Racconto 1° Classificato – Settima Edizione – 2024

BLU

di Eliana Arpaia

Il mare non l’ho mai perso. Neppure da morto.

Mi chiamo Pasquale Esposito, o almeno così mi chiamavo prima che una pietra troppo grossa mi si conficcasse sotto il piede, scivolassi, e sbattessi sul terreno in uno scalpiccio di ghiaia ruvida e vita che se ne va.

Sopra di me, il cielo era blu. Blu come il mare di Posillipo, la maglia di Maradona, il fiocco fuori la porta quando è nato Antonio. Tutto blu, era. Tutto blu.

-Pasquà, vatti a controllare ‘sto naso, ché respiri come una zampogna.

Questo mi disse mia moglie Assunta un giorno di febbraio, e questo le risposi quando, come un soldato a testa bassa sulla linea di frontiera, feci ritorno dal medico:-Assù, lo smog e lo stress della città me stann’ accirenn’.

In pochissimo, l’appartamento nel centro di Napoli dove avevamo trascorso quarant’anni di vita coniugale venne svuotato, e un pomeriggio di inizio aprile, incastrati tra valigie e scatoloni, Assunta e io sedemmo su un treno di sola andata, agitammo le mani finché nostro figlio Antonio e sua moglie Rosaria non si fecero minuscoli sulla banchina, e finalmente ci guardammo, i volti contorti nella stessa speranza: che il medico avesse ragione e che l’aria di montagna avrebbe guarito i miei polmoni malati.

-Siete del sud, gell?

L’autista che caricò le valigie quando arrivammo alla stazione di Bressanone, in Alto Adige, arrotava tutte le “r” facendole girare in bocca come un trattore macina l’erba. Aveva gli occhi azzurri, e azzurro era pure il cielo verso il quale il taxi si stava lanciando, attraversando il fianco brullo della montagna. Del cemento grigio della stazione non c’era più traccia.

-Assù, nu me pare overo.

Indicavo tutto, toccavo il vetro del finestrino e dicevo: “Assù guarda questo”, “Assù guarda quello”, ma Assunta, che cercava di intrattenere una conversazione cordiale con il tassista, mi lanciava occhiate torve. Voleva fingersi altolocata, e io la stavo sabotando con il mio dialetto, il mio stupore provinciale, gli occhi aperti e le sopracciglia sollevate di chi non è mai uscito dal proprio paese.

La casa in cui avremmo trascorso il resto dei mesi a seguire era tutto in legno, con il camino in pietra e le tendine ricamate alle finestre. Priva di cancello, vi si accedeva direttamente dal vialetto e la porta, quando arrivammo, era chiusa a una sola mandata.

Assunta, in un rumore concitato di tacchi e rotelle, a vedere dove avremmo abitato trattenne un grido di gioia. Io entrai cauto, mi guardai attorno, sollevai il lembo di una tenda. Scrutai quell’orizzonte di verde e blu così nitido da sembrare finto, feci scorrere gli occhi lungo la fiancata della collina, li lasciai risalire fino al bordo delle montagne che ci circondavano come una muraglia, su, su, sempre più su.

Mi prese un senso di vertigine, lasciai cadere la tendina.

-Assù- chiesi con un groppo in gola -addò sta ‘o mare?

“Meglio schiattare a Napoli che vivere qua”: questo sentenziavo sofferente a chiunque ci telefonasse dal sud. In breve, tra mia moglie e me si creò una frattura: lei s’inseriva in quella nuova vita come un piede sullo spuntone di una roccia, io invece mi ritiravo nella mia condizione di esule lamentandomi di qualunque cosa.

Assunta, dura come il legno del porticato, mi lasciò fare, anche quando mi disperavo per il sole che spariva troppo presto o mi chiudevo in casa mentre lei andava a passeggiare in Alta Badia.

Poi una mattina, agli inizi di maggio, senza alcun preavviso spalancò la porta della nostra camera da letto, si avventò sulla finestra, ne aprì le ante e in una brezza di uncinetti che svolazzavano qua e là attorno alla sua testa come colombe proclamò:-Pasquà, mettiti le scarpe, usciamo a camminare.

Fino a quel momento ero riuscito a evitare quella proposta con diverse scuse, ma il tono solenne, la posa fiera, il mento sollevato verso l’alto mi dissero che avevo perso: quel giorno saremmo proprio andati a camminare. Assunta, d’altra parte, aveva già pensato a come schivare i colpi delle mie obiezioni: davanti a me, sul tappeto giallo ocra che copriva le mattonelle in cotto della stanza, stava ribollente di soddisfazione una scatola nuova di scarponcini da trekking.

