Racconto Finalista – Settima Edizione – 2024

GEODE

di Mauro Caneparo

 

Man mano che mi avvicinavo alla vecchia baita, il senso di inquietudine mi prendeva sempre più in gola. Sicuramente si trattava di una naturale commozione nel ritornare in quei luoghi dove passavo le lunghe estati tra una transumanza e l’altra. Da allora erano trascorsi tanti, troppi anni, una vita intera.

Avevo percorso la strada provinciale 299 della Valsesia, constatando, con un certo sconforto, quanto fosse mutata la valle della mia gioventù. I vari paesi, che si affacciavano lungo la provinciale, erano diventati quasi del tutto irriconoscibili: interi villaggi di edifici che sorgevano lungo le sponde della Sesia, caseggiati destinati all’esclusivo utilizzo vacanziero. Anche Riva Valdobbia, mio paese di origine, era completamente cambiato. Dove un tempo sorgeva la casa della mia famiglia, con prati e stalle, era stato costruito un albergo con un grande bar e piscina, adiacente a due campi di calcetto ed un maneggio.

Mi sedetti ad un tavolino ordinando un caffè. Parlando del più e del meno con il barista, senza rivelare la mia identità, appresi che casa e stalle della vecchia proprietà erano state abbattute da una ventina d’anni, perché si erano perse le tracce dell’unico erede. Di questi si sapeva solo che era andato a lavorare in giro per il mondo appena terminati gli studi, oltre cinquant’anni addietro.

Capii di essere uno straniero!

Decisi allora di lasciare il paese per raggiungere il vecchio alpeggio delle “Pisse di sopra” dove un tempo, durante le vacanze estive, aiutavo i miei badando agli animali al pascolo. A volte, munito di martello e scalpello, mi infilavo tra dirupi e pietraie alla ricerca di minerali.  Era quella una passione che mi aveva accompagnato fin da bambino, tant’è che proseguii gli studi laureandomi in geologia.

Così m’incamminai, piuttosto faticosamente, dopo aver lasciato l’auto nel piccolo piazzale della chiesetta di Sant’ Antonio, ultima frazione raggiunta dalla strada asfaltata in val Vogna. Lungo il sentiero, osservai che le frazioni di Rabernardo e Selletto erano rimaste come un tempo: le grandiose case walser spiccavano con la loro inconfondibile architettura in legno.

Salivo verso quel luogo, come attratto da un richiamo. Qualcosa che mi spingeva lungo l’antico percorso tra pietre e rododendri, cespugli di ginepro, mirtilli e fragole di bosco…il caratteristico profumo delle bacche di ginepro schiacciate tra le dita… il dolce, asprigno sapore dei mirtilli, mitigato dal gusto delle fragoline…e funghi da far seccare, le rose canine con le cui bacche la nonna preparava marmellate per l’inverno… “fanno bene contro il freddo” …

Indimenticabili sensazioni di giorni lontani.

E poi l’ombra di maestosi larici ed abeti, la loro fragranza resinosa accarezzando le ruvide cortecce. Una solenne presenza a testimoniare la forza di quelle radici che si univano all’arcana compattezza di terra e rocce.

Le baite dell’alpe delle “Pisse di sopra” erano state abbandonate dall’uomo e recuperate dalla natura: di quel magnifico alpeggio non erano rimasti che cumuli di pietre e marciumi di travi.

La vista delle sue rovine mi procurò un indicibile sconforto… come la delusione di quel giorno alla visita di leva. Eravamo diversi coscritti, tutti valsesiani del primo quarantotto, confluiti alla stazione ferroviaria di Varallo. Dovevamo raggiungere il distretto militare di Vercelli prima di sera, per cui ne approfittammo per la tradizionale bevuta in compagnia. Per tutti un solo pensiero: siamo montanari per cui saremo alpini!

Per me non fu così. I medici del distretto, durante la visita medica, scoprirono che qualcosa non andava per il verso giusto. Fui inviato all’ospedale militare di Torino dove, dopo attenti esami, mi venne diagnosticato il cosiddetto “soffio al cuore”, pertanto ritenuto non idoneo al servizio di leva.

Quando tornai a casa, mio padre ed il nonno, non volevano credere.

