SU LE NUDE ROCCE
di Marina Scrivani
Fermò in tempo la sveglia, impostata per le quattro: gli dispiaceva disturbare la moglie, che non si sarebbe più riaddormentata.
Rimase in ascolto del suo respiro, lieve e regolare: un fruscio nel silenzio, una melodia semplice, che lo confortava ormai da quarant’anni. 
Si commosse.
Ultimamente gli capitava spesso.
Tre mesi prima era diventato nonno di una piccolina con due occhi grandi così.
Entrambi i figli abitavano a Cuneo, mentre loro risiedevano nel piccolo paese perso tra i monti della valle Stura, dov’erano nati entrambi sessantacinque anni prima.
− Perché non raggiungiamo i ragazzi? – insisteva la moglie, − Ci stiamo perdendo ogni progresso della piccola. Siamo due anziani in buona salute, ma non durerà ancora per molto.
L’uomo faceva spallucce, infastidito, consapevole però che il momento di lasciare il paese, almeno nei mesi più freddi, sarebbe arrivato presto.
Perché tutto cambia, tutto finisce.
S’impose di alzarsi.
Le previsioni per la giornata erano buone: tempo bello ma freddo.
In cucina accese la stufa e il fuoco sotto la moka; scaldò il latte, lo versò nella capiente tazza di porcellana bianca e tagliò diverse fette dal pane fatto in casa.
Da quando in paese l’unica bottega di generi vari aveva chiuso, destino comune a quello di altri piccoli centri della Provincia Granda, la moglie aveva deciso che avrebbe impastato lei.
La caffettiera smise di gorgogliare e l’uomo versò il liquido denso e scuro nel latte, riempiendo la scodella fin quasi al bordo. Guardò ciò che aveva davanti: la sua colazione non era poi tanto diversa da quelle che preparava per lui sua madre, quando era bambino.
Forse non tutto cambiava, e forse non tutto finiva.
Nell’ampio zaino mise una maglietta di ricambio, un pile più leggero di quello indossato, una borraccia vuota, metà del pane rimasto, un generoso pezzo di formaggio e una mela.
Indossò la cacciatora.
Dall’armadietto blindato, in fondo al corridoio, prese la Mauser ereditata dal padre e la inserì nella custodia.
Dalla scatola delle munizioni, tenute anch’esse sottochiave, scelse tre cartucce, che dispose negli appositi spazi della sua giberna tascabile in cuoio.
Si era dato poche regole essenziali: un solo colpo.
Se avesse fallito, poco male, ma non ci avrebbe riprovato, e comunque non lo stesso giorno.
Se il colpo avesse ferito l’animale, la seconda cartuccia sarebbe servita a porre fine alle sue sofferenze.
Al pensiero si sentì tremare il cuore: fa che non succeda, pensò.
Gli sguardi delle bestie colpite, stramazzate a terra e in attesa del colpo di grazia, lo turbavano nel profondo.
Un conto era osservare l’animale a distanza, attraverso l’ottica del fucile; altra faccenda era avvicinarsi con cautela alla bestia inerme, per finirla.
Solo due volte aveva dovuto usare la seconda cartuccia, e non gli era piaciuto.
La terza era di scorta: non l’aveva mai usata, ma era meglio ci fosse, non si poteva sapere.
I binocoli, nella loro custodia, lo attendevano in auto, insieme alla mantella anti-pioggia, agli scarponi e al coltello che faceva bene il suo mestiere.
Sulla soglia di casa respirò a pieni polmoni l’aria fredda, poi uscì nel buio, richiudendo lesto la porta dietro le spalle.
Raggiunse il fuoristrada e dopo aver sistemato le sue cose nel bagagliaio, si guardò intorno: ci avrebbe pensato la moglie, più tardi, a far uscire le galline dal pollaio e a dar loro il pastone.
Poco distante, la cuccia ormai disabitata da un paio d’anni del suo ultimo cane, un setter inglese bianco e nero, insostituibile compagno di caccia a cotorni e galli forcelli, gli ricordò un periodo della sua vita che non sarebbe più tornato.
Vincendo l’ultimo indugio impregnato di nostalgia, l’uomo salì a bordo, tolse il freno a mano e, quando l’auto prese velocità, mise in moto e partì.
Lo attendevano alcuni chilometri di strada asfaltata, utili a lasciarsi il paese alle spalle, e una successione di tornanti con i quali si saliva di quota.