-Tu il mare te lo devi scordare, a furia di pensarci ti dimentichi che stiamo sulle Dolomiti: Pasquà, questo è patrimonio dell’Unesco!

-Eh, ma dell’Unesco, mica mio!

Mi tirai su, mi allacciai le scarpe, mugugnai qualcosa. Poi, però, seguii mia moglie fino alla soglia di casa. E uscii fuori.

Dal retro della casa si inerpicava verso l’alto un sentiero battuto, ai cui lati cresceva un’erba fine e verdissima. Ci incamminammo portandoci dietro i nostri umori, i nostri colori: io torvo e nero, incurvato su me stesso, mia moglie radiosa e rosa, con le guance accese e le cosce strette in ridicoli leggings da passeggio. Dopo mezz’ora ero già tutto sudato.

-Assù, fa caldo.

Assunta mi ignorò, superandomi svelta mentre affondava decisa i suoi bastoncini da trekking nel terreno.

Più salivamo, più il sentiero si apriva. La montagna, capii, è “una femmena scurnosa’”: si svela poco a poco. Io, intanto, mi muovevo piano, ma in modo costante. E più mi muovevo, più il respiro si regolarizzava, trovando un suo ritmo.

Tutt’a un tratto Assunta si fermò, scrutandosi attorno come un segugio. Sicura, avanzò oltre lo steccato che limitava la strada e lo scavalcò con agilità nonostante il pesante zaino sulle spalle.

Io le andai dietro con sconcerto, ma quando ricaddi con malagrazia sullo spiazzo d’erba al di là dei paletti di legno conficcati nel terreno, lo sgomento si trasformò in tenerezza: Assunta stava seduta sul lato di una stuoia stesa a mo’ di tovaglia, con davanti una bottiglia di vino e diversi contenitori di plastica.

-Facciamo una pausa- mi sorrise -te la meriti.

Mi sedetti sull’altro lembo della stuoia. Una brezza leggera, di quelle che preannunciano estate e calore, mi scompigliò i capelli radi.

Assunta aprì uno dei contenitori e mi porse un malloppo avvolto nella carta argentata. Quando addentai la frittata di pasta che aveva preparato, chiusi gli occhi.

-Assù, è buonissima- bofonchiai, la bocca piena.

-Ci ho messo lo speck.

Smisi di masticare.

-E che è ‘sto speck? Perché non ci hai messo il salame che ci siamo portati da giù?
Assunta rise e si allungò sulla tovaglia per versare il vino in due bicchieri di metallo.

-Bevi- ordinò porgendomene uno -statte zitto nu poc’.

Indignato, buttai giù un sorso.

-Dimmi che almeno questo è vino di Gragnano- implorai, allungando il bicchiere per averne ancora.

-Si chiama Lagrein, lo producono qua.

Sospirai. Con il bicchiere in una mano e la frittata nell’altra, lasciai cadere gli occhi oltre il cerchio d’ombra che ci circondava. Al di là del verde brillante della Valle Isarco che si estendeva sotto di noi, si scorgeva in lontananza il fianco scuro della montagna, dove filari di alberi se ne stavano diritti a farsi abbracciare dal sole.

-Prima o poi arriviamo lassù- Assunta allungò il dito oltre la punta degli alberi, dietro i quali si disegnavano netti, come tracciati a penna, i contorni delle montagne.

-Quelle sono le Tre Cime di Lavaredo. La più alta è di 3000 metri.

-E tu m vuò fà arrivà là ‘ncoppa?- urlai, tirandomi istintivamente indietro.

-Ma mica oggi, ti pare?!

Assunta scrollò le spalle, si strinse le ginocchia al petto.

-Napoli è Napoli- disse a un certo punto. L’ombra si stava lentamente diradando, il sole le illuminava quasi completamente il viso. Aveva lo sguardo rivolto verso l’alto, oltre l’orlo merlettato dei monti.

-Ma qua stiamo bene, Pasquà. Pure tu stai meglio. Solo tu non te ne sei ancora accorto.

Cominciai a giocare con i fili d’erba. Erano freddi e appiccicosi. Sulle nostre teste, il sole batteva forte sfumando pigramente nell’afa del primo pomeriggio. Un sussurro leggero si levava dalle foglie, dal verde dei campi, e le pietre ai lati del sentiero risplendevano lisce nell’azzurro della primavera inoltrata.

-Assù.

-Che c’è.

Ebbi un attimo di esitazione, poi scossi la testa.