– No! – Gridò mio padre. – Proprio a noi, vecchia famiglia di alpini, doveva capitare una simile disgrazia! Noi che abbiamo fatto le due guerre nel glorioso Terzo Reggimento. Io in Albania e Grecia, e tuo nonno, su tutte le montagne del Friuli! Una vergogna per tutta la famiglia!

Comunque, non ero l’unico ad essere stato riformato: anche un paio di miei amici vennero scartati per vari motivi.

In quei giorni, gli altri ragazzi, idonei ed esultanti per l’imminente “penna sul cappello” ci canzonavano dicendo: “Chi non è buono per il Re non è buono neanche per la Regina”, per quanto il Regno fosse stato soppresso da circa vent’anni.

Era ben diverso l’aspetto dell’alpeggio quando lo lasciai nel giorno della mia ultima transumanza. Le baite con i rossi gerani alle finestre e le bianche tendine di pizzo ad incorniciare i vetri, i tavoli di pietra colmi di ogni ben di dio per la festa del ritorno a valle. Muli ed asini con i basti carichi delle ultime “tome” che sapevano di fiori e di cielo. C’era nell’aria un gran fervore, un’emozione che veniva percepita anche dagli stessi animali. Io compresi che quella sarebbe stata l’ultima volta in cui avrei visto l’alpeggio.

Infatti, poco tempo dopo me ne andai verso il mio avvenire. Avevo con me una valigia, una fresca laurea in geologia ed una gran voglia di emergere.

Le ricerche di pozzi petroliferi mi portarono in ogni angolo della terra, in un mondo senza frontiere, lontano dalle barricate di monti, per quanto amati, che delimitavano i confini della mia vita.

Avevo conosciuto il torrido clima dei deserti, il freddo polare del Nord, i mari d’Oriente e le tempeste degli oceani. Avevo lavorato così per anni, fino a che non divenni “qualcuno”. Non mi mancava nulla, la mia posizione invidiata. Un ufficio importante nella grande metropoli, un benessere evidente, amicizie che contano, amiche interessate ma, in mezzo a tutto ciò, prese a farsi largo una sconcertante, profonda solitudine.

Non c’erano più gli stimoli della carriera, la curiosità, lo spirito d’avventura: gli entusiasmi erano cessati e mi ritrovai solo. Il desiderio di rivedere quei monti legati alla mia giovinezza mi turbò.

Quando un uomo si rivolge al proprio passato e non ha la forza di guardare avanti, allora vuol dire che è vecchio.

Mi impietosiva quel distinto signore dai capelli bianchi che mi fissava dall’altra parte dello specchio. Un uomo considerato tutto d’un pezzo, un monolito, l’uomo-che-non-ride, un “cuore di pietra”, come i monti dove ero nato e cresciuto.

Ed eccomi lì, immerso nel mio passato. Una languida malinconia accompagnava i miei faticosi passi nell’ultimo tratto della salita. Non avevo più nelle gambe il vigore dei vent’anni: di quello, mi era rimasto il solo ricordo…

Mi sedetti su una panca di serizzo adiacente alla vecchia baita. Ricordavo, appena più in là, quel pezzo di orto che, durante l’estate, ci forniva verdura e patate, tante patate da mangiare con i nostri formaggi… verso la baita di Bernardo, la prima sulla destra, si apriva uno slargo con l’abbeveratoio scavato in un grande tronco di larice. Un tempo, l’acqua freschissima vi zampillava giungendo dalla vicina sorgente.

Ora, non erano rimaste che due pietre squadrate a reggerne il legno marcito.

Mi avvicinai al vano della porta. L’architrave di granito era rimasto intatto, sormontando i pietroni che delimitavano l’ingresso. Rividi, scolpito, l’anno di costruzione: 1789. Allungai una mano per accarezzare l’antica incisione: mi sentii smarrito in quella grandiosità

Il mio sguardo venne attratto, tra le pietre che coprivano il pavimento, da un oggetto completamente arrugginito. Mi accostai lentamente: sfiorai con le dita quel vecchio scalpello a punta e l’ancor più vecchio mazzuolo che gli stava a fianco.

La ruggine mi lasciò una sottile traccia sui polpastrelli. Se il tempo avesse avuto un colore, non poteva essere che quello.