Dopo aver attraversato un ulteriore, sparuto, gruppo di case, il fondo diventava sterrato ed entrava nel bosco.
Dopo circa un chilometro, la strada uscì dal lariceto e piegò bruscamente a destra, attraversò il torrente grazie a un ponte centenario e proseguì ancora, salendo sulla sinistra orografica.
Il fuoristrada raggiunse infine uno slargo deserto: la mulattiera proseguiva, fino al rifugio e al lago, ma una sbarra ne vietava l’accesso carrabile.
L’uomo spense il motore.
Indossò gli scarponi e li allacciò con cura: i gesti, lenti e saggi, erano quelli di chi conosce bene la montagna, di chi sa che negli ambienti estremi un repentino cambio di clima può costituire un pericolo.
“Fa che il nostro piede posi sicuro sulle creste vertiginose…” pregò tra sé.
Calzature inadeguate ed equipaggiamento insufficiente erano solo alcuni dei motivi che potevano causare incidenti gravi, anche mortali.
I suoi cari e un passato da alpino gli avevano insegnato che la montagna andava rispettata, in ogni stagione: l’uomo è l’ospite, non il padrone di casa.
Prese tutto ciò che gli serviva, chiuse l’auto e, mettendosi in marcia di buona lena, oltrepassò la sbarra.
Il buio dietro le sue spalle stava lentamente perdendo consistenza, anche se il sole sarebbe sorto non prima di due ore.
Nel frattempo, l’uomo contava di raggiungere una valletta a oltre duemila metri d’altezza, ben riparata dai venti, dove era frequente incontrare i camosci.
Il piano di abbattimento gli aveva destinato una femmina “asciutta”, e lui l’avrebbe cercata anziana: preferiva cacciare animali che avevano vissuto la loro vita e dato un contributo alla comunità; non era altrettanto a suo agio quando gli toccava un animale giovane.
Lo scopo della caccia di selezione era mantenere la popolazione sana, in equilibrio con le reali risorse del territorio, evitando sovrappopolazione e conseguente indebolimento degli animali.
La passione, che lo portava col fucile a tracolla su per i monti, col tempo era cambiata: il gesto finale non era più così importante, se paragonato alla ricerca del selvatico e delle condizioni ottimali per osservarlo a lungo nel suo habitat naturale.
Poteva fare a meno del fucile, mai del binocolo.
L’uomo camminava deciso verso la sua meta, nelle orecchie il rumore della cascata, più vicina a ogni passo.
In un paio di minuti sciacquò e riempì la borraccia di acqua gelida, poi piegò a sinistra, attraversando il torrente su un’instabile passerella di legno, e proseguì lungo un sentiero che s’impennava bruscamente e che con una serie di brevi tornanti gli tolse il fiato.
Mezz’ora dopo, sbuffando nuvolette di vapore dalla bocca, il cacciatore raggiunse una radura pianeggiante: alla sua destra c’era una piccola baita chiusa, la casa che il pastore abitava nella bella stagione, quando accompagnava le mucche all’alpeggio; davanti a sé, il sentiero proseguiva in direzione del rifugio, che s’intuiva appena sullo sperone di roccia velato da una nebbia sottile, al centro della valle, più in alto.
Alla sua sinistra un fitto bosco di larici ricopriva la ripida pendice del monte; alcuni di essi non avevano ancora rinunciato alla tipica livrea autunnale giallo oro, mentre altri si erano già arresi ai primi freddi e mostravano al viandante rami nudi e scuri.
Nell’aria persisteva il buon profumo delle conifere, segno che il bosco, per quanto spoglio e lontano dai fasti estivi, era solo addormentato.
L’uomo riprese il cammino, addentrandosi tra gli alberi: la luce dell’alba, che cominciava a dilagare lattiginosa, lo aiutò a orientarsi mentre saliva ancora.
Si concentrò sul respiro, profondo e soddisfacente; analizzò il passo, regolare, ritmico, ipnotico come un mantra: il corpo si era adattato alla fatica e, ormai in grado di gestirla, la dominava.
Quando uscì dal bosco per raggiungere la valletta, rallentò l’andatura, procedendo a riparo di radi cespugli e di grosse pietre.
Gettò in aria un ciuffetto d’erba secca: il vento gli era favorevole.
Se gli animali si fossero accorti di lui, la loro diffidenza avrebbe reso tutto più difficile.
