Premio Speciale della Critica – Settima Edizione – 2024

UN PEZZO DI MONTE CHE VA GIU’

di Enrico Bormida

 

La tragedia che ha rivoltato la mia vita, forzando il transito nell’età adulta, è stato un fenomeno di una portata tale che ha visto il cielo e la terra invertirsi, fondersi in un tutt’uno, le Alpi regredire a quell’oceano primordiale di cui fino a quel momento avevo cercato di crearmi un’immagine mentale realistica senza riuscirci, immagine che da quel momento in poi invece ho sempre cercato di cancellare, nuovamente invano. Anche se, in verità, quando il cielo si abbatte sulla terra non è tanto questione di immagini, ma di frastuono. E di vibrazioni. Prima ancora che gli occhi riescano a decifrare tale schianto, il corpo lo ha già vissuto, diventando a sua volta luogo dello schianto.

Avevo undici anni, e vivevo con mio nonno, all’ombra della grande diga. Da una settimana avevo iniziato la prima media, e per andare a scuola prendevo la corriera messa a disposizione dall’azienda idroelettrica. Fino a qualche anno prima, chi andava alle medie non poteva prendere la corriera. Mio nonno diceva che ero fortunato, che avevano messo una corriera. Mio nonno queste due cose mi diceva sempre, che ero fortunato che avevano messo una corriera, e che anche lui era fortunato che non era morto in guerra, ma solo rimasto invalido. Quando mio nonno parlava della guerra, intendeva la Grande Guerra, quella combattuta sulle nostre montagne. Mio nonno dell’altra guerra abbastanza grande non ne parlava mai, perché non l’aveva combattuta.

Le estati le trascorrevo sempre con lui alla casera, per aiutarlo. Da noi passavano tantissimi operai che lavoravano alla diga. Quando si fermavano per fare due parole o comprare del formaggio, mio nonno diceva loro che era stato fortunato, che non era morto in guerra, ma solo rimasto invalido; ma che era stato ancora più fortunato che non era tanto invalido da non riuscire a gestire la casera. La casa era lì da secoli, diceva mio nonno, non era nuova come la diga, e diceva che le pietre che vedevano erano lì da ancora prima, da quando il mare era scomparso e le montagne erano venute su dal fondo. Diceva che era stata una fortuna, che si fossero innalzate le Alpi dalle nostre parti, perché con il mare sarebbe stato un problema, allevare le vacche. Le vache no san mia noar. Diceva di fare attenzione, nella costruzione della diga, che lui il mare da quelle parti non voleva che tornasse.

La vita di mio nonno si divideva tra tante fortune e altrettante sfortune: le montagne che avevano ospitato tutta la nostra stirpe e che avevano consentito l’allevamento erano una fortuna, ma il fatto che fossero diventate fronte di guerra una sfortuna. Che non ci fosse il mare e le vacche non ci annegassero dentro, una fortuna, che non riuscisse mai ad avere dei giorni di vacanza per andare al mare, una sfortuna. Mio nonno parlava spesso del mare, perché una volta l’aveva visto, era andato fino ad Aquileia. Ma a mio nonno interessava non tanto il mare che tutti potevano vedere, quanto il mare che c’era prima, prima ancora che ci fossero le montagne. Si sedeva su una roccia e cominciava a puntare il dito di fronte a sé, indicando tutti i posti che si vedevano, e dicendo che una volta non esistevano, che era tutto mare. Diceva che sarebbe stata una sfortuna se fosse tornato tutto quel mare, perché neanche lui, come le sue vacche, sapeva nuotare. Io sedevo accanto a lui, e cercavo di immaginarmi tutto il mare che c’era, ma era troppo. Non riuscivo a capire come facessero a vivere gli ungulati, che nemmeno loro me li immaginavo abili nuotatori, quando prima c’era il mare. Il nonno me lo confermava, che neanche loro sapevano nuotare, proprio come lui e le sue vacche. Forse un tempo si nascondevano altrove, e al mare ci andavano solo una volta ogni tanto, come quando mio nonno era stato una volta ad Aquileia.

Mio nonno diceva che un giorno ci saremmo andati al mare, che avrebbe lasciato tutte le vacche al garzone e che si sarebbe preso una vacanza. Prima di morire voleva andare a bagnarsi i piedi nel mare, e voleva portare anche me. Diceva che il mare è immenso, come guardarsi intorno dalla casera e vedere anziché i prati, gli abeti, le selle, le cime, vedere solo una distesa d’acqua azzurra. E che un tempo anche dalla casera si vedeva solo mare. Io questo mare proprio non riuscivo a figurarmelo, e tanto meno potevo pensare che un giorno non solo avrei avuto un’immagine mentale di questa immensa distesa d’acqua sulle nostre montagne, ma che l’avrei vista con i miei occhi.

