sentieri, rovistando nella tua testa in cerca di leggi del mare che ti possano aiutare anche lì, dove ogni cosa è così visibile e ha una traccia incontestabile di neve smossa e rami spezzati, pensi che è una strana caratteristica del mare quella di non conservare traccia.
Di aprirsi e richiudersi su umanità e relitti, inghiottire ogni cosa e tornare sempre uguale.
Ad un certo punto incontri uno del luogo, dal passo a gambe larghe, che ha un che di familiare, e la pelle del volto cotta dal sole.
Ti saluta. Lo saluti.
Ѐ un gattista.
«Gattista?»
«Guido il gatto delle nevi, ogni notte per tutta la notte. Per compattare la neve sulle piste fino a tremila metri».
E ti immagini quest’uomo solitario e notturno che solca la neve, chiuso nell’abitacolo del gatto come in una cabina di nave, con la neve e la notte che lo assediano intorno.
Poi, senza che tu gli dica nulla, aggiunge: «il mio lavoro è bonaccia e bufera. Perché tutto è immobile e tace quando salgo sul mio gatto, ma appena inizio a scendere sulle piste la neve si fa tempesta e si alza ai lati e spuma ai finestrini come creste di onde e schizza sul parabrezza come spruzzi di acqua. In quel momento tutto urla e si ribella e pare di essere in mezzo a una bufera».
Lo guardo stupita, quell’uomo di montagna, e capisco cos’è che avevo riconosciuto nella sua camminata ondeggiante e nella pelle bruciata: l’uomo di mare.
E, all’improvviso, comprendo quanto ingannatrice sia quella bonaccia e quanto feroce possa diventare quella neve che si finge addormentata.
Guardando le forme alte e i declivi intorno, capisco finalmente una cosa che la montagna può darmi, e il mare invece no: il senso della misura.
Il mare aperto non ha forma e non ha fine, quando ci sei dentro rompe i tuoi confini e tu ti allarghi e sparisci e diventi linea infinita dell’orizzonte. Nel mare perdi anche ciò che hai di più concreto e materico: il tuo peso; il tuo gravare personalissimo sul suolo della terra.
In montagna, invece, se ti senti piccolo puoi fissare il mondo da una cima alta, se ti senti troppo grande puoi fissare una cima dai piedi del mondo. La montagna restituisce peso e misura a tutte le cose.
Bottega Letteraria Inter Folia Fructus