DAVIDE E GOLIA
di Monica Romani
Se a qualcuno venisse in mente di proseguire sempre dritto senza mai fermarsi fin dove la strada si fa tutta a curve, troverebbe a un certo punto un cartello.
Il cartello dice: “Montruccio, comune di Castelbello”.
Ecco, io vivo a Montruccio.
Ci sono cinque negozi, un bar e una casa dove fanno la pasta che poi viene venduta giù alla bassa col cartellino “fabbricazione artigianale”.
Siamo in pochi qui, perché in tanti hanno deciso di trasferirsi in pianura.
Quelli che restano nutrono gli uni per gli altri un affetto speciale, come quello che si riserva a un compagno di avventure. Questo è ancor più vero nel caso di Nilde, la signora del pastificio.
Anni fa Nilde è rimasta vedova, sola con una bambina piccola. Pensavamo tutti che sarebbe andata via, come tanti altri, ma lei invece rimase.
La figlia di Nilde divenne poi col tempo l’asse intorno a cui ruotavano i sogni romantici di tutti i maschi fra sedici e ventisei anni residenti nel nostro ridente scorcio di mondo.
Sabrina, così si chiamava, era alta e diritta come un pioppo, i capelli biondo scuro che le scendevano in un’onda fino al sedere e gambe tanto lunghe che doveva usare le bici da uomo, perché della sua misura da donna non ce n’erano.
Da queste parti quando si chiede a una ragazza se vuole fare la modella di solito si tratta di una bonaria presa in giro. Quando Sabrina disse che voleva fare la modella, invece, anche il più conservatore fra gli impiegati della banca provinciale non poté che farle i complimenti per la scelta.
Fosse almeno stata stupida le ragazze del paese le avrebbero perdonato quella quantità insensata di bellezza, ma Sabrina si ostinava a portare a casa ottimi voti.
C’era davvero da avere compassione di quelle povere figliole. Non potevano neanche chiamarla poco di buono. Nel tempo libero dallo studio invece di fare chissà cosa aiutava sua madre a piegare i tortellini.
Ora, una ragazza normale può sopportare solo fino ad un certo punto. Passi essere bella, passi essere bella e intelligente, ma anche una brava persona no. È eccessivo.
Così la poveretta attraversava la sua giovinezza senza nemmeno un’amica. Fosse vissuta a Parigi o Milano avrebbe potuto fare comunella con altre come lei, ma qui da noi, un paesino di mille anime in mezzo all’appennino, una come lei non s’era mai vista.
Forse per questo Sabrina finì col fidanzarsi con un tizio che fece storcere il naso a tutti.
Il tale in questione si chiamava Stefano. Era il più insignificante e anonimo ragazzo del mondo. Non era brutto, ma nemmeno bello. Non era alto come lei, ma nemmeno tanto più basso. Insomma, se potete pensare a qualcuno così anonimo da poter ammazzare una persona davanti ai vostri occhi senza che riusciate poi a ricordarvene la faccia, avrete un’idea di che tipo fosse.
La faccenda era stata dibattuta a lungo fra le mura del bar dei vecchi.
“Deve avere dei soldi”, sentenziò Olindo nella penombra del bancone. “Sabrina ha solo la Nilde, e una che per vivere vende tagliatelle non se la passa granché bene.”
L’idea venne presa in seria considerazione. Stefano era uno di fuori, poteva essere ricco di famiglia.
La vecchia Bea, pettegola professionista fin dagli anni settanta, venne sguinzagliata con l’ordine di raccogliere ogni informazione. Nel giro di tre giorni fece saltare fuori le maestre elementari del ragazzo, le vicine di casa e le zie da parte di madre. Le interrogò tutte con grande impegno, ma il responso si rivelò unanime: insignificante era il ragazzo, insignificante era la famiglia. Brava gente, ma nulla di più.
La faccenda si faceva ostica. Cosa poteva spingere una come Sabrina a legarsi a qualcuno tanto anonimo?
Polo, uno dei vecchi che orbitava intorno al tavolo della briscola, ipotizzò fosse perché le faceva da cavalier servente.
“Secondo me, tempo dieci giorni lo vedremo su e giù con la macchina a scarrozzarla, a portarle tutto quel che vuole e via dicendo.”
La previsione venne accolta da un mugugno, ma non scartata.
