Racconto Finalista

 

Campi di lavanda

di Giuseppina Caratozzolo

 

Ho un marito da quindici anni, sempre lo stesso. Lui ha una famiglia di origine molto cattolica.  A lungo il loro credo ha convissuto con il mio agnosticismo, si guardavano in cagnesco alle dovute distanze, facendo attenzione a non invadere le rispettive bolle prossemiche.

Nella famiglia del mio consorte tutto è sempre stato programmato per tempo, anche gli imprevisti. A Natale si sapeva già che Pasqua l’avremmo passata insieme, si sapeva anche cosa avremmo mangiato. A decidere era sempre Emilio, il padre di Emidio: mio marito.

Nella sua apparente normalità quella famiglia aveva tante stranezze, non per ultima quella di avere dato al figlio un nome simile a quello del padre. Il risultato della scelta del nome fu una continua confusione, tant’è che quella Santa donna di mia suocera fu costretta a chiamare il marito Emi e il figlio Idio. Era stata l’unica decisione che Rossana aveva preso nella sua vita. Il giorno di Pasqua, dopo aver consumato con voracità le pietanze passate come meteore sul tavolo, ricoperto per l’occasione da una candida tovaglia bianca, i due uomini seduti aspettavano che Rossana servisse loro il caffè. Emi e Idio guardavano la tv.

Io invece marinavo la noia vagando con la mente. Non è facile stare dentro la gabbia delle decisioni altrui, e sempre di più avvertivo il peso di sentirmi un fantoccio nelle loro mani. Ma pensare troppo non m’ apportava sollievo. E spesso staccavo la spina sostituendo ai pensieri l’azione. Se non avessi trovato questa strategia sarei potuta impazzire. Radunai i pensieri su quello che avrei potuto fare per alleggerire quel pomeriggio dall’aria claustrofobica.

Da due anni la mia bici era parcheggiata nel garage di mio suocero, mi era venuta voglia di usarla. Il desiderio si trasformò in un bisogno impellente da soddisfare.

La giornata primaverile si atteggiava ad estate, e l’aria calda invitava a stare all’aria aperta, tutto andava a favore di una lunga pedalata. Chiesi a mio marito le chiavi del garage, e lui e il padre si offrirono di accompagnarmi.

Il garage emanava odore di muffa, entrai canticchiando il testo di Mozart “Un moto di gioia mi sento nel petto, che annunzia diletto in mezzo al timor!” sotto gli occhi attoniti dei miei accompagnatori, che non si spiegavano quell’improvviso brio. In realtà anche a me parse strano che la sola visione della bici mi provocasse quella strana allegria. Credo fosse l’inconscio a gioire, forse lui sapeva già la strada che da lì a breve avrei intrapreso. Mentre pulivo la bicicletta, Emi e Idio provarono a gonfiare la ruota posteriore, cambiando almeno tre pompe prima di capire che era forata. Fuori dal garage si era creata corrente, e la vecchia porta di alluminio sbatteva con forza provocando un rumore simile a quello delle campane.

– Insomma Daniela non senti che la porta sbatte, prova a fermarla in qualche modo- dissero in coro Emi e Idio.

– Certo- dissi nascondendo il fastidio provocato dal loro ordine.

Uscii dal garage e mi accorsi che in realtà quello strano suono cadenzato, era dovuto alle chiavi rimaste attaccate alla serratura.

Non so dire cosa mi balenò in mente, ci sono scelte non pensate, ma sentite come giuste. Chiusi a chiave la porta dall’esterno con marito e suocero dentro.

– Ma cosa fai ci chiudi dentro? – disse Idio ridendo.

– Guarda che è difficile da aprire, è rotta. Non è stata una buona idea chiuderla così – disse Emi col suo solito tono polemico.

Rimasi in silenzio. Le casualità della vita possono indicarti strade nuova da percorrere. Dovremmo seguire più spesso il nostro istinto cogliendo quei piccoli segni dati dal caso. Porte che si chiudono ti indicano portoni da aprire.Intanto che mi compiacevo della mia scelta, i due ripetevano a voce alta il mio nome, in modo del tutto compulsivo – Daniela, Daniela, Daniela apri questa maledetta porta! Hai capito cosa abbiamo detto? Vogliamo che tu apra subito-.

