Racconto Finalista – Settima Edizione – 2024

UNO, DUE… NUVOLA

di Benedetta Barbetti

 

Seguii la parabola del disco. Una curva a campana perfetta. Pensai che avevo fatto proprio un bel tiro. Ma non ci fu nessuno dall’altra parte che lo afferrò. Ne osservai la precipitazione, l’atterraggio tra i fili d’erba verde. Rimase lì, col suo rosso che rifletteva i raggi del sole.

Rimanesti lì. I piedi un po’ divaricati, lo sguardo rivolto… Non so neanche io rivolto dove. Era così inaccessibile il mondo che covavi nei rametti del tuo nido.

“Eddai che era un bel tiro!”

I tuoi occhi non tremolarono un istante. “Mi fa schifo questo gioco.” Sparisti senza aggiungere altro oltre la porticina punteggiata di nuvolette indaco. Tanto lo sapevo che non era il gioco il problema. Rigettavi qualsiasi cosa provenisse da me, che fosse un gioco, il pranzo, una carezza.

Osservai la tua ombra sgattaiolare dietro la tendina alla finestra del cucinino e potevo immaginarti facilmente arrampicato sulla mansarda a osservare l’album di figurine che ti trascinavi dietro da più di due anni.

Non ti seguii dentro. Lo ammetto: non ne avevo voglia. Ero tanto stanco dei tentativi vuoti e delle frustrazioni che mi stringevano lo stomaco, mi tenevano sveglio, mi graffiavano il cuore lì dietro lo sterno. Così imboccai uno dei sentieri che si dipartivano dal piccolo spiazzo, il mio preferito, quello su cui avevo provato a trascinarti con me. Indugiai solo un istante – forse dovrei almeno avvisarlo – ma che poi, perché farlo? Non mi avresti neanche guardato da dietro l’album di figurine e Dio solo sa se ti avrei scucito altre parole di bocca, perciò perché?

Quella consapevolezza portò le gambe ad incedere in modo più sostenuto, a contrarsi e rilassarsi. Percepivo la pulsatilità del sangue che col suo torrente dava sollievo ai muscoli, ai polmoni, alla testa… La testa che aveva spento l’interruttore, blackout, non pensava più a nulla. Ero soltanto io con i suoni della foresta, io con il fiato che soffiavo fuori dalle labbra per poi ripescarlo.

Ed eccolo, lo squarcio di cielo tra i rami. Ed oltre, le squame di roccia dei picchi delle Pale. Il Cimon bucava una nuvola grigia col suo dente aguzzo e da quel varco nella torbidità, i raggi del sole si dipartivano come un’aurora boreale esplosa dall’incontro di particelle solari con quelle rocciose.

Assaporai la solitudine di quel terrazzo a picco verso le mie montagne. Eppure c’era qualcosa, una sorta di pungiglione, qualcosa che mi si annidava dentro e a cui non riuscivo a dare un nome. Pensai a tua madre, pensai fosse per lei quella malinconia, quell’incapacità di godere del presente.

Invece eri tu. Lo avrei capito soltanto di ritorno, una volta aperta la porticina con le nuvolette e avvistata la tua figura che, come una vedetta, se ne stava a gambe incrociate sulla mansarda. E sì, l’album di figurine ancora tra le cosce.

“Scusa se ci ho messo tanto.”

L’orologio a cucù a lato della dispensa segnava le otto meno venti. E infatti l’avevo notato che il sole, gradualmente, moriva dietro il Cimon, tingendolo di screziature rosa e aranciate. “Che ti va per cena?”

“Le lasagne.”

Sospirai. Il solito dubbio se fosse una sfida nei miei confronti o se fossi semplicemente, sinceramente te stesso. “Alex, lo sai che papà non le sa fare le lasagne. E anche volendo, non ce l’abbiamo un forno qui.”

Tu scrollasti le spalle. “Okay.”

“Una caprese ti va?”

Di nuovo, alzasti le spalle. Eccola lì, la malinconia, l’impotenza di trovare un varco nelle tue nuvole. Non ero abbastanza alto, non ci arrivavo fino al tuo cielo in subbuglio. Così rimasi a valle e semplicemente iniziai a tagliare i pomodori guardandoti di nascosto dal tavolino sotto la mansarda.

Furono giorni lunghi e snervanti, in cui smisi di provare. Me ne partivo la mattina presto con gli scarponcini da trekking e me ne ritornavo all’ora di pranzo, con il viso ustionato e la forma degli occhialini a renderlo ancora più grottesco. Ti trovavo come ti lasciavo: avvolto nelle coperte, immobile. Sembravi un ammasso di carne senza un’anima ed io cercavo di non sentirmene il responsabile, perché avrebbe fatto troppo male riconoscersi l’artefice delle tue sofferenze.