Trovò un buon posto di osservazione, dove una conifera contorta lambiva appena un masso, dietro al quale avrebbe potuto nascondersi. Oltre, il terreno degradava brullo verso il centro della piccola conca, attraversata da un torrentello.
Posò zaino e fucile a terra, tolse la custodia ai binocoli, li regolò e, appoggiato petto e addome alla roccia, sbirciò tra i rami dell’albero verso il corso d’acqua: lo seguì con lo sguardo dal basso, dove attraversava un esiguo spiazzo d’erba gialla, verso l’alto, a destra, dove disegnava sofferte anse nella pietraia, appena sotto una cima aguzza, aspra e nera.
Rifece il percorso inverso, soffermandosi su cespugli di rododendri, agglomerati di sassi, isolati larici: la visibilità migliorava ogni minuto di più, ma di animali neanche l’ombra.
Con pazienza, si volse a sinistra e valutò con attenzione un ampio settore; ripeté gli stessi gesti coprendo lo spazio altrettanto ampio davanti a sé.
Ancora niente.
Diede le spalle al masso e scivolò a terra, seduto.
Con garbo ripose il binocolo nella custodia e bevve a lungo dalla borraccia, poi chiuse gli occhi e si mise in ascolto.
Il silenzio era solo un’illusione: il ruscello sciacquettava allegro e ogni tanto il vento si accaniva sui rami contorti e spogli dei vicini alberi o fischiava intermittente tra le rocce, più in alto.
Il concerto della natura gli parve di una bellezza struggente.
E l’uomo si commosse per la seconda volta nella giornata.
No, non era triste, tutt’altro.
Era grato di essere proprio lì, in quel particolare momento, seduto sulla terra fredda, schiena e nuca appoggiate alla dura pietra.
Non avrebbe voluto essere altrove: tutto ciò che lo circondava era degno di nota, di attenzione e rispetto.
Un improvviso rumore di sassi che rotolavano produsse un’eco che rimbalzò tra le pareti di roccia intorno.
L’uomo aprì gli occhi, con tutti i sensi in allerta.
Infine sorrise.
In pochi secondi riprese la posizione di prima e col binocolo tornò a controllare la zona pietrosa alla sua destra: un camoscio stava scendendo con cautela lungo un tratto piuttosto ripido, a una distanza di oltre quattrocento metri.
Spostandosi senza fretta, si stava avvicinando; ogni tanto rallentava, annusava l’aria, e riprendeva il cammino.
Quando la distanza si ridusse ancora, il cacciatore posò i binocoli, sfoderò il fucile, lo armò e lo imbracciò; col dorso della mano mancina appoggiato sulla sommità del masso, sostenne la canna e avvicinò il viso all’ottica.
Cercò l’animale e lo mise a fuoco: la femmina, anziana, continuava a muoversi lenta tra i cespugli, brucando; aveva un corno spezzato a un paio di dita dal cranio.
Quando giunse a duecento metri, l’animale si fermò, il corpo di profilo.
Il cacciatore l’aveva nel mirino, nella posizione ideale: attese, cercando di respirare con calma, mentre sentiva battere forte il cuore.
Il camoscio ruotò lentamente il capo e guardò proprio nella sua direzione.
L’uomo, turbato, ebbe il presentimento che i battiti cardiaci che gli rimbombavano nelle orecchie, in realtà fossero quelli della sua prossima preda, amplificati.
A breve, dopo lo sparo, quel cuore si sarebbe fermato.
Pensò che anche il suo, di cuore, era destinato a fermarsi, prima o poi.
Un rivolo di sudore ghiacciato scivolò lungo la schiena, facendolo rabbrividire.
Il cacciatore recuperò la presa salda sulla carabina, puntò l’animale, sempre immobile e girato verso di lui, e aumentò la pressione dell’indice sul grilletto.
Lo sparo deflagrò, squarciando il silenzio, un attimo dopo che l’uomo ebbe sollevato la canna di pochi centimetri, mancando la preda di proposito.
Il camoscio fuggì nella direzione da cui era venuto, s’inerpicò nella pietraia e sparì.
Posata a terra l’arma, l’uomo si sedette e trasse dallo zaino il pane e il formaggio.
Ripensò a quello che aveva appena fatto e riconobbe che non si era trattato di un gesto inconsulto, ma di un comportamento voluto, consapevole.
Si era ascoltato con attenzione e alla fine aveva deciso.
Era giunto il momento di appendere il fucile al chiodo.
Perché tutto cambia.
Tutto finisce.
Bottega Letteraria Inter Folia Fructus