“Il tempo è galantuomo”, sentenziò Garibaldi, decano del suddetto tavolo. “Se la ragazza vuole un galoppino, lo vedremo subito.”
Il tempo fu più galantuomo del previsto e, senza farsi attendere, mostrò ai curiosi il famoso Stefano che andava e veniva dal paese con l’autobus. Quando Sabrina viaggiava con lui toglieva dal portafoglio un biglietto in più, li obliterava entrambi e poi gliene porgeva uno.
Così il mistero del fidanzato di Sabrina divenne l’argomento di conversazione, pettegolezzo e maldicenza più gettonato del paese.
Notizie più o meno false rimbalzavano qui e là per la strada, o all’ennesima novena.
Ovvio che le ultime a cui arrivarono le voci furono proprio Sabrina e sua madre.
Nilde aveva gli stessi capelli biondi della figlia, ma il cubaggio di un trattore di medie dimensioni. Era capace di difendere se stessa e, quando le parole le venivano meno, aveva un paio di braccia temprate dagli anni passati a impastare per spiegarsi in modo efficace.
Nonostante ciò, visto il caso particolare, rimise ogni decisione a Sabrina che, con grande dignità, lasciò cadere l’argomento, perché preferiva non aggiungere una scenata al mare di chiacchiere in circolazione.
La scelta era matura, ma lei era pur sempre una ragazza. Presa la decisione non tornò indietro, ma si fece pallida e taciturna. Per noi fu quello il segnale che avevamo commesso un errore colossale.
Le voci sul ragazzo di Sabrina si spensero, lasciando il posto a quelle sulla sua salute. A sentire quel che si bisbigliavano l’un l’altro i paesani quando ne parlavano, sembrava che nessuno avesse mai spettegolato su di lei.
Nilde, che vedeva la sua bambina affondare giorno dopo giorno nella malinconia, pensò di farle un regalo per tirarla su di morale. Un pensiero del tutto comune, quel genere di cose che ogni mamma ha fatto prima o poi. Decise di regalarle un cagnolino che le tenesse compagnia.
Tirò fuori Dio sa da dove un cucciolo di razza. Era piccolo, con le orecchie lunghe e gli occhi grandi.
E chissà perché, la ragazza diede nome Golia a quel briciolo di cane. C’è da dire che di carattere ne aveva, piccino com’era.
Era vivace e testardo e in breve diventò il beniamino del paese. Man mano che ci affezionavamo tutti a Golia, Sabrina migliorava. Pareva che ogni carezza, ogni gesto gentile che veniva fatto al cane ricadesse dritto sul suo cuore, riconciliandola con noi.
Fu quindi una discreta tragedia il giorno in cui la vedemmo entrare in bar al piccolo trotto.
“Golia! Avete visto Golia? È scappato”, disse, mostrandoci desolata il guinzaglio rosso.
Le carte da briscola caddero come morte dalle mani dei vecchi.
“Dove?”, chiese laconico Garibaldi alzandosi in piedi.
“Là, dalla parte del fiume”, indicò lei. “È partito di corsa.”
Le tremavano le labbra e aveva tutte le ragioni. Il letto del fiume è pericoloso per una bestiola di quella taglia.
Garibaldi fece un fischio micidiale, e i vecchi partirono in formazione a ventaglio.
Ilvo e Cesare, che camminavano solo col bastone e non potevano fare fuoristrada, avvisarono gli assenti. Garibaldi, Olindo e Tarcisio si buttarono sulla pista finché era ancora calda.
Passando diedero voce a due signore che uscivano dalla chiesa, e quelle smobilitarono le donne. Linda, capo del coro, volitiva come un generale di brigata, decise di partire per prelevare il veterinario del capoluogo comunale, nel caso si fosse rivelato necessario.
“Torno presto, prendo la Panda della Mara, che ha la trazione integrale”, disse Linda.
“E se non ha tempo?”, domandò un’altra.
“Ho detto che vado a prenderlo, non a chiedergli se ha tempo”, dichiarò Linda gettando il libro dei salmi sul sedile del passeggero.
“Tu stai qua”, disse l’ultimo dei vecchi in partenza a Sabrina prima di uscire dal bar.
“Sei rinsceminito? Il cane è mio!”, rispose lei con bel garbo, prima di partire con gli altri alla volta del fiume.
La ricerca a tappeto durò più di un’ora. Tutti coloro che erano in grado di muoversi senza deambulatore ribaltarono ogni sasso del greto alla ricerca del cagnolino che aveva fatto tornare la pace fra Sabrina e il paese.
