Racconto Finalista – Settima Edizione – 2024

AMICIZIA

di Paolo Borsoni

 

 

SETTEMBRE

«Questo è il tratto più bello del sentiero».

È la tua voce che sento mentre attraversiamo il bosco di faggi.

Salendo ancora sfioriamo betulle, larici, pini mughi con le punte slanciate verso l’alto a sfidare il cielo, abeti con foglie aghiformi, strette a pugno ad accarezzare il suolo.

Ci arrampichiamo su pietraie, cenge, ghiaioni.

Scaliamo una parete su una rampa per alcuni tratti esposta.

Sudando per la bella giornata ancora estiva arriviamo all’ultimo tratto verticale.

Qui ci leghiamo.

In alcuni punti avanziamo insieme; in quelli più ardui il secondo si ferma su un terrazzino di roccia per fare sicurezza al primo che s’arrampica e impianta chiodi.

Quando spuntiamo sulla lastra di basalto scuro, la vista si apre su un orizzonte di vette innevate.

Ogni volta che giungo quassù, mi sento pervadere da un senso d’immenso, di pace. Guardo queste montagne con emozione, quasi stupore, come se accadesse il miracolo sempre per la prima volta.

Sfilo il sacco dalle spalle, lo poso a terra. Apro il sacchetto del pranzo.

M’accorgo che in silenzio mi osservi. Sei fermo sul filo del precipizio. Hai le labbra increspate in un sorriso ironico.

«Ci fermiamo qui?» chiedi.

«A me va bene qui » rispondo.

Fai uno sbuffo; continui a sorridere sempre con quell’aria sfrontata.

Poi, quasi per una decisione subitanea, senza aspettare indicazioni di possibili alternative, di scelte diverse, in fretta sfili anche tu lo zaino. Ma non ti fermi a riposare: senza dire una parola, non lasciando tempo al tempo né spazio a osservazioni o a obiezioni, scattante come un gatto stai già arrampicandoti ancora più in alto nella tua sfida infinita al cielo. A poca distanza c’è la Grande Fermeda, la tua cima preferita per eccellenza.

Io distendo la mia stuoia leggera al suolo. Mi guardo attorno pervaso dalla bellezza della natura e prendo a sgranocchiare il mio panino. Crogiolandomi al sole, rallegrandomi a riconoscere come vecchie amiche le vette più alte, ringraziando gli dèi per questa grazia sublime di essere qui, quasi in cielo, ti auguro: “Buona scalata, amico mio”. Io per oggi ho scalato abbastanza. M’accontento di questa Piccola Fermeda, una montagna che a me va benissimo e di cui gioisco con quieto appagamento. Scalare per me è cercare di star bene con la mia anima, non una sfida infinita al cielo.

Dopo due ore ricompari, fresco come una rosa, sorridente e con la stessa aria riposata, ironica di quando sei partito. Hai fatto “solo” tre passaggi di quinto e uno di sesto senza sicurezza! Appari indistruttibile. Il tuo viso è illuminato da una soddisfazione solare per l’ascensione fino alla Grande Fermeda, la cima più alta di questa catena di monti. Un sorriso divertito aleggia sulle tue labbra, stavolta chiaramente rivolto al mio placido far niente: due ore a guardarsi in giro, steso su una stuoia in montagna a leggere un libro.

«Allora?» domandi, quasi ti fossi debitore da ore di una risposta.

«Allora cosa?» chiedo, rialzando gli occhi dal libro, un po’ scocciato per questo tuo perenne atteggiamento di superiorità, ironico da presa in giro.

«Allora niente naturalmente!» concludi, scuotendo il capo sbuffando ridente.

Io faccio segno di sì con il capo. Aggriccio le labbra: sei il mio migliore amico e tale resterai per sempre, ma a volte mi stufo di questa tua perenne espressione di superiorità.

 

 

GENNAIO

‘Allora’ era l’inizio di settembre. ‘Adesso’ è pieno inverno e sta nevicando. M’inerpico sul sentiero e a ogni passo sprofondo nel manto di neve fresca. Fa freddo. Eppure il bosco è ancora più magico di sempre in questo silenzio intenso, nel lucore quasi lunare. L’atmosfera è sospesa, d’incanto. Avanzo con calma, lentamente. La luna è in cielo, sopra le vette. Procedo sul costone innevato e a fior di labbra bisbiglio: «Carissimo amico mio, come vorrei che tu ed io avessimo scalato questa montagna tante altre volte assieme in un’ascensione quasi a memoria tra boschi di faggi, cenge sospese sul vuoto, sfidando strapiombi, con la certezza di non venire mai toccati dal destino, dalla paura».