Quanto avevo utilizzato quei due attrezzi, cercando minerali e cristalli tra le rocce dei miei monti!

Provai un attimo di sbandamento, una strana, improvvisa insicurezza. Mi guardai attorno: ovviamente non c’era nessuno. Solo un soffio di vento che smuoveva appena le cime dei radi abeti, un ritmico fruscio, lieve nella brezza, che mi parve d’un tratto un vecchio motivo legato ad un lontano momento felice… non ricordavo bene … era passato molto tempo … tentai di fischiettarlo, ma no … io non potevo… sta male, dai, via, non essere sciocco!

Dovevo scrollarmi di dosso quel pericoloso sentimentalismo che mi stava lentamente avvolgendo, incuneandosi subdolamente nelle invisibili crepe della mia granitica corazza. Già, proprio come l’acqua che s’infiltra tra le rocce più dure e poi, ghiacciando, pian piano le sgretola.

Decisi di riprendere il sentiero per scendere a valle.

In quell’istante, mi parve di sentire il caratteristico rumore di chi sta spaccando pietre. Incuriosito, mi avviai verso il luogo da dove provenivano i colpi. Era appena sotto la Punta di Pile, in direzione del passo dell’Artemisia.

In quei luoghi ci andavo per cercare cristalli nelle bianche vene di quarzite che spiccavano tra il grigiore delle rocce.

E lì, vidi un ragazzo intento a scalpellare il bordo di una noce di quarzite. Lavorava con attenzione, controllando, di tanto in tanto, la profondità dello spacco.

Mi avvicinai:

– Ehi! – Lo apostrofai.

Ma lui non si voltò.

– Ehi! – Gridai più forte, nel silenzioso intervallo tra un colpo e l’altro.

Credetti che si fosse accorto della mia presenza.

Ma i suoi occhi stavano guardando lontano, verso gli sfasciumi di pietre sottostanti la bocchetta di Pujo. Lì, un tempo, avevo rinvenuto diversi granati, inseriti in scaglie di grigio scisto.

Osservai quel ragazzo immerso nel suo mondo, un mondo che un tempo mi apparteneva… Dio mio, quant’ero andato lontano!

Con passo deciso si avviò verso la pietraia.

– Aspettami!

Lo inseguii con affanno crescente, forse stavo per raggiungerlo, ma lui s’infilò lungo un impercettibile tracciato che pareva segnare un netto confine … già, quel confine troppo limitato del mio piccolo mondo…

Mi lasciai andare mollemente sull’erba.

Cercai in lontananza il fanciullo, ma non lo scorsi.

Chissà dov’era andato.

Tuttavia, sentivo, sempre più lontano, il rumore del martello a battere sullo scalpello… e poi sulle rocce… sempre più lontano…fino a perdersi nei ricordi…

Raccolsi delicatamente un gambo di soffione. Non c’è bambino che non abbia soffiato, almeno una volta, su quel tondo batuffolo bianco. Lentamente i pappi lanuginosi si dispersero intorno…

“Tu sei come loro… il vento è la tua terra… le salde radici dei nostri maestosi abeti, invece, guardali, io sono come loro…”

Erano state le parole di quel lontano e giovane amore mentre me ne stavo andando… Francesca… mi seguiva in ogni mia perlustrazione alla ricerca di minerali… anche sull’alpeggio, pascolando mucche e capre, sempre insieme… quanto guardarci negli occhi… i suoi rispecchiavano il colore del cielo che sovrasta i nostri monti… era una brava pastorella…

Già, Francesca… lei non avrebbe mai potuto seguirmi. Era graziosa, permeata da quella semplicità cui io, quel giorno, avevo volutamente rinunciato. Forse sarebbe stata una buona moglie… onesta e trasparente come il nostro mondo racchiuso tra vette, dirupi ed alpeggi…  ma inadatta per quello che sarebbe diventato il mio… senza alcuna frontiera … nel vento…

Francesca… chissà se le sue radici erano rimaste tra quei monti…

Portai le mani al volto nell’inutile tentativo di nascondere, anche a me stesso, che stavo piangendo.

Talvolta, nelle rocce più dure, si possono trovare dei bellissimi geodi di cristalli trasparenti.

Forse sono cristalli di lacrime.

 

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