Infine, a qualcuno venne in mente di avvisare Nilde di quel che stava accadendo. Lei posò la ciotola colma di ripieno per tortellini, si pulì le mani nel grembiule, e con un sospiro di compatimento camminò fin dove la banchina stradale cedeva il passo alle pietre. Arrivata lì, dicono che si sia limitata a scuotere con una certa energia una busta di cibo per cani.
E come in uno strano trucco di illusionismo Golia spuntò correndo e latrando da un macchione di rovi.
“Mamma!”
Sabrina le corse incontro col sollievo dipinto in faccia, prese il piccolo fuggiasco fra le braccia e lo strinse al petto.
Fu a quel punto, mentre tutti gli uomini presenti fissavano il cane desiderando essere al suo posto, che Nilde prese per la vita sua figlia e con un deciso colpo d’anca la fece volare tre metri indietro, mandandola a finire seduta.
Allo stesso tempo, un orribile gracchiare di freni riempì l’aria secca della tarda primavera e portò con sé una folata di copertone bruciato. Con una manovra degna di un film americano, la Panda guidata da Linda aveva portato il veterinario in paese.
Il paraurti anteriore si fermò giusto dove un attimo prima c’era Sabrina, a una spanna dalla solida presenza di Nilde che, spaventata e sorpresa da quell’entrata in scena, assestò all’auto un calcio tale da fare cedere una saldatura.
Dallo sportello del passeggero, apertosi con un cigolio sfiatato, uscì il veterinario. Era da poco in servizio su dalle mie parti e non si era ancora abituato alla nostra ruspante vitalità. In quel momento, per la precisione, era pallido, coi capelli appiccicati alla testa e la camicia che sembrava uscita dalla centrifuga di una lavatrice. Nonostante ciò, il suo metro e novanta di solido ragazzo abituato al lavoro all’aria aperta non passò inosservato agli occhi delle signore. Perfino Nilde, con tutto quello che era successo, si strappò di dosso il grembiule infarinato e si mise sull’attenti.
“Mi scusi sa”, gli disse con una vocina dolce dolce, “di solito non prendo a calci le panda, ma stavate per investire mia figlia.”
E lì accadde qualcosa destinato a restare nelle storie che si tramandano in paese.
Lo sguardo del giovane veterinario seguì la direzione indicata da Nilde e si fermò su Sabrina.
Dimenticò il sequestro di persona, la corsa in Panda e l’orgoglio della sua professione. Mandò giù un groppo in gola grosso come un camion e raddrizzatosi in tutta la sua notevole statura, in due passi coprì la distanza che lo separava dalla ragazza.
“Bellissimo cane”, le disse, porgendole la mano per aiutarla a rialzarsi.
Sabrina alzò gli occhi, e affondò nelle iridi dorate del veterinario. Si alzò sfiorandogli appena le dita, in una mossa che avrebbe potuto essere danza se una musica ci fosse stata.
Golia, ancora stretto al petto di Sabrina, si divincolò e prese a fare le feste al giovane come se lo conoscesse da sempre.
“Golia, buono!”
Il veterinario scoppiò a ridere.
“Dev’essere il nome. Io mi chiamo Davide!”
Se ne andarono così, insieme, Davide e Golia, con Sabrina nel mezzo. Ci lasciarono sul greto del fiume e si incamminarono verso il paese, chiacchierando felici.
Noi rimanemmo a fissarli per un lungo istante, finché Garibaldi ci riportò alla realtà con una poderosa scatarrata.
“Che bello l’amore”, disse commosso.
“Non ti facevo un romantico”, commentò secco Olindo tirando su col naso.
Ci avviammo lentamente, come usciti da un sogno.
Pare che Stefano, il primo filarino di Sabrina, abbia molto insistito per rimettersi con lei, fin quasi a diventare fastidioso. Si dice che un brutto giorno tornò in paese e andò da Nilde pretendendo di parlare con sua figlia, dichiarando che non avrebbe accettato un no come risposta.
Si dice anche che Nilde, dopo aver ascoltato in silenzio tutta la sua tirata, abbia commentato:
“Gioco di mano, gioco di villano”, e lo abbia colpito forte col tagliere del pane.
Ma le malelingue, si sa, prosperano nei paesini di montagna come il nostro.
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