Abbiamo detto, vogliamo: usavano sempre il plurale maiestatis.

Smetteranno, pensai.

Mia suocera quanto prima sarebbe venuta a curiosare. La anticipai salendo in casa. Le dissi che i due uomini erano andati a mangiare le crescentine.

– Che strano, in genere mi chiedono se voglio accompagnarli- disse Rossana.

– Li ho incoraggiati io ad improvvisare. Non si può sempre programmare tutto. Farebbe bene anche a te ogni tanto lasciarti andare- dissi

– Vuoi un bicchiere d’acqua? – mi chiese.

Ogni volta che Rossana voleva deviare un discorso mi offriva qualcosa da bere, e in genere la scelta era tra acqua gasata o naturale.

–  No grazie. Non ho sete. Anzi andrei a casa a riposarmi un po’- dissi. La salutai, e scesi in fretta le scale. Ero curiosa di sapere come i miei prigionieri stavano gestendo il loro tempo insieme. Si sentivano bisbigli, le parole si capivano poco.

Immobile davanti alla porta cercavo di immaginare le loro espressioni, e fu proprio quel pensiero a scatenare la mia rumorosa risata che riaccese la loro agitazione.

– Daniela stiamo perdendo la pazienza. Apri subito quella porta! Lo scherzo è bello se dura poco- disse Emi urlando.

– Ma sei impazzita. È l’idea più stupida che ti sia mai venuta in mente. Ti abbiamo già detto di aprire! – disse Idio usando la stessa inflessione del padre.

Decisi di allontanarmi, dirigendomi verso casa.

Nel breve percorso l’aria ricca di pollini, mi provocò un forte starnuto. Stavo maledicendo quei batuffoli bianchi, quando ne invidiai la libertà con la quale ondeggiavano. Anch’io avrei voluto essere così leggera e muovermi trasportata dal vento. E forse avrei potuto farlo, d’altronde non c’era più nessuno ad aspettarmi: mio marito era chiuso in un garage.

Entrai in casa saltellando, come spesso facevo da bambina, il profumo di lavanda attaccato alle pareti mi indicò la scelta che avrei fatto: decisi di partire. Riempii un vecchio zaino di tela di abiti colorati e chiamai un taxi.La stazione sembrava un formicaio, la fretta di chi stava per perdere un treno mi contagiò, anche se non conoscevo ancora la mia destinazione, cercai la biglietteria e mi misi in coda.

Arrivò il mio turno e chiesi – Vorrei un biglietto per i campi di lavanda-.

Il grosso uomo al di là del vetro disse:

– Scusi parli più forte. Non ho capito dove deve andare? –

– Mi dia un biglietto per i campi di lavanda- dissi a voce più alta. L’uomo mi guardò spazientito. Fissò la coda che in pochi minuti si era creata alle mie spalle.

– Bisogna avere le idee chiare almeno sulla destinazione, quando si arriva qui. Non c’è una stazione ai campi di lavanda, quindi dovrebbe dirmi il nome della città che vuole raggiungere. Se invece ha bisogno di pensarci la pregherei di lasciare il posto alle persone che la seguono in fila-

– Ci penso- dissi con aria candida.

Ero stata in Provenza tante volte, bisognava solo richiamare alla mente i ricordi e scegliere in fretta. Mi appoggiai al muro e con gli occhi chiusi mi concentrai sul nome che avrei dovuto snocciolare al bigliettaio, mentre l’adrenalina schizzava da una vena all’altra.

Plateau de Claparèdes: avevo in mano la mia destinazione. Il viola dei fiori, l’oro brillante del grano, il rosso acceso dei papaveri, il ricordo di una vecchia foto fatta trent’anni prima, non lasciarono spazio ai dubbi. Mancava solo il biglietto, mi rimisi in coda con aria impavida e lo acquistai.

Sul treno mi sedetti accanto al finestrino, premetti il naso sul vetro come facevo da bambina. Sorrisi al pensiero di Emi e Idio: per gli esseri pignoli l’imprevisto non esiste, se qualcosa è probabile allora è prevedibile. Ma la vita è fatta anche di casualità, in un attimo tutto cambia, e la porta diventa girevole. E forse il caso ha sempre una causa.

Ciò che chiamiamo caso non è, e non può essere altro, che la causa ignorata d’un effetto noto (Voltaire)

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