-Queste scarpe so’ comode assai.

Da quel giorno, la mattina diventò il momento in cui allacciavo le scarpe e camminavo senza meta, fino a sentire i polmoni aprirsi, riempirsi di quell’aria tersa dove solo alla natura era concesso parlare. I fruscii delle foglie, le voci degli uccelli tra i rami, il terreno che si sfaldava leggero sotto le suole; tutto, all’improvviso, sembrava trovare un suo spazio.

Non me ne stavo più davanti alla finestra a cercare il mare. Nel pomeriggio studiavo ricette, scrivevo appunti, imparavo termini in un dialetto non mio.

Una sera, a mia moglie per poco non caddero di mano i piatti che stava portando in tavola.

-Pasquà, ma che…

Sorrisi impertinente, le mani sui fianchi, la camicia a scacchi ben infilata nei pesanti calzoni in cuoio marrone lunghi fino al ginocchio che avevo recuperato in un negozio dell’usato: ero pronto per la festa di paese.

-Questa tradizione si tiene ogni due anni- spiegai ad Assunta con un certo tono compiaciuto quando arrivammo all’Altstadtfest. Le luci delle giostre ci abbagliavano di riflessi violacei, nei vicoli stretti della città vecchia di Bressanone una musichetta gracchiava da altoparlanti bianchi. Assunta si strinse a me, scuotendo la testa.

-Stai diventando proprio un montanaro.

Con il passare dei mesi, il muro della mia diffidenza si sgretolò; mi innamoravo degli scorci alla fine delle salite, riempivo i bicchieri del vino locale, parlavo con la gente e non ridevo più della loro “r”. La mia cadenza partenopea, però, non si piegava o fletteva davanti a niente, era più dura della dolomite, un indomito baluardo su una torre aragonese, e persino in paese, ormai, ero noto come “Pasquà”.

-Se è così che ti chiamano a Napoli, allora dobbiamo adattarci, gell– ci aveva detto, tagliando una grossa fetta di speck, il macellaio.

Verso metà settembre tornammo a Napoli per un controllo medico.
-Signor Esposito, i risultati degli esami sono incoraggianti, la montagna le fa bene. E la trovo anche più in forma, me lo conceda.

Usciti dallo studio, Assunta e ci incamminammo nell’aria di sole di mezzogiorno. Portato dal vento, mi accarezzava l’odore di sale che si levava dal lungomare Caracciolo, insieme ai rumori della strada, il cigolio delle porte dei ristoranti, il borbottio dei motorini.

-A Bressanone stiamo meglio, chi ci vivrebbe più in questo casino- sentenziò Assunta davanti alla sua Margherita, afferrando forchetta e coltello. Eravamo seduti a un tavolino in plastica, fuori una pizzeria. Antonio, che ci aveva raggiunti dopo la visita, scosse la testa.

-Non ti riconosco, mammà- disse piegando una fetta di Diavola tra le mani.

-No, tua madre ha ragione- confermai. Antonio si bloccò a mezz’aria, Assunta mi fissò.

Avrei voluto spiegarmi, mettere insieme i pezzi di una rivelazione che era nuova pure per me. In quell’aria di sale e vento, tra quelle strade così piene di tutto, gli occhi mi si facevano lucidi a ogni sanpietrino, a ogni parola pronunciata nella mia amata cadenza. Il respiro, però, si affannava, mi stritolava, e un senso di disagio, quasi di estraneità, mi entrava nelle ossa: Napoli sarebbe sempre stata casa mia, ma non avrei più voluto viverci.

Quando la mattina dopo ripartimmo per Bressanone, in treno non dissi una parola.

-Pasquà, che tieni?

Guardai fuori dal finestrino, scossi la testa.

-Niente, Assù. È solo ‘nu poco ‘e appocundria.

Due settimane dopo, quando mio figlio venne a trovarci insieme a Rosaria, successe quello che ho detto all’inizio: sul Sentiero del Castagno, che dall’Abbazia di Novacella conduce fino all’Altopiano del Renon, inciampai, caddi a terra, e morii sul colpo.

L’aria profumava di conifere e latifoglie, l’autunno dipingeva con le prime pennellate di arancio i fianchi della montagna. Sopra di me il cielo era blu. Blu come la valle quando scende la sera, blu come la genziana ai lati del sentiero, blu come l’ombra degli alberi quando spira il favonio. Leggerissima, una brezza scompigliava i capelli.

Prima di battere la testa, un pensiero mi attraversò la mente: “Questo vento non sa di sale”.

Eppure, mentre morivo, capii che andava bene anche così.

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