Premio Speciale dell’Associazione – Settima Edizione – 2024

FORZA E RADICI

di Massimiliano Albicini

 

I lucchetti erano ancora lì.

Riuscivo a pensare solo a quello, le mani avvinghiate alla ringhiera in ferro battuto tanto da farmi sbiancare le nocche. Erano una cosa minuscola, del tutto ininfluente nel grande peregrinare del mondo, eppure in quel momento avevo l’impressione che fossero il fulcro della vita, che se non ci fosse stato quello strano ammasso di ferro la persona che ero non sarebbe mai esistita.

Erano passati trent’anni, dalla mia ultima visita al paese. Anni trascorsi nella quotidianità frenetica della città, contrapposta alla quiete soporifera del paese d’origine, stretto sulle montagne dell’appennino emiliano. Morti i miei genitori, la vecchia casa in stato di abbandono, tornare ai luoghi natii mi era sempre parso un atto che richiedesse un coraggio al di la del possibile.

Poi, qualcosa era cambiato. Mia moglie aveva deciso che per il bene comune era meglio che le nostre strade si dividessero. Ancora non ne ho capito il motivo, forse solo perché i figli erano ormai indipendenti da tempo, e non fungevano più da collante alla nostra relazione. Pochi mesi dopo, la maledetta pandemia aveva portato l’azienda per cui lavoravo a ridimensionare il personale, ed essendo io solo un consulente più che sessantenne ero stato cancellato dall’equazione con una stretta di mano.

Il silenzioso monolocale in affitto e le ore di disperata, solitaria inattività mi erano parsi intollerabili, così un giorno mi ero trovato a ripercorrere in auto le strade tortuose verso le mie origini, sfidando i divieti del virus. Le salite erte, e le curve a gomito nelle quali il motore tendeva a perdere giri, rievocavano ricordi di gioventù, quando quelle stesse curve diventavano terreno di sfide al volante tra i pochi coetanei del circondario.

A un certo punto, in mezzo agli alberi, comparve il cartello con il nome del paese. Era poco più di uno slargo nella strada comunale, incassato in fondo a una valletta che nei mesi invernali ti concedeva la visione del sole solo il tempo necessario a ricordarti della sua esistenza. Difficile spiegare a qualcuno che non l’ha mai provato quanto freddo ci fosse sui monti a gennaio, mezzo secolo fa.

Un torrente burrascoso correva parallelo al borgo. Era in fase di piena primaverile, ne udivo il brontolìo gutturale nonostante il rumore del motore. Le venti case erano suppergiù come le ricordavo: sassi grigi, finestre piccole, tetti spioventi, la strada asfaltata tanto a ridosso delle porte che avresti potuto bussare sporgendoti dal finestrino. In un momento imprecisato qualche Giunta Comunale lungimirante aveva fatto spuntare dal nulla un parcheggio, cosa quanto mai gradita, viste le difficoltà a trovare un posto dove piazzare l’auto. Posteggiai di fianco a una Panda scalcinata, ormai rossa più per la ruggine che per la vernice, e scesi, godendomi la leggerezza dell’aria. I soli rumori erano il rombare monotono del torrente, e gli sporadici richiami di qualche cinciarella temeraria che giungeva a svolazzare nei paraggi.

Mi incamminai a passo lento lungo il viottolo che portava alla mia casa natale cincischiando il vecchio mazzo di chiavi, mai andato smarrito in tutti quegli anni per puro miracolo. Facce sporadiche facevano capolino alle finestre, tanto rapide da non darmi il tempo di riconoscerle, se pure la memoria ne fosse stata in grado.

Girai dietro l’ultima casa del borgo e infilai una specie di strettoia, con una maestà malridotta a sorvegliare il passaggio. Per arrivare dovevo passare sopra un piccolo ponte pedonale, che da tempo immemore scavalcava il torrente. La casa era giusto dall’altra parte.

Stavo ancora gingillandomi con le chiavi, mentre imboccavo il ponticello di cemento screpolato. A proteggere da una rovinosa caduta nel tumultuoso rio sottostante c’erano due semplici ringhiere di ferro, realizzate da uno zio di mio padre quando le guerre mondiali erano di là da venire. Neri tubi rettangolari saldati in forme senza fronzoli, comunque ancora al loro posto e in buone condizioni dopo più di un secolo. La praticità prima dell’estetica.