M’inerpico tra pini mughi ricoperti di scaglie di ghiaccio.

Man mano che salgo sono sempre più vicino all’ultimo tratto verticale.

La vegetazione si dirada.

Quando giungo sul filo di cresta, spira un vento continuo, gelido. Adesso la luna sembra immensa. Provo sempre più freddo, più di quanto mi era capitato in altre escursioni d’inverno. Tremo per il gelo, una cosa mai accaduta prima con i miei piumini per temperature sottozero.

Con sorpresa mi accorgo che sul braccio sinistro, quello rivolto verso settentrione da dove soffia il vento a folate, si è formato un velo di brina ghiacciata. Mi fermo. Se mi succede qualcosa qui non potrei chiedere aiuto a nessuno: quassù non c’è campo.

È una situazione anomala che non mi aspettavo; un evento che non mi era mai accaduto in precedenza. Sono indeciso se tornare indietro o proseguire. Se continuo, potrei rischiare il congelamento del braccio.

Strofino via la sottile lastra ghiacciata che si è formata sulla manica. Muovo su e giù velocemente il braccio per far circolare il sangue. Cerco di capire se ho qualche problema di congelamento.

Poi estraggo dallo zaino un K-way, un passamontagna, un altro paio di guanti grandi. Li infilo sopra il piumino, il cappello e i guanti che già indossavo.

Bevo sorsate di tè caldo.

E riprendo a salire.

Quando riesco a spuntare sul lastrone di basalto su in alto, i paesi del fondovalle sono già immersi nell’oscurità. La luna ora brilla come un astro lucente. La montagna è plumbea, dà i brividi.

Mi batte a velocità folle il cuore. «Ti assicuro, amico mio, che è stata un’impresa oggi arrampicarsi fin qui: nevica così fitto che non si vede quasi più nulla; sta calando l’oscurità; fra poco sarà buio».

Poi non aggiungo più una parola; non ho nessuno oggi vicino a farmi compagnia con la sua arguzia, la sua spavalderia e l’amicizia che non potrà essere sostituita.

M’inerpico ancora fino a giungere alla vetta. Il paesaggio è cupo, aspro eppure sublime.

È stata una sfida al cielo giungere fin qua.

Respiro. Sfilo il cappello fradicio di sudore. Mi passo il dorso della mano sullo zigomo per asciugare il sudore (e una lacrima). E, mentre mi si calma lentamente il respiro, resto così in silenzio per un po’ di tempo a pensare. Scuoto il capo riflettendo su quanto può riservare di amaro senza alcun preavviso da un giorno all’altro il destino.

Dopo un po’ mi riavvio, riprendo la mia escursione da solo sul ciglio del precipizio d’inverno. Passo passo m’ingegno a non precipitare nel vuoto.

 

 

FEBBRAIO

È ancora inverno e sono ancora impegnato a scalare. Con il cuore in gola affronto la Montagna Impossibile. M’inerpico nei suoi cinque piani verticali. Ci sarebbe l’ascensore, ma io non prendo mai scorciatoie da nessuna parte, faccio tutto nel modo più lento e complicato che mi riesca.

In questa Montagna Impossibile, tu sei impegnato a scalare l’arrampicata più ardua che hai mai tentato in vita tua.

Quando ti raggiungo, stai dormendo. Hai gli occhi chiusi. Ti hanno riempito di intrugli.

Ma quasi presentendo la mia presenza, riapri le palpebre. Nel vedermi sorridi. La tua espressione è come al solito sorniona, amichevole.

Mi chino su di te e ti abbraccio forte.

Ridi divertito per tanta espressione di calore affettuoso mai esibito in precedenza nella nostra virile amicizia.

«Fra poco arriva la sbobba! – ti dico guardandoti negli occhi, sorridendo. – Devi mangiare! anche se non ne hai mai voglia. Mangia! che sei secco come uno stecco!».

Fai segno di sì con il capo e continui a scuotere il capo divertito per il mio fare da mamma preoccupata, per il mio tono di voce fervoroso; pensi che sono sempre stato troppo preoccupato di quello che può capitare e adesso mi metto a parlarti addirittura con una sollecitudine materna.

«Poi a giugno faremo Cima Brenta!» aggiungo infervorato.