Finché un giorno, tutto fu sconvolto. Stavo ritornando giù dal sentiero che riportava alla malga dai Laghetti Colbricon. Era una giornata bellissima in quel luglio così assolato e tiepido. Il ciaf ciaf dei piedi dentro gli scarponcini bagnati accompagnava i passi indietro verso il camper, verso di te. M’ero trattenuto solo una mezzora in più, quel tanto che bastava per tuffare i piedi nelle acque gelide e cristalline che riflettevano il tappeto del cielo limpido.

Trovai il parcheggio insolitamente vuoto. Probabilmente era già passata l’ora del pranzo. Il camper se ne stava piazzato lì ad un angolo, con le sue nuvolette colorate che quando eri bambino ti facevano scintillare gli occhi. Te lo ricordi? Ti prendevo sulle spalle e tu, piccolo piccolo, con la tua manina insolitamente grande, toccavi ogni rotondo angolo del disegno. Ti ci perdevi nel percorrere ogni spuma, nel volarci dentro con la fantasia. E tua madre che provava a fartele contare: “Una, due… Poi?”

“Nuvola!”

Dalla seconda volta che te l’avevo visto fare, avevo cominciato anche io ad urlarlo assieme a te. Una, due… Nuvola. E ridevi, ridevi come un matto ed io con te e la mamma che si batteva una mano sulla fronte per stare al nostro gioco. Nostro.

Era tutto così lontano. Tu eri lontano.

Quando il camper fu ormai vicino, lo notai: il rettangolo della porta era spalancato e dentro si poteva già intravedere il profilo dello specchio montato sulla porta del piccolo bagno. Non mi allarmai subito, pensai che con quel caldo dovevi aver aperto la porta per prendere un po’ d’aria.

Invece. Il camper era vuoto.

Schizzai fuori con il cuore in gola, come lo avevo avuto soltanto quando mi era arrivata quella chiamata: Sua moglie è in travaglio. E per la seconda volta corsi alla ricerca di te, chiamai il tuo nome a gran voce, ripercorsi la strada all’indietro, i gradini delle scalette, irruppi nella malga. “Qualcuno ha visto un ragazzino sui dodici anni? È autistico e non è abituato a girare solo!”

Qualcuno dovette avvicinarsi a me. Un omone con la camicia a quadri e un cappello a falde larghe abbandonato dietro alla schiena, mi toccò una spalla. “Calmati. Dicci com’è fatto, che ora lo cerchiamo.” E c’era chi mi chiedeva da quanto fossi rimasto solo, quando pensavo ti fossi allontanato, ma che ne sapevo io? L’unica cosa che riuscivo a pensare era che io non c’ero con te e non era giusto. Un padre non s’allontana dal figlio. Non s’allontana.

Fu mentre passavo casualmente di fronte all’imbocco del mio sentiero, che vidi l’album. E mi sentii morire perché lo sapevo, lo sapevo che non te ne saresti mai separato, perché quello era tutto ciò che ti rimaneva della mamma. L’ultimo album che avevate comperato assieme l’anno prima della malattia.

“Alex…”

E corsi. Corsi su per il sentiero, il cuore che sembrava rallentare a ogni passo avvolto dal vento che nonostante tutto non sferzava. Carezzava morbidamente la pelle con le sue lunghe dita inconsistenti. I rami,il cielo, la roccia… “Alex!”

Il Cimon.

“Papà?”

Il primissimo istinto fu quello di pensare che me l’ero immaginato, come la sera del funerale della mamma, in cui m’era parso di sentire la sua voce chiamarmi come faceva per risvegliarmi da un’apnea notturna… Invece non c’era nessuno all’altra sponda del letto. Perché avresti dovuto esserci tu dall’altro capo del filo esile intrecciato da quel pigolio?

Alzai lo sguardo lentamente. Ed eri lì. Eppure non parevi tu. Era come se la mia mente fosse già sprofondata nella tua perdita. Avevi gli occhi grandi di confusione, forse appena inumiditi di lacrime.

“Papà?”

Già. Dovesti ripetermelo due volte. Non so come arrivai fino a te, davanti, intorno, vicino.

“Mi sono svegliato e non c’eri. Allora sono venuto a cercarti. Mi ricordavo che parlavi sempre di un sentiero che ti piaceva tanto.”

“Allora un po’ mi ascolti quando parlo.”