Fu solo quando arrivai a metà ponte che alzai la testa, e li vidi. Sul corrimano di sinistra c’erano i lucchetti. Il divorzio, il lavoro, quel che di brutto o di bello avevo vissuto nell’ultimo trentennio, tutto sparito. Rimasi lì, folgorato, respirando a malapena. Mi ero scordato della loro esistenza. Quando il cielo volle riuscii a muovermi, ma dovetti appoggiarmi alla ringhiera per paura che le gambe cedessero.

Non erano niente di che, quei lucchetti. Ce n’era uno grande, grigio, che abbracciava il tubolare squadrato, e altri nove incatenati al suo anello, come ornamenti di una bizzarra collana. Allungai una mano e li sfiorai. L’ossidazione li aveva colpiti in modo diseguale. Alcuni, come quello principale, sembravano ancora nuovi, altri erano un’unica infiorescenza rossoverdastra.

Evocai il ricordo, più di quarant’anni prima. Ero al secondo anno di ingegneria, prendevo buoni voti, e i miei genitori facevano ogni sacrificio possibile per mantenermi all’Università. Ero il loro unico figlio, il primo della famiglia ad aver continuato gli studi dopo le scuole medie: mio padre era operaio, mia madre casalinga, i nonni tutti fittavoli.

Una sera avevo conosciuto una ragazza, grandi occhi di giada e la vitalità argentina di un passero. Ne ero rimasto ammaliato, anche perchè era la prima donna che mostrasse interesse nei miei confronti. Era novembre quando la conobbi. Era marzo dell’anno successivo quando arrivai a casa dei miei, con la notizia che Emma aspettava un bambino.

Mio padre era al lavoro in segheria. Confessai tutto a mia madre, senza avere il coraggio di guardarla in faccia. Lei ascoltò senza parlare, seduti al tavolo della vecchia cucina. Quando mi zittii, mi prese il viso tra le mani.

«Cosa pensate di fare?»

Non risposi. Alla fine degli anni settanta le scelte non erano facili come oggi, ma comunque c’erano.

«Emma cosa dice?»

«Vuole tenerlo.»

«E tu?»

«Mamma… non lo so.»

Aveva sul volto un’espressione difficile da decifrare. Amore, esasperazione, dispiacere, tutto questo e nulla di tutto ciò. Era sulla quarantina, ma sembrava lo stesso molto vecchia.

«Invece lo sai. Non c’è scelta, se ci si deve prendere la responsabilità dei propri comportamenti. Sei un uomo, e farai quel che è giusto.»

Avevo solo vent’anni, mi chiamava uomo per la prima volta.

«Non ci riesco.»

Scoppiai a piangere. Tutto quel che avevo programmato, renderli orgogliosi di me, ricompensarli dei loro sforzi, perduto. Per colpa mia. Mia madre mi lasciò sfogare, poi si alzò e si diresse alla credenza, che da quando avevo ricordo faceva bella mostra di sé nel tinello. Aprì un cassetto, frugò all’interno e ne cavò un oggetto.

«Vieni con me.»

Uscimmo nell’aria gelida di quel marzo ancora invernale. Era quasi buio, anche se eravamo solo nel tardo pomeriggio. La seguii mogio come un cagnolino. Quando fummo a metà ponticello mi porse l’oggetto che aveva tolto dal cassetto, un lucchetto enorme, pesante come una pietra. Lo presi senza capire.

«Questo lucchetto è la tua volontà, figlio.» Mi strinse la mano, con foga. «E questa ringhiera sono le tue radici. Le tue radici sono forti, la tua volontà lo è altrettanto. Lega la tua volontà alle tue radici, e avrai la forza necessaria per prendere la decisione giusta. Ho fiducia in te.»

Non ricordavo di averla mai sentita pronunciare una frase tanto lunga. Mi avvicinai al corrimano. Anche allora il torrente ribolliva fragoroso, nel primo disgelo di fine inverno. Avvicinai il lucchetto al tubolare, vi feci passare l’anello. Ebbi un’ultima esitazione, quindi con un gesto deciso chiusi il meccanismo. Lo scatto sembrò spezzare qualcosa nel mio petto. Mi allontanai di un passo. Anche nella tenebra incombente, l’acciaio spiccava sul nero della ringhiera. Non so quale genere di magia mia madre avesse esercitato su di me, né se si fosse trattato di magia o di semplice suggestione, ma so che aveva ragione lei: sapevo cosa fare, avrei avuto la forza per farlo. La abbracciai.