Sbuffi. Sgrani gli occhi stupito per la mia inusitata intraprendenza di scalatore indefesso, per il mio mostrarmi di punto in bianco instancabile, uno che propone ascensioni difficili, in una stagione quando ci sono ancora tratti ghiacciati e dove sul tratto di ritorno sono necessarie corde doppie. Davvero una novità sconcertante, da verificare!

(“Carissimo amico mio – penso guardandoti con il sorriso sulle labbra e con l’angoscia nascosta nel cuore, – anche in questa scalata tremenda io tento di rimanerti vicino; sento il fiato in gola, il cuore che mi palpita a tamburo; mi manca il respiro. Tu stai affrontando il passaggio più difficile della tua ascensione, la parte finale di una scalata che tu tenti per la prima volta. Eppure anche appeso a un filo che si sta assottigliando giorno per giorno, ti prendi gioco come sempre della sorte. Con ironia irridi gli dèi dell’Olimpo che sono invidiosi della tua forza, del tuo coraggio. Beffeggi chi vorrebbe farti pagare la spavalderia con cui finora hai sempre vissuto. Carissimo amico mio, quali insegne di ordine cavalleresco ti appunteranno sul petto per questa tua sfida perenne al destino, per questo atteggiamento irridente rivolto al cielo? Quale encomio d’onore ti verrà rivolto per il coraggio con cui affronti anche quest’ultima montagna?”).

 

 

GIUGNO

È di nuovo estate tra  le nostre vette. La nebbia mi ha accompagnato fino all’imbocco del sentiero. Ma ora è apparso il sole. Risalgo il crinale tra boschi che fremono di vita nel verde dell’erba e delle foglie che palpitano di rugiada, fremendo al vento. Avanzo fra ghiaioni dove sono sparsi cumuli di neve tra strati di ghiaccio.

Man mano che acquisto altitudine la vista si apre su un orizzonte di cime innevate: il Catinaccio, il Sella, la Marmolada, l’Adamello… Gli occhi si deliziano di tanta purezza.

Arrivo al lastrone di basalto prima dell’ultimo strappo senza eccessiva fatica. Qui mi fermo. Riprendo fiato.

Stavolta non estraggo dallo zaino un libro, la mia leggerissima stuoia e un panino; tiro fuori moschettoni, rinvii, quattro cordini.

Quando sono riposato, m’arrampico. Salgo con calma. Sento il cuore che pulsa.

Prima del passaggio più difficile mi fermo di nuovo.

Non c’è nessuno oggi a farmi sicurezza.

Poi tiro su me stesso con tutte le forze che ho in queste mani, in queste braccia, in queste dita. Tremo.

Mi schiaccio sulla parete. Mi manca il respiro. È inimmaginabile il peso che sopportano in questi istanti le mie mani. Ho il viso a pochi centimetri dalla parete. A queste dita, che si avvinghiano come artigli agli spuntoni di roccia, sono affidati la mia vita, il mio futuro.

Faccio il contrario di quanto suggerisce con ovvia saggezza il buon senso: dovrei non rischiare, fermarmi, tornare indietro, il che sarebbe già un grande problema. Ma invece non mollo la presa; mi tiro ancora più su.

Con uno slancio riesco a superare l’ultimo passaggio strapiombante.

Quando arrivo a un punto tranquillo, tiro il fiato. Provo una fatica dolorosa alle mani. Ho le gambe e le braccia stanche.

Dopo un po’ riprendo a salire. Ora la roccia è a placche ricche di appigli e di appoggi. A confronto di prima è un’autostrada.

M’inerpico su tre passaggi intermedi.

Quando raggiungo la cima, vedo che alla croce hanno appeso un nastro che sventola al vento come sull’Himalaya.

Fradicio di sudore mi passo il dorso della mano sullo zigomo per asciugare una lacrima. E resto così in silenzio per il mio amico.

Quando mi riavvio assaporo l’aria fresca della brezza continua, m’incammino lungo la cresta coperta di neve con una sensazione di leggerezza come se non toccassi quasi il suolo. La bellezza di queste montagne s’infigge nell’anima. Vengo pervaso dalla sensazione di volare sopra un mare di nuvole che ricoprono le valli. Qualche striatura di grigio, ma qui il sole sfolgora come in un vivido altare. Lungo i declivi man mano che procedo in discesa mi sento più solo di quanto mai mi sia sentito in vita mia, eppure gioendo del mio essere qui nuvola tra le nuvole nella sacralità infinita.

 

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