Rimanemmo abbracciati di fronte al Cimon per istanti interminabili e forse non ci eravamo mai davvero sentiti così vicini.

Eravamo rimasti in silenzio fino alle tinte cangianti del crepuscolo, seduti uno accanto all’altro sulla medesima roccia.

“Tu lo sai che papà ti vuole tanto bene, vero?”

Il tuo corpo s’era irrigidito appena, ma il volto era rimasto una lastra inespressiva. Lo era sempre stato. Perfino quando la mamma se n’era andata, era stato come trovarsi davanti un monolite freddo in cui non riuscivo a scorgere il riflesso del mio tormento. Avevo provato a scuoterti, a farti male con quel mio rimarcare che tua madre non c’era più, che eravamo soli, ero stato meschino e testardamente aggrappato al cieco bisogno di sentirmi meno solo. Era stato da allora, forse, che era iniziata la distanza sconfinata dei nostri universi.

“È che a volte non ti capisco. La mamma invece capiva sempre tutto e mi faceva sentire un idiota per non vedere tutte le tue sfaccettature.”

D’un tratto, lo stridore del grido di un’aquila catturò il tuo sguardo. Era lì, con le falci delle sue grandi ali, sospesa nel vento, tesa nell’abbraccio del sole.

“Ho sentito quando tu e mamma avete discusso prima che si ricoverasse. Lei non voleva andarci in ospedale, voleva venire qui. Invece tu l’hai costretta.”

Dovette disegnarmisi un sorriso mesto sulle labbra, tracciato dalla tristezza che ormai non m’abbandonava. “Non volevo che la mamma morisse. Volevo che restasse con noi ancora per tanto tempo, che provasse a curarsi.”

Solo allora, sebbene l’aquila fosse ancora alta nel cielo, mi guardasti. E non c’ero più abituato a quegli occhi allungati, a quello sguardo che sembrava perforarmi e scannerizzare ogni anfratto di me che non avrei potuto più nasconderti. “Però è morta uguale. E non ha più rivisto le montagne.”

“Tu non avresti voluto provare fino alla fine che mamma guarisse?”

Rimanesti per alcuni secondi sovrappensiero. “Non lo so. Forse. Però vedendo come l’ospedale l’aveva ridotta, lascerei perdere.”

La ricordavo anche io, quell’immagine diafana e incolore della mamma. Un esserino ormai lontano da tutto e più del resto da se stessa. Accarezzasti l’album di figurine abbandonato sulle ginocchia. “Non voleva neanche più vedere le figurine. Ne avevo trovate tante di nuove ma lei non le guardava più.”

Soltanto allora, nelle orecchiette piegate, stressate, consunte, scorsi i margini laceri del dolore. E quanto era profonda l’impronta vuota della tua mamma.

“La mamma ti voleva tanto bene.”

E mentre l’aquila si contorceva su se stessa e falciava il picco del Cimon col suo corpo maestoso, le tue piccole ali fecero un movimento impercettibile, quella scrollata così tua. “Non importa. Tanto non c’è più. Non può più dirmelo.”

Allungai il braccio lentamente, cauto, osservai la mano rimanere sospesa, chiederti il permesso, l’accesso. Guardasti le dita lunghe, i calli, la peluria sulle prime falangi. Non movesti un muscolo. Compresi così che mi avevi lasciato le chiavi sulla toppa ancora prima che te le chiedessi, che mi presentassi. Annullai la distanza.

Sorrisi tra i tuoi capelli. Sorrisi perché era come averti ritrovato. Come aver ritrovato assieme a noi anche quella mamma che andavamo cercando come spettri che cercano la redenzione. Era ovunque dentro di te. Nell’odore della pelle, nel colore ambrato dei capelli, nelle efelidi attorno al piccolo naso rotondo. Te la portavi dentro senza neanche saperlo. Aveva scelto di rannicchiarsi nel tuo piccolo nido come l’aquila che ritorna dai cuccioli.

“Ci sono qui io per dirtelo. Ti voglio bene. Ti prometto che te lo dimostrerò ogni giorno. Anche quando come al solito mi farai incazzare.”

E la tua risata collise col vento e quello la portò in alto, oltre i picchi, oltre la preziosità delle prime stelle.

“Però io a frisbee non ci gioco.”

“E allora domani mi aiuti a fare le lasagne.”

“Ok. Prima puoi portarmi con te a fare un’escursione?”

“Ma certo.”

E il vento ci restituì l’odore della sera e il frinire dei primi grilli della notte.

“Alex? Com’è che si contano le nuvole? Una, due…”

“Nuvola.”

 

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