«Ti voglio bene, mamma.»

«Te ne voglio anche io. Ti fermi a dormire? Vai giù poi domani.»

«Sì, devo parlare anche con papà.»

Rientrammo, bevemmo un tè, alla sera informai mio padre, e il giorno successivo tornai in città, pronto al mio nuovo futuro. Trovai lavoro in un’azienda ceramica, lo stipendio non era molto, ma sufficiente per pagare un affitto e mantenere una famiglia. Io e Emma ci sposammo tre mesi dopo, e a fine settembre nacque Luca, il nostro primogenito. Iniziò un percorso diverso da quello che avevo previsto, più duro, ma non meno ricco di soddisfazioni.

A marzo dell’anno successivo presi mezza giornata di ferie e tornai al paese, senza dire nulla a Emma. Prima di arrivare feci tappa in una ferramenta e comprai un lucchetto. Era piccolo, non un blocco d’acciaio come il primo, ma non importava. Quando percorsi a piedi il ponticello, mia madre era fuori a stendere. Mi vide arrivare e sorrise.

«Ciao, figlio. Tutto bene?»

Risposi al sorriso.

«Sì, mamma.»

Le mostrai il lucchetto, non ci fu bisogno di aggiungere altro. Mi raggiunse alla ringhiera, e attaccai il lucchetto all’anello del primo.

Feci lo stesso gli otto anni successivi. In un giorno di marzo qualsiasi tornavo a casa e agganciavo un nuovo lucchetto, il simbolo della mia forza aggrappata alle mie radici, la volizione del percorso intrapreso.

L’ultima volta, quando mia madre mi venne incontro aveva il passo pesante e il volto segnato da ombre livide. Le chiesi come andava, rispose che era tutto a posto, e la primavera successiva non c’era più. Era troppo giovane per andarsene, ma il caso se ne frega di ciò che è giusto.

Dopo, quel rito perse ogni senso. Andavo a trovare mio padre, spesso anche con Emma e i bambini, ma era una visita come un’altra. Un paio d’anni dopo lui la raggiunse, credo per il dispiacere e la solitudine.

E ora, trent’anni dall’ultima volta che ero stato lì, i lucchetti. Sentii salire le lacrime. Presi il mazzo di chiavi, le feci scorrere. Eccola, una piccola e innocente chiavetta dalla testa tonda. Mi dissi che la serratura del lucchetto principale doveva essere chiusa dalla ruggine, invece vi si infilò senza esitazioni. Assaporai per l’ultima volta il ricordo di mia madre, poi ruotai la chiave e l’anello si aprì. Il tubolare della ringhiera non era troppo spesso, un paio di centimetri di lato, e l’intero blocco di dieci lucchetti venne via come se non aspettasse altro. Li soppesai, quindi li lasciai cadere. Precipitarono nel torrente vorticoso una decina di metri più in basso, affondarono nell’acqua limacciosa, e partirono per il loro ultimo viaggio. Mi sentii subito meglio, pulito, come se qualcuno avesse passato un cancellino sulla grande lavagna delle mie emozioni. Era un nuovo inizio.

Sentii un rumore verso sinistra, e mi voltai. Una vecchietta curva come un punto interrogativo stava arrancando verso di me. Quando fu abbastanza vicina mi studiò, spingendo avanti il collo come una testuggine e strizzando gli occhietti mezzi affondati tra le rughe, e accennò un sorriso sdentato.

«Ma veh, se non è il figlio di Bruno e della Franca.»

Aveva parlato in dialetto, e in dialetto le risposi, in modo automatico.

«Buongiorno Cisa. Ne è passato di tempo, eh?»

«Sì, ieri ce n’era del vento, oggi poi no. Ma le ginocchia fan male lo stesso.»

Mi scappò un sorriso spontaneo. Alzai la voce più che potevo.

«È sempre uguale, lei. Quanti anni ha messo su?»

«Dio ti benedica, sono novantasei. Che fai qui? Ti fermi?»

Mi guardai attorno, sentendomi in pace. Dubitavo che avrei mai rivisto il mio monolocale.

«Credo proprio di sì, Cisa. Per un po’ di sicuro.»

Avrei dovuto fare un salto dal ferramenta. Mi serviva un lucchetto nuovo.

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