C’è chi l’ha chiamata tragedia, chi disastro, mio nonno l’ha chiamata sfortuna: mi riferisco a quel rovesciamento di terra e cielo che portò il mio corpo a tremare, il respiro a mancare, gli occhi a sbarrarsi, e che segnò il mio ingresso nell’età adulta. Un’onda che riportò le montagne, per qualche minuto, a ricordarsi dell’oceano da cui venivano. Una sola onda, che coprì tutto. Una sola onda, che parte dal torrente che va giù e si getta verso il fondovalle, verso il Piave. Un’onda tanto breve quando infinita, composta di acqua, terra, pietre, mattoni, corpi. Io ricordo solo il frastuono, il crollo: come se qualcosa dentro di me fosse crollato, me parva de perder un toc, come diceva mio nonno quando raccontava dello sparo che aveva ricevuto nella gamba.

Ricordo anche l’onda, che sono sicuro di aver visto, sporgendomi dalla finestra di camera mia appena avvertite le vibrazioni; la notte era diventata ancora più nera, le stelle erano scomparse e il cielo sembrava scorrere via, trascinando con sé tutto quello che gli uomini avevano costruito fino a quel momento, e abbattendo parte delle montagne, per farle ritornare sul fondo dell’oceano.

L’onda, divenuta cielo, aveva portato con sé le pietre accumulate con pazienza – nei secoli –, dai miei antenati e dagli altri abitanti della Carnia. In pochi minuti i muri che componevano la casera si erano sgretolati, ritornando pietre e scorrendo a valle verso il Piave, portando con sé uomini, bestie, macchine, alberi.

Che la casera si fosse disintegrata, io quella notte di ottobre non lo sapevo, io sapevo solo del frastuono, delle vibrazioni, e del rivoltamento di terra e cielo. Sapevo solo dell’onda che scorreva sopra la mia testa, davanti ai miei occhi, e sapevo che finalmente avevo capito cosa voleva dire mio nonno quando parlava del mare tutto attorno. Mentre l’onda ancora copriva il cielo sopra la mia testa, il frastuono aveva svegliato anche mio nonno, nonostante una delle sue sfortune fosse proprio la perdita dell’udito. Mio nonno aveva detto che quello non era il mare, che se ascoltavo lui, quella era una sfortuna, era la diga che veniva giù. Ha detto che se fosse tornato il mare sarebbe stata una  sfortuna, che né lui né le vacche sapevano nuotare, che gliel’aveva detto agli operai della diga di far attenzione, che con la sfortuna non si scherza.

Io, a essere sincero, quando mio nonno parlava di sfortuna, non capivo mai quale fosse il grado di intensità dell’evento. Per lui era tutto o una sfortuna o una fortuna, e a me sembrava che le cose non potevano o essere sempre bianche o essere sempre nere, e a volte mi confondevo tra tutte queste sfortune. Non capivo, ad esempio, se era peggio la sfortuna di un’annata in trincea o quella di un’annata di magra. Per mio nonno, erano entrambe sfortune.

Solo il crollo della diga, quella notte, l’aveva chiamato una gran sfortuna, e il mattino dopo questa gran sfortuna mi confondeva ancora di più, perché in realtà la diga era rimasta lì, tutta intatta, a gettare la sua ombra sulla nostra casa e sulle macerie del paese. Eppure, e questo lo capivo, anche se la diga era rimasta integra, quell’onda era stata una grandissima sfortuna.

Lo ha detto anche mio nonno quel mattino che quell’onda, che rivoltando cielo e terra si è trascinata con se tutta la valle, è stata una grandissima sfortuna. Una sfortuna, che come la Grande Guerra, l’uomo stesso si era creato. Mio nonno quel mattino lo ripeteva in continuazione, che le sfortune più grandi sono quelle che l’uomo si crea con le sue stesse mani.

Nei giorni successivi, quando passavano gli alpini a cercare i corpi tra il fango e le case crollate, mio nonno diceva loro che nella vita era stato doppiamente fortunato, che era sopravvissuto a due grandi sfortune create dall’uomo, la guerra e l’onda del